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7 settembre 2017

Per noi donne è finito il tempo dei festival

Stiamo imparando ad allearci con la stessa logica maschile, come i principi rinascimentali. Un improvviso recupero della sorellanza femminile

Fabiana Giacomotti

Dal numero di pagina99 in edicola dall’8 settembre e in edizione digitale

L’improvviso rigurgito, o se preferite recupero, della sorellanza femminile a cui si assiste in questi ultimi anni, e moltissimo in questi mesi, è un fenomeno che desta un allarmato sospetto fra gli uomini e, in mezzo all’iniziale entusiasmo, qualche titubanza anche fra le donne. Convegni, forum, gruppi di lavoro, lobbying, alleanze: schierarsi o meno, tentare di accedere a una cordata o puntare su un’altra? Partecipare? A quale scopo? Con quali risultati, personali e collettivi, possibili?

Fra le donne, l’esercizio del potere e dei suoi meccanismi, è infatti un fenomeno troppo recente e troppo parziale – meno di un secolo nel mondo occidentale, meno di dieci anni in Cina, sostanzialmente zero nel pur apparente sviluppatissimo Giappone – perché possa essere gestito secondo gli stessi criteri e con la stessa scioltezza che regola quello maschile. Lo è per ragioni culturali e politiche («la donna è il proletariato degli uomini», diceva Lenin), che hanno finito per innescarne altre, più perniciose: quelle psicologiche.

Abbiamo paura di farci valere, e quando lo facciamo capita che sgomitiamo in modo troppo evidente. Negli Stati Uniti, solo il sei per cento delle manager ricopre la carica di amministratore delegato di una delle 500 maggiori aziende della nazione e, comunque la si voglia vedere, l’improvvisa escalation femminile ai vertici dei ministeri della Difesa europei negli ultimi anni (Italia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia) continua a essere valutata come un fenomeno mediatico e politico.

Osservandoci nelle nostre sessioni “women only contro il solito soffitto di cristallo, nel nostro eterno dibattere sulla “conciliazione fra famiglia e lavoro”, una formula talmente stantia da apparire superata benché non lo sia affatto, gli uomini tendono dunque a osservare che siamo ancora troppo rigide, e nel contempo troppo sfacciate nella nostra scalata: si vede subito dove vogliamo arrivare e quali mezzi intendiamo usare per farlo. Siamo, insomma, delle pessime lobbiste. Non hanno tutti i torti, ma si tratta di un fenomeno inevitabile: nessun motore in rodaggio offre buone prestazioni.

In merito all’aggressività, peraltro tutta da dimostrare ancorché agli uomini piaccia molto evocarla, come un derivato contemporaneo degli “umori liquidi” di cui ci credevano fatte gli antichi, non ci sono dubbi che talvolta ci risulti indispensabile usarla; il gap fra i risultati maschili e femminili nelle università, ogni facoltà inclusa, che è sempre prepotentemente a favore di queste ultime, e i successivi risultati ottenuti nel mondo del lavoro, mondo occidentale incluso, dovrebbero spiegarla più che ampiamente

Se gli uomini avessero dovuto combattere ogni singolo giorno della loro vita professionale per vedersi riconoscere competenze per le quali ogni giorno ricevono apprezzamenti spontanei, avrebbero come noi la tendenza a spingersi un po’ sopra le righe, sempre che non arrivi il piccolo Pietro piangente a chiedere di essere consolato nel frattempo.  Dunque sì, proviamo ancora una volta a fare lobbying. Lo facciamo per noi stesse, per le altre donne e principalmente per le nostre figlie. Con un filo di apprensione, consce che la sorellanza è un mito così come lo è la fratellanza.

Stiamo imparando ad allearci secondo la stessa logica maschile, come i principi del Rinascimento e come i sodali di Angelino Alfano oggi: per interesse e, se capita, per simpatia. A differenza degli uomini e della loro ormai millenaria scioltezza nei rapporti sociali, non ce la sentiamo però mai di dire di no alle altre donne, perché delle altre donne tendiamo ad avere timore: ne conosciamo la forza, le reazioni, e gli infiniti strumenti di cui dispongono per annientarci sui tanti campi nei quali competiamo, e che sono infinitamente superiori a quelli maschili: preparazione, carriera, bellezza, matrimonio, maternità.

Un uomo può non figliare senza essere soggetto alla riprovazione popolare: una donna, tuttora, dovrà giustificarla. Soprattutto con le altre donne. Se non avete mai letto il saggio che la psicoterapeuta americana Phyllis Chesler scrisse nel 2002, Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile, vi consiglio di farlo, uomini o donne che siate. Quando uscì fece scalpore: proveniva infatti da una femminista del giro di Betty Friedan, una delle prime donne a istituire un centro anti stupro in un college americano ancora negli anni Settanta nonché la prima ebrea a pregare con la Torah squadernata davanti al Muro del Pianto: analizzava le ragioni della «disumanità delle donne verso le proprie simili, su cui le femministe, ma anche tutte le donne hanno taciuto, perché è troppo doloroso ricordare i tradimenti subiti per mano femminile». Nel 2005, Chesler replicò con La morte del femminismo, credendo di averci messo una pietra sopra.

Poi sono arrivate le t shirt di Dior, qualche altro sfruttamento commerciale della questione, e soprattutto questa forma un po’ vetusta, un po’ liceale, del lobbismo. Feste, dibattiti, balli. È quanto di meglio possiamo fare per imparare a conoscerci. E a stipulare alleanze, senza pretendere sorellanze.

[Foto in apertura di William Vanderson / Fox / Getty Images]

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