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5 ottobre 2017

Ecco gli embrioidi umani, ora che ne facciamo?

Paiono embrioni ma non lo sono. Potrebbero servire a testare i farmaci. Ma pongono problemi etici

Domenico Lusi

Dal numero di pagina99 in edicola dal 6 ottobre e in edizione digitale

A marzo un team della Harvard University li ha ribattezzati con l’acronimo Sheefs (“synthetic human entities with embryo-like features”), entità sintetiche umane con fattezze da embrione, ma gli addetti ai lavori li chiamano embrioidi. Di che si tratta? Difficile rispondere, perché gli stessi studiosi non sono d’accordo al riguardo.

La loro scoperta risale a due anni fa, quando Yue Shao, ingegnere meccanico della University of Michigan notò che le cellule staminali embrionali (quelle che generano ogni altro tipo di cellula del corpo) su cui stava lavorando tendevano rapidamente ad aggregarsi per assumere una forma in tutto simile a quella degli embrioni umani allo stadio di sviluppo di dieci giorni, con tanto di sacco amniotico e disco embrionale (il futuro corpo).

Maggiori approfondimenti hanno subito fatto capire al team di ricerca che quello che avevano davanti, benché ne avesse le fattezze, non poteva essere equiparato a un vero e proprio embrione perché gli mancavano alcuni elementi essenziali allo sviluppo di un essere umano: non c’erano i tipi di cellule necessari per la placenta, il cuore e il cervello. A titolo precauzionale, i ricercatori hanno comunque distrutto gli embrioidi entro i tempi previsti dagli standard internazionali sullo studio degli embrioni, per arrestarne lo sviluppo.

Gli studi in Michigan fanno parte di un più vasto boom della ricerca sugli organoidi: gli scienziati stanno utilizzando le staminali per creare cluster di cellule che assomigliano sempre più a pezzi di intestino, cervello, polmoni. Sugli embrioidi sono al lavoro diverse equipe. Quest’anno i ricercatori di Cambridge, nel Regno Unito, combinando due tipi di cellule staminali, hanno sviluppato una replica realistica di un embrione di topo di sei giorni. Il medesimo team, come altri nel mondo, tra cui uno della Rockefeller University di New York, sta cercando di fare lo stesso con le cellule umane.

Quella che sta emergendo, dicono gli scienziati, è una nuova tecnologia, l’embriologia sintetica, in grado di aiutarli a svelare i meccanismi iniziali dello sviluppo umano. In futuro gli embrioidi, sostengono i ricercatori del Michigan, risulteranno molto utili anche nei test clinici per verificare quali farmaci possono causare difetti alla nascita, per incrementare le probabilità di rimanere incinta per le donne che hanno problemi di fertilità, per creare tessuti utili a produrre organi da trapianto.

Resta il versante etico della questione che ha già iniziato a dividere gli scienziati. Da un lato coloro che chiedono che anche agli embrioidi siano applicate le restrizioni previste nella ricerca sugli embrioni umani, dall’altro chi sostiene che, per il bene della scienza, occorra andare oltre quei limiti. «Questa è un nuova frontiera sia per la scienza che per la bioetica», ha spiegato alla Mit Technology Review Jonathan Kimmelman, membro dell’unità di bioetica della McGill University di Montreal, «e penso che resterà oggetto di contese anche nei prossimi anni».

[Foto in apertura di Rice University]

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