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30 agosto 2017

Ora divi non si nasce, si diventa

Una volta l’aura delle star prescindeva dai ruoli. Oggi l’attore è valutato per le singole prestazioni. Mentre premono le “micro-celebrità” da social network

vanni codeluppi*

Dal numero di pagina99 in edicola dal 25 agosto e in edizione digitale

Chissà se anche i divi rimpiangono il passato. Chissà se tra pochi giorni a Venezia, alzando al cielo il Leone d’Oro alla carriera, anche Robert Redford e Jane Fonda verseranno una lacrima al pensiero di “come eravamo”, con lo stesso rimpianto di Hubbell Gardiner nel film di Sydney Pollack. C’è ancora spazio per i divi nell’era di Instagram, oppure la polvere di stelle si è definitivamente posata a terra, spenti i riflettori su un mondo di sogno che, fatto essenzialmente di celluloide, ci ha accompagnato per buona parte del Novecento? Il divismo contemporaneo è stato inventato negli anni Dieci del secolo scorso dalle case di produzione cinematografica di Hollywood e da allora è rimasto sostanzialmente invariato, resistendo persino all’assalto della televisione che pure ha apportato diversi cambiamenti, però non sostanziali.

Tutto cambia però con i nuovi media digitali: l’Olimpo è diventato più raggiungibile, capita infatti spesso di vedere persone sconosciute riuscire a farsi notare e a occupare quel ruolo prestigioso che veniva ricoperto in passato solo dai divi. Persone cioè che riescono a “vetrinizzarsi”, magnificando e valorizzando il più possibile in pubblico se stessi e la propria esistenza sui diversi social network e, soprattutto, attraverso Youtube, in grado di raggiungere circa un miliardo di spettatori unici al mese, una grande televisione sempre disponibile e che però, al contrario della televisione, consente a tutti di entrare liberamente al suo interno, costruendo palinsesti personalizzati.

Conta cosa fai, non solo chi sei

Lo sviluppo di tutto ciò è stato facilitato dal cambiamento del ruolo delle tradizionali star cinematografiche, che in passato passavano di film in film rimanendo identiche a se stesse, mentre oggi hanno la necessità di offrire degli elevati livelli di prestazione interpretativa in ruoli spesso molto diversi.  Anzi, sono considerate soprattutto quando dimostrano di saper recitare al meglio in ruoli estremamente differenti.

Ma, una volta che l’appartenenza al mondo dei divi venga fatta dipendere da un principio di prestazione (la performance attoriale), l’accesso a tale mondo è libero per chiunque sia in grado di fornire un’adeguata prestazione interpretativa. Siamo dunque di fronte all’indebolimento dell’identità del divo tradizionale e alla comparsa di un vero e proprio divo di tipo “prestazionale”.

 

Siamo tutti star?

Per altri tipi di divi scompare la necessità di offrire una prestazione, e questo è molto significativo. Sempre più di frequente la cultura delle società avanzate si popola infatti di personaggi privi di particolari competenze o capacità professionali e che sono diventati celebri solamente grazie alla loro costante presenza mediatica.

Si tratta di persone sconosciute che hanno acquistato una notorietà grazie alla partecipazione a un qualche evento oppure a un determinato programma televisivo, come un quiz o un reality show, o a un abile utilizzo del web per promuovere la propria immagine. In realtà, nell’epoca contemporanea tutti sono portati a compiere quotidianamente delle performance davanti a un pubblico immaginario, sono cioè performer che sentono di doversi esibire in continuazione davanti a una vera e propria “audience diffusa”.

Ciò avviene anche indipendentemente dalla possibilità di dare vita a uno spettacolo che utilizzi precisi canali mediatici: da quando si sono diffusi i social network, le persone sviluppano spesso la consapevolezza di essere al centro dell’attenzione degli altri e per questo cercano di presentarsi al meglio sui propri profili personali, riducendo i contatti fisici e cercando di manipolare quello che appare della propria identità personale stando “dietro le quinte” di una protettiva vetrina digitale.

Tutti hanno un’immagine personale da promuovere e gestire attivamente nel corso del tempo presso una propria audience che va curata con successo. Per gestire al meglio tale fama, le “microcelebrità” imitano le strategie di comunicazione che vengono solitamente impiegate per costruire la propria immagine e la propria reputazione da parte dei divi, i quali riprendono a loro volta i comportamenti adottati da tempo sul piano comunicativo da parte delle marche aziendali.

Non è detto che ciò possa effettivamente funzionare, ma gli individui si espongono comunque quotidianamente nelle diverse vetrine digitali di cui dispongono, perché queste sono gratificanti in quanto consentono di sentirsi pienamente in scena davanti agli altri, una sensazione rassicurante sul piano psicologico.

 

Una vita in vetrina

Qualsiasi platea, grande o piccola che sia, dev’essere continuamente sollecitata con nuovi stimoli, se necessario anche esponendo in pubblico la propria sfera privata più intima. Infatti, se si vuole tenere il passo con quei cambiamenti accelerati che caratterizzano il mondo della comunicazione mediatica, non si devono porre dei limiti all’esposizione della propria vita privata.

Oggi, al contrario, occorre essere sempre disponibili a comunicare e mostrare corpi, desideri e sentimenti. Fare cioè come i divi, che hanno dimostrato di riuscire a vivere molto bene sotto la luce dei riflettori, sia sugli schermi spettacolari che nella loro vita privata.  Il divo, insomma, è diventato oggi un modello di riferimento fondamentale per i comportamenti di molte persone le quali, peraltro, nelle società contemporanee non sono più unite, come in passato, da legami collettivi o da ideologie condivise e devono costruire autonomamente il loro progetto di vita.

Non avendo però più i modelli tradizionali a cui appoggiarsi, sono costrette a cercare nuovi riferimenti e li trovano nei comportamenti dei divi, per sapere come fare, ma anche per essere rassicurate da esempi vincenti. Anche in un’epoca in cui ciascuno sembrerebbe poter essere padrone del suo destino, c’è più che mai bisogno di avere degli eroi.

 

Quello che rimane delle semidivinità

I nostri eroi, però, non sono più quelli del cinema hollywoodiano del passato, considerati come essenze intangibili, soggetti lontani che vivevano in una condizione particolare a metà strada tra l’esistenza quotidiana e il mondo delle divinità. O meglio, come ha sostenuto negli anni Sessanta il sociologo Edgar Morin, che erano vissuti come «esseri ibridi», allo stesso tempo umani e divini, reali e immaginari.

Esseri perciò distanti, seppure in grado di stimolare speranze di divinizzazione nelle persone comuni. I divi di oggi, invece, sono maggiormente inseriti all’interno dello spazio della quotidianità, ma noi riusciamo comunque a riconoscere qualcosa di diverso in loro. A vedere ancora, nonostante tutto, un po’ di “polvere di stelle” che scende sulle loro spalle.

 

* Vanni Codeluppi, sociologo, è professore ordinario all’Università Iulm di Milano, dove insegna Sociologia dei media. A ottobre uscirà per Carocci editore il suo ultimo saggio dal titolo Il divismo. Cinema, televisione, web.

[Foto in apertura di Everett Collection / Contrasto]

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