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6 settembre 2017

Roland Barthes, ironia e complotti

Binet inventa l’omicidio del semiologo e racconta i tic degli eroi della French Theory. Evocando il mistero di una funzione incantatoria del linguaggio

Stefano Oliva

Dal numero di pagina99 in edicola dal 1° settembre e in edizione digitale

In un libro di qualche anno fa, Luciano Canfora raccontava le vicende dei filosofi greci descrivendo quello del pensatore come Un mestiere pericoloso. Gli esempi offerti dalla storia sono molti: da Socrate, processato e messo a morte dalla democrazia ateniese, a Giordano Bruno, finito sul rogo a Campo de’ Fiori per le sue tesi visionarie e sovversive, fino a Walter Benjamin, morto suicida per non farsi catturare dalle guardie di frontiera mentre tentava di superare il confine spagnolo, le vite dei filosofi sono spesso lontane dal placido otium che superficialmente viene associato all’impegno intellettuale. E dove non arriva la storia, può intervenire la fantasia: è così che Roland Barthes, figura di spicco della filosofia e semiologia francese della seconda metà del ’900, può finire coinvolto in un intricato complotto politico, lasciandoci le penne.

Da qui prende avvio il romanzo La septième fonction du langage di Laurent Binet (2015), caso letterario francese insignito del Prix du roman Fnac e del Prix Interallié e recentemente pubblicato in traduzione inglese da Farrar, Straus and Giroux. L’autore mescola sapientemente dati reali (come la morte di Barthes, investito da un camioncino a Parigi in Rue des Écoles il 25 febbraio 1980) ed elementi di finzione, che gettano sulla scomparsa del filosofo l’ombra di un misterioso e inquietante intreccio di interessi internazionali.

Chi ha ucciso Roland Barthes? E per quale motivo? Dove sono finite le carte che il filosofo portava con sé al momento dell’incidente? Le indagini sul caso spettano al commissario Bayard, uomo concreto e poco avvezzo all’ambiente intellettuale parigino, con cui pure dovrà entrare in contatto per ricostruire le dinamiche di quello che sempre di più assume i tratti di un delitto politico. E proprio la sensibilità di Bayard, avulsa dal contesto culturale di Barthes, ci restituisce un’immagine divertente e straniante del panorama filosofico francese dell’epoca, in cui Michel Foucault, interrogato dalla polizia, può esclamare «Rifiuto di essere localizzato dal potere!» e un professore di semiologia dell’immagine impartisce una lezione di numerologia politica dando un’interpretazione della cifra distintiva di James Bond («007 è un numero conservatore… il 7 reazionario si oppone al 6 rivoluzionario»).

Gli appassionati riconosceranno gli stereotipi e i tic degli eroi della French Theory. In una scena, tra le più spassose del romanzo, Binet immagina diversi personaggi seduti davanti al tg che annuncia la morte di Barthes, ritraendo ognuno impegnato nelle attività più intime e quotidiane. Ma quando il giornalista comunica il decesso del noto intellettuale, Julia Kristeva smette di mescolare l’arrosto di vitello e accorre dalla cucina (pare in effetti che sia un’ottima cuoca), Louis Althusser non riesce a evitare di accapigliarsi con la moglie (che, come è noto, ucciderà nel novembre del 1980), Gilles Deleuze riaggancia il telefono a Félix Guattari dicendo «ti richiamo», Foucault smette di pensare al biopotere (!), e, come al solito, Jacques Lacan continua a fumare il suo sigaro.

Ma la ricostruzione dell’ambiente culturale francese, riportato in vita anche grazie alla caricatura e a un disinvolto lavoro di immaginazione, è solo uno degli ingredienti di questo giallo sui generis, che sfrutta la riflessione filosofica non come elemento contestuale o dotta divagazione ma come effettivo motore dell’azione. L’omicidio di Barthes è infatti motivato da un preciso interesse teorico: il semiologo ha scoperto qualcosa di eccezionale, che fa gola a tanti. Si tratta di quella fantomatica settima funzione del linguaggio che dà il titolo al romanzo e si aggiunge come un inaudito compimento alle sei funzioni teorizzate dal linguista Roman Jakobson.

Il linguaggio, va da sé, ci dice qualcosa del mondo in cui abitiamo: la funzione referenziale garantisce l’ancoraggio del nostro parlare alla realtà, ci permette cioè di parlare “di qualcosa”. Ma il modo in cui parliamo non è una neutrale e meccanica raffigurazione dei fatti del mondo: colui che prende la parola (l’“io”) lascia traccia di sé, del suo punto di vista, del suo mondo emotivo. Ecco la funzione espressiva.

Allo stesso tempo, colui che prende la parola si rivolge a qualcuno: quando lo fa in maniera esplicita (“Ehi tu, vieni qua!”) ecco apparire la funzione conativa. A volte (forse molto più spesso di quanto pensiamo) si parla per parlare, e lo stesso fatto di comunicare diventa protagonista della comunicazione: nel classico “pronto?” telefonico, ad esempio, è la funzione fatica a dominare. La funzione metalinguistica, invece, è quella sfruttata dai dizionari per riflettere sopra il codice utilizzato, mentre la funzione poetica porta all’attenzione la dimensione estetica del linguaggio, la sua sonorità, il gusto per la forma.

Al lettore attento non sarà sfuggito che il totale fa sei: sei funzioni del linguaggio. E la settima? Qui la fantasia di Binet accarezza uno dei sogni più antichi e duraturi dell’umanità: la settima funzione scoperta da Barthes ha a che vedere con il potere pressoché incantatorio del linguaggio, vale a dire con la capacità che la parola ha di convincere e muovere all’azione l’interlocutore. Un po’ di quello che il filosofo inglese John Austin chiamava “atto perlocutorio”, un po’ di quella che Jakobson definiva “funzione magica del linguaggio”, ed ecco che Barthes si trova per le mani materiale che scotta.

Divertente e suggestivo, il romanzo di Binet ci invita a guardare la nostra attività di parlanti da un punto di vista inusuale. Altro che comunicazione, altro che dialogo o confronto di idee: parlare è agire, è convincere (e dunque, politicamente, vincere). Ma, in epoca di post-verità, pare che qualcuno la lezione già l’abbia mandata a memoria.

[Foto in apertura di Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos / Contrasto]

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