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11 settembre 2017

Per il cinema americano il sogno si fa incubo

Da 'The Shape of Water' a 'Suburbicon', i film Usa a Venezia raccontano il declino del Paese nell’era Trump. Che non è più la terra delle opportunità

Marco Cacioppo

Dal numero di pagina99 in edicola dall’8 settembre e in edizione digitale

Di fronte alle decisioni prese in questi ultimi mesi dal presidente Trump in ambito di politica interna ed estera, è lecito affermare come lo slogan che aveva accompagnato la sua corsa alle elezioni – quel Make America Great Again ripetuto come un refrain martellante – sia in realtà diventato l’antitesi del messaggio ottimista che si proponeva di veicolare. La terra dell’abbondanza, un tempo cantrice di valori universali quali speranza, libertà e uguaglianza, non è mai stata così arida, razzista e paranoica. E il sogno americano non è mai parso tanto irraggiungibile.

Non sarà un caso, allora, se molti dei film a stelle e strisce che si sono visti durante la 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia siano stati percepiti come la fotografia, puntuale e perfino profetica per i giorni che verranno, di una situazione sempre più instabile e quanto mai imprevedibile. Il cinema, si sa, non mente. È in questo senso che quattro film apparentemente insospettabili e diversi tra loro – un fantasy, una commedia fantascientifica, un noir in costume e un crime movie – ci dicono molto dell’aria che tira in questo momento all’ombra della Casa Bianca, accomunati da una innegabile vena polemica e antitrumpista.

Prendiamo The Shape of Water, il nuovo, magnifico film di Guillermo del Toro. Attraverso il linguaggio della favola (romantica ma pur sempre dark) e la love story impossibile tra una donna muta e malinconica e una creatura anfibia antropomorfa, rispolvera le ossessioni cospirazioniste di un Paese che non è mai riuscito a estinguere le tensioni nei confronti dell’arcinemico sovietico.

Il film è ambientato negli anni ’60 e si svolge per lo più all’interno di una base di ricerca aerospaziale. I preparativi per la conquista della Luna sono in fermento, filtrati dai piccoli schermi delle tv in bianco e nero dell’epoca. Eppure riesce a essere di un’attualità disarmante, in quanto la guerra di sotterfugi che si fanno Cia e spie russe sullo sfondo della bizzarra storia ha molto in comune con i recenti avvenimenti che hanno fatto esplodere il caso del Russiagate. Per non parlare del dispotico e arrogante personaggio del capo delle operazioni scientifiche e militari interpretato da Michael Shannon, in cui è impossibile non riconoscere lo stesso sprezzante temperamento di The Donald.

Se in The Shape of Water l’umanità è in procinto di partire alla scoperta dello spazio profondo, in Downsizing di Alexander Payne assistiamo a uno slancio uguale ma contrario. La traiettoria del viaggio non è rivolta verso l’esterno e ciò che in esso vi è di esplorabile, ma rimane puntata sul nostro pianeta.

Qui il problema ha a che fare con il sovrappopolamento, lo sfruttamento delle risorse e le poco rassicuranti derive ambientali, in barba agli accordi di Parigi. La soluzione, allora, non sta più nell’individuazione di altri mondi a misura d’uomo e in grado di ospitare nuovi insediamenti coloniali. Attraverso una rivoluzionaria tecnica di rimpicciolimento messa a punto da un luminare norvegese, è possibile ridurre a dodici centimetri la statura di un uomo ed edificare idilliache comunità urbane sostenibili dove agli abitanti è data, in cambio di un sacrificio lillipuziano, l’opportunità di vivere le vite da nababbi che hanno sempre sognato con le stesse disponibilità economiche di prima. Perché se le proporzioni non sono un’opinione all’interno di questi micro-paradisi artificiali, una reggia delle dimensioni di una casa delle bambole costa meno di un monolocale tradizionale.

È il lusso a portata di tutti, la democratizzazione dell’American Dream, l’agiatezza offerta in serie. Il processo di miniaturizzazione che Payne ci propone non è altro che un tuffo nell’era Trump, dove i benefici sono in superficie, ma basta grattare un po’ per accorgersi che i problemi – di razza, appartenenza, accettazione – sono più accentuati di prima, e i diritti che costituiscono una democrazia (incluso quello di voto) sono messi in discussione. Succede così che anche in un mondo ridimensionato le gerarchie persistono e l’uguaglianza ha più un valore retorico che di fatto: i muri al confine con il Messico sono già stati eretti e le minoranze sembrano esistere solo per soffrire.

Che l’America grande e perfetta di Trump sia una bufala bella e buona, ce lo dicono anche George Clooney e Martin McDonagh. Il primo con il suo nuovo film da regista, Suburbicon, da una sceneggiatura scritta negli anni ’80 dai fratelli Coen, ma ambientata sul finire degli anni ’50, come a dire ancora una volta che la storia non fa altro che ripetersi. Il secondo con Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, su un caso di stupro insoluto che scoperchia, non senza qualche sorriso grottesco, il vaso di pandora contenente le disfunzioni più tipiche della rozza, bifolca e ottusa provincia americana.

Nel caso di Suburbicon il collegamento con Downsizing non è dato solo dalla condivisione dello stesso protagonista, Matt Damon, ormai nuovo volto dell’american citizen qualunque. È l’idea di una società all’apparenza perfetta, che serve a Clooney per mostrarci la deriva xenofoba, violenta e paranoica dell’America di oggi. È l’imposizione della supremazia bianca, nonché la salvaguardia della proprietà privata, valori inattaccabili che giustificano il possesso delle armi e il principio della giustizia fai-da-te, apparentemente unica soluzione anche per i protagonisti di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, membri di una comunità di redneck dove le forze dell’ordine picchiano i neri e defenestrano gli omosessuali. Insomma, se gli elettori di Trump confidavano in un ritorno in grande stile del loro Paese, è tutto fuorché roseo il futuro che li attende.

[Foto in apertura di Paramount Pictures]

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