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1 settembre 2017

Muri, dazi e razzismo: la terra compromessa

La stretta sui permessi di soggiorno e la retorica anti-immigrati stanno incrinando l’immagine del Paese delle opportunità. Un processo iniziato ben prima di Trump

Francesco Costa

Land of the free, home of the brave, eccetera eccetera: gli americani amano definirsi tali per le loro qualità piuttosto che per questioni di sangue, consapevoli di essere una nazione giovanissima e – fatta eccezione per i cosiddetti “indiani d’America” – interamente composta da immigrati ed eredi di immigrati. Gli americani hanno scelto di essere tali, loro o i loro genitori e i loro nonni, non si sono capitati a vicenda, perché sono il carattere e la volontà a rendere qualcuno americano e non il contrario: questo almeno recita la versione che si sono raccontati per secoli, che ha costruito il mito della “land of opportunities”.

Il mito della terra promessa, del posto in cui chiunque può trovare non solo soddisfazioni e successo ma addirittura una nuova patria, viene da qui. Oggi le cose però non sono più così auliche: e se è vero che la divisione politica che meglio descrive i nostri tempi non è più quella tra progressisti e conservatori bensì quella tra apertura e chiusura al mondo, allora è evidente che gli Stati Uniti hanno cambiato direzione rispetto al passato in un modo che sarebbe sbrigativo spiegarsi con la sola elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

La crisi ha accelerato la deindustrializzazione, soprattutto negli stati del Midwest che per buona parte del Novecento avevano trainato il Paese creando milioni di posti di lavoro: quei posti sono stati decimati dagli anni Novanta in poi, a causa dei moltissimi stabilimenti trasferiti all’estero e dell’avvento su larga scala delle macchine industriali. Nel frattempo il welfare americano ha mostrato tutte le sue inadeguatezze: i lavoratori poco qualificati non hanno più trovato un’occupazione simile alla precedente, o non l’hanno trovata del tutto; le famiglie rimaste indietro con le rate del mutuo hanno perso le loro case o hanno dovuto rinunciare a mandare i figli al college; gli studenti si sono ritrovati coperti di debiti; la salvifica riforma sanitaria di Obama si è tradotta anche in aumenti dei costi per la classe media.

La polarizzazione del dibattito pubblico è diventata tossica e ha indicato facili capri espiatori: i Paesi stranieri, favoriti dagli accordi di libero scambio; i lavoratori stranieri; gli immigrati irregolari; le cosiddette élite globali, quelle finanziarie perché complici del disastro, quelle giornalistiche perché incapaci di riconoscerlo (e anche per questo costrette ad alzare i toni, pur di rimanere rilevanti). Sentimenti che hanno avuto conseguenze nelle scelte elettorali, che a loro volta hanno determinato una svolta potenzialmente epocale…

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[Foto in apertura di Horst Friedrichs / Anzenberger / Contrasto]

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