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27 settembre 2017

Seregno, una tranquilla storia di ’ndrangheta in Brianza

Cemento, conoscenze pericolose, false accuse di stupro come arma politica. Il comune è il simbolo di un Nord incapace di contrastare l’avanzata della criminalità

Samuele Cafasso

► Dal numero di pagina99, in edicola dal 16 giugno o in edizione digitale

I giorni più importanti della nostra vita a volte si svolgono diversamente da come avevamo immaginato. Per Luca Talice, un ottico brianzolo, questo è particolarmente vero: l’undici gennaio del 2011 è il giorno in cui ha saputo che sarebbe diventato padre. Ma è anche il giorno in cui ha appreso dai giornali di essere indagato per stupro su denuncia di due compagni di partito della Lega Nord, consiglieri come lui al Comune di Seregno.

Un incubo da cui è uscito solo 24 mesi dopo con una sentenza di assoluzione che cita la sua opposizione al Piano di governo territoriale (Pgt) del Comune come possibile causa delle sue sfortune: «La maggioranza si era divisa in due fazioni, la prima schierata con Talice che si opponeva radicalmente alla trasformazione delle aree verdi in edificabili, la seconda facente capo al sindaco». E poi, più in là: «Non hanno bisogno di esser spiegati i forti ed elevatissimi interessi economici sottostanti alla prospettiva di lottizzazione».

Talice, insomma, secondo i giudici è stato vittima di un killeraggio morale, compiuto non si sa da chi, ma certamente in uno dei Comuni della Lombardia dove la ’ndrangheta è più forte, sede della locale di Seregno-Giussano, contesa tra le famiglie Cristello (il capostipite Rocco è stato ucciso a colpi di pistola nel 2008) e gli Stagno (Rocco, un membro della famiglia, fu ucciso nel 2009, in una porcilaia). Attualmente non fa più politica, nel suo negozio ha un armadio pieno di ritagli di giornale e documenti che raccontano la sua vicenda. In vetrina, un libro dedicato a Falcone e Borsellino. «Se avessi saputo contro chi mi mettevo, forse quella lotta non la facevo. Alla fine mia madre ci è morta, per il dispiacere» ci racconta.

 

Sette anni dopo la grande retata

Sono passati sette anni da quando, con l’operazione Crimine-Infinito, l’Italia ha preso piena coscienza del fatto che in Lombardia la ’ndrangheta, che qui opera con 15 locali, è realtà diffusa. Sette anni di indagini e, a cascata, studi universitari che fanno oggi dire ai ricercatori che qui la criminalità organizzata non è questione di infiltrazioni, ma di radicamento. Tra il 2005 e il 2014, riassume uno studio dell’Università di Padova guidato da Antonio Parbonetti, ci sono state 1567 persone condannate per mafia nel centro-nord. Di queste, 392 sono amministratori e azionisti di controllo di società.

In Lombardia 276. Sono le realtà che operano e crescono in quella che in Mafie al Nord (Donzelli editore), Rocco Sciarrone chiama l’area grigia, alimentata da politici che cercano voti promettendo futuri affari – talvolta senza avere piena coscienza di avere come interlocutori uomini legati alla criminalità organizzata – dirigenti comunali compiacenti, un’opinione pubblica distratta, una cementificazione mostruosa. L’area grigia non è la mafia, o almeno non lo è sempre. Ma la rende possibile.

Lucrezia Ricchiuti, oggi parlamentare ex Pd confluita in Mpd, nel 2011 fu nominata vicesindaco a Desio, uno dei Comuni brianzoli più interessati dalle inchieste e la cui giunta cadde proprio per le indagini che rivelarono una fitta rete di contatti tra malavita e amministrazioni. «La battaglia la facemmo soprattutto contro il cemento: nel Pgt c’era un consumo di suolo dell’80% mentre le imprese storiche di costruzioni locali erano sparite, spesso a favore di realtà vicine alla famiglia Moscato (un boss locale, ndr.). Quello che facemmo fu cambiare la destinazione di aree da residenziali-commerciali ad agricole, con un processo inverso a quello usuale. Poi passammo a tappeto gli appalti. La ’ndrangheta non è sparita, perché non sparisce mai. Abbiamo provato a toglierle ossigeno».

 

Cemento, inchieste e affari

Il cemento è al centro della recente storia di Seregno: qui, alle porte di Milano, il 31 maggio scorso l’assessora all’urbanistica della Lega Barbara Milani si è dimessa (così come il segretario del partito) con una lettera in cui lamenta la scarsa attenzione per la difesa del verde, ultimo capitolo di una lotta interna al partito lunga dieci anni. Sullo sfondo, una serie infinita di scandali, inchieste giudiziarie, rivelazioni giornalistiche. Seregno è il Gattopardo lombardo: uno scandalo ogni sei mesi. E non cambia mai nulla.

Raccontare Seregno, vuol dire raccontare Giacinto Mariani. Ex tenutario del locale di striptease Lilì la Tigresse a Milano, due mandati da sindaco con la Lega, un terzo (l’attuale) da vicesindaco dopo essere risultato il consigliere più votato, Mariani è uomo iroso: sul web si trovano i video in cui augura di morire al giornalista di un sito, Infonodo.org, colpevole di aver raccontato alcuni aspetti poco chiari della sua turbolenta vicenda. A questo ha aggiunto una sventagliata di querele per diffamazione che hanno colpito anche il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti, il primo a rivelare come il sindaco, tramite la compagna, fosse direttamente coinvolto in un’azienda, +Energy, di cui era azionista un grosso imprenditore brianzolo, Mario Barzaghi e che, a buon peso, vedeva coinvolto anche la madre del capitano locale dei carabinieri, Luigi Spenga.

Un intreccio tale sarebbe già, di per sé, notevole. Ma la storia non è completa se non si dice che +Energy aveva rapporti d’affari con un’altra azienda, Simec, che in seguito le autorità giudiziarie scoprirono essere collegata alla criminalità organizzata. Questo Mariani ha sempre detto che non lo poteva sapere. L’ingenuità non è un reato. Non poteva non sapere, tuttavia, che aree in mano a un’altra azienda di Barzaghi erano interessate dal Pgt che, come sindaco, si apprestava a presentare nel 2010. Un pasticcio che non ha rilievi penali ma che qualche problema di opportunità doveva porlo. È andata peggio ad Attilio Gavazzi, ex vicesindaco di Mariani e già assessore all’urbanistica: per una questione sempre legata al governo del territorio (ma parliamo di anni antecedenti), è stato indagato con l’accusa di corruzione.

L’ottico Luca Talice, dal 2008 capogruppo leghista in consiglio comunale a Seregno, aveva messo il naso proprio dentro la questione del Pgt quando è finito nei guai. Mariani – precisiamo – non risulta coinvolto in alcun modo nelle sventure di Talice. La sua storia, tuttavia, va raccontata per capire un modus operandi in questo territorio che fa paura. A marzo del 2010 riceve una lettera di minacce anonima. A dicembre (c’è un esposto in Procura), durante una riunione di giunta in provincia l’assessore di Forza Italia Francesco Giordano, secondo la testimonianza di un presente, lo avvisa che «avere contro troppo le istituzioni non va bene.

Quando il bene si salda al male, come sta avvenendo a Seregno, emergono problemi per chi viene preso di mira», accennando poi al coinvolgimento di «qualcuno di importante nelle forze dell’ordine» (Giordano dirà che era una battuta). A gennaio, Talice è su tutti i giornali accusato di violenze sessuali. Da incorniciare il commento alla stampa dell’allora segretario provinciale della Lega Dionigi Canobbio: «In paese si sentiva dire che sarebbe scoppiata una bomba, ma io mi aspettavo una bomba tradizionale: un petardo contro il negozio o una pallottola in una busta».

A Seregno, evidentemente, funziona così. Dall’indagine, Talice uscirà due anni dopo con una sentenza di assoluzione. Sarebbe troppo lungo riportare le molte contraddizioni e lacune che hanno fatto ritenere le accuse dei consiglieri non credibili e probabilmente pilotate. L’ottico è però incappato anche in almeno due intercettazioni trascritte in maniera errata e poi corrette in sede di dibattimento: in una accennava a una foto mezzo nudo con «la Consuelina», che era la sua fidanzata oggi moglie. Nelle trascrizioni compariva invece il nome di una delle accusatrici. In un’altra i due accusatori definiscono Talice «un truffatore». La trascrizione, poi corretta, parla di «stupratore».

 

Prove di resistenza e contatti pericolosi

A questo punto, dovremmo raccontare di come si vive e si fa politica a Seregno. Si potrebbe partire da Leonardo Sabia, 22 anni, consigliere comunale del Pd dal 2015 quando credeva – sbagliando – che gli scandali avrebbero portato a un cambio: «Grande delusione», ammette. Nel suo primo intervento in consiglio decise di esordire raccontando come, fuori da Seregno, il nome del suo paese venisse abbinato alla ’ndrangheta. Apriti cielo: «Fui criticato in tutti i modi: nessuno vuole sia fatta questa associazione. Il tema che volevo porre io è quello degli anticorpi, della capacità di reagire».

Nel suo paese, sostiene, ci sono movimenti poco chiari, conferimenti di capitali, nascita e morte di società e attività «su cui va posta attenzione». C’è di più: a Seregno ha sede una delle più ricche ex municipalizzate lombarde, Aeb, sui cui appalti la criminalità organizzata ha già puntato gli occhi. È agli atti di una indagine della Dda di Milano una intercettazione in cui uno dei personaggi coinvolti, Emanuele Micelotta, cita Gabriele Volpe come possibile tramite per aggiudicarsi un appalto per la gestione di un centro sportivo. Gabriele Volpe, che non è indagato e dice di voler querelare Micelotta, è consigliere di Aeb, candidato di Forza Italia in un Comune vicino, Lissone.

Ma ci sono vicende ben più inquietanti. Una è quella riguardante Francesco Gioffrè. Consigliere comunale, ha un fratello imprenditore (Roberto) che, nel 2010, presenta una denuncia ai carabinieri per una estorsione compiuta da due dei maggiori esponenti della locale di ’ndrangheta di Seregno, Rocco Cristello e Claudio Formica. Nel corso delle indagini, le cui risultanze sono poi riportate da un’ordinanza del Gip del Tribunale di Milano, si scopre che Francesco Gioffrè avrebbe agito come ponte di collegamento tra i malavitosi e il fratello, fino al racconto di una drammatica cena in un ristorante in cui, tra pugni e minacce, presente il fratello, Roberto Gioffrè viene obbligato a rinunciare a dei crediti a lui dovuti.

Francesco Gioffrè, per sua stessa ammissione, non solo conosce i Cristello, ma afferma di averli aiutati per una pratica (assolutamente legale) in Comune. Nell’ordinanza del Gip, Francesco viene definito «l’opaco fratello»: «ha tentato in ogni modo di minimizzare giungendo quasi a prendere le difese dei Cristello». La scelta di Gioffrè, riferiscono i giudici, è «vicino alla connivenza». Alla pubblicazione di questa ordinanza, uscì dal Pdl. Ma nel 2015 Francesco Gioffrè viene rieletto per Forza Italia. Suo fratello, invece, vive all’estero. I due non si parlano più.

 

Caffè inopportuni

Cosa deve succedere ancora perché si chiuda finalmente una stagione imbarazzante? L’ultimo scandalo, un anno fa, ha creato un po’ di rumore e poco altro. A marzo 2016, la Prefettura chiuda due bar per contiguità con la ’ndrangheta. Uno è il Tripodi, frequentato dal vicesindaco Mariani che ne ha scelto i tavolini per girare parte del suo spot di candidato alle elezioni europee (non è stato eletto).

Eppure Mariani non poteva non sapere che il figlio del proprietario Giovanni Tripodi, Antonino, era stato arrestato nell’operazione Infinito-Crimine e poi condannato per la detenzione di armi in un box di sua proprietà (ma poi assolto per associazione a delinquere di stampo mafioso). La moglie di Antonino è Francesca Pio, nipote di Candeloro Pio, ritenuto il capo della locale di ’ndrangheta di Desio. Su Internet si possono trovare i video in cui Mariani dice che «i Tripodi sono una famiglia di Seregno come tutte le altre». Una famiglia anche molto amata: il giorno dopo il sequestro, è comparso sulla saracinesca un lenzuolo con una scritta di vernice rossa, «Noi vi vogliamo bene».

Hai voglia, come fa Lucrezia Ricchiuti, ripetere che «i Tripodi non sono una famiglia come tutte le altre», e chiedere al ministro degli Interni di verificare se ci sono i presupposti per lo scioglimento del Comune. Il sindaco Mazza – anche lui frequentatore del bar – l’ha accusata di strumentalizzazioni. Da allora tutto va avanti, placidamente. Tripodi ha riaperto – con un nuovo assetto societario – e oggi è molto frequentato. Famiglie, mamme con le carrozzine, pensionati. In Comune, adesso, avranno il problema di come sostituire l’assessore all’urbanistica e ricucire con la Lega, ma problemi del genere già in passato sono stati superati.

E il cemento? Nel 2013, Legambiente denunciava un consumo di suolo a Seregno che aveva raggiunto il 68%. Eppure le gru sembra che non si fermino mai. Milano è poco lontana, venire a vivere qui conviene. La Brianza, di fatto, è oramai una grande enorme città alle spalle di Milano. Qui in fondo si sta bene, le vie sono pulite, le aiuole curate. Forse più che in città. A molti non importa di dove vai a bere il caffè, a quale famiglia lo paghi.

[Foto in apertura di Giulio Piscitelli / Contrasto]

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