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4 settembre 2017

Magistrati in politica, una riforma al ribasso

Il Parlamento ha elaborato un Ddl per limitare i cambi di ruolo. Ma con regole più blande di quelle proposte dalle stesse toghe. Scontentando tutti

Domenico Lusi

Lo chiamano “porte girevoli”. È il meccanismo per il quale oggi – salvo alcune cautele e accorgimenti procedurali – i magistrati italiani possono entrare in politica, candidandosi o assumendo incarichi di governo, e poi uscirne rientrando in magistratura. Tutto legittimo, sia chiaro. L’articolo 51 della Costituzione garantisce a ogni cittadino, inclusi i magistrati (ai quali però la riforma del 2006, in base all’articolo 98 della Costituzione, vieta non solo l’iscrizione, ma anche «la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici») di candidarsi e accedere agli uffici pubblici e «di conservare il posto di lavoro» al rientro.

Il problema è che Mani Pulite prima e venti anni di Berlusconi poi – con lo scontro tra politica e magistratura, le accuse di uso politico della giustizia e di politicizzazione dei giudici, nonché strumentalizzazioni varie – hanno determinato una progressiva delegittimazione dell’operato della magistratura agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica. Ecco allora che episodi come il caso Consip – dove gli stessi investigatori avrebbero manipolato alcuni atti dell’inchiesta – non aiutano, alimentando il sospetto che ci siano indagini orientate a colpire una parte politica (in questo caso il Pd renziano). Da qui la necessità di regole che salvaguardino – non solo nella sostanza ma anche nelle apparenze – l’indipendenza e l’imparzialità del magistrato che abbia deciso di fare attività politica.

Come evitare che possa sfruttare la notorietà che potrebbe venirgli dalle sue inchieste giudiziarie per fare carriera in politica? E come evitare il contrario, che possa usare la sua attività temporanea al servizio della politica per poi rientrare in magistratura e ottenerne gratificazioni in termini di avanzamenti di carriera? Soprattutto, come garantire, di fronte al cittadino, che l’attività dello stesso magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, appaia imparziale e non volta a far prevalere una parte politica? O, detto altrimenti, che il magistrato non solo sia superiore a ogni parzialità, ma anche al di sopra di ogni sospetto di parzialità?

Per risolvere la questione più spinosa in materia di giustizia lasciata in eredità dall’era Berlusconi, il Parlamento è da alcuni anni al lavoro su un Ddl che fissi – come chiesto all’Italia, lo scorso autunno, anche dal Gruppo di stati contro la corruzione (Greco), organo del Consiglio d’Europa – limiti più stringenti alla partecipazione dei magistrati alla politica e al loro ricollocamento al rientro. L’attuale legislazione lascia infatti aperti ampi margini di ambiguità e di potenziale sovrapposizione tra i due ambiti, soprattutto a livello di elezioni amministrative (regioni, province e comuni) dove i magistrati che si candidano o vengono cooptati per svolgere un incarico pubblico (membro di giunta) non hanno l’obbligo di mettersi in aspettativa.

Risultato: «Attualmente», spiega Eugenio Albamonte, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), «un magistrato può fare ad esempio il sindaco e contemporaneamente continuare a svolgere la propria funzione giudiziaria purché non avvenga nel medesimo circondario». Oppure può decidere di mettersi in aspettativa e candidarsi al consiglio comunale del distretto dove svolge le sue funzioni e, se non eletto, tornare subito nell’ufficio di origine…

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[Foto in apertura di Antonio Scattolon / A3 / Contrasto]

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