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30 agosto 2017

La canzone non guarda più indietro

Da Beyoncé a Frank Ocean, il pop si è liberato dalla retromania. Grazie a sonorità black e una ritrovata opposizione alla pervasività della tecnologia

Daniele Bova

Dal numero di pagina99 in edicola dal 25 agosto e in edizione digitale

La forma canzone ha origini millenarie, ma non serve perdersi nei meandri della storia per testare la nostra lontananza da alcune musiche del passato; lo avevano capito bene i Nirvana quando, all’inizio degli anni ’90, girarono il video del brano In Bloom in uno sgranato bianco e nero, per far apparire anacronistiche le dinamiche d’isteria collettiva che si scatenavano durante i concerti dei Beatles.  Ma se chiamassimo in causa un diciottenne di oggi potremmo aspettarci dal suo sguardo una simile messa a fuoco della distanza, siderale, che separa il mondo dei brani musicali odierni da quello di In Bloom. «Nel 2017 qualcuno ascolta ancora i Nirvana?», si chiede appunto un giovanissimo commentatore su YouTube.

Lo sviluppo della pop song potrebbe apparire come lo svolgersi di un percorso rettilineo, che si nutre del proprio passato per rinnovarsi continuamente. Ma qualche anno fa c’è chi ha insinuato un dubbio: «Un tempo il pop ribolliva di energia vitale: la psichedelia degli anni Sessanta, il post-punk dei Settanta, l’hip hop degli Ottanta, il rave dei Novanta.

I Duemila sembrano invece irrimediabilmente malati di passato (…), i negozi di dischi sono invasi da cofanetti celebrativi di vecchie glorie del passato. Le “nuove” band che riempiono le playlist dei nostri iPod saccheggiano e riciclano la musica dei decenni precedenti», scrive il critico musicale Simon Reynolds nel suo famoso libro Retromania. Secondo lui il pop dello scorso decennio, partendo dagli Strokes per arrivare a Lady Gaga, si è alimentato dello spettro di sonorità del passato, lasciandosi pervadere da una generalizzata atmosfera “retrò”.

«La retromania durerà per sempre, oppure si rivelerà una fase storica?», si chiede Reynolds nelle ultime pagine del suo saggio. Oggi, a sei anni di distanza (Retromania è uscito nel 2011), possiamo azzardare che il revival abbia avuto una sua precisa data di scadenza: il 17 maggio 2013, giorno dell’uscita dell’ultimo disco dei Daft Punk, Random Access Memories. Un album programmaticamente passatista, che chiude il cerchio del revivalismo: da quel momento la lente della retromania ha cominciato a rivelarsi inadeguata per mettere in luce ciò che di nuovo stava accadendo nel pop.

Non è un caso, per esempio, che nel singolo di traino dell’album del duo francese, la celebre Get Lucky, ci sia l’impronta di Pharrell Williams, produttore americano tra i responsabili della pervasiva infiltrazione della black music nella canzone contemporanea. Quello dell’invasione dei suoni neri, oltre a costituire uno dei cambiamenti più caratteristici dell’odierna musica leggera, è un fenomeno strutturale, che coinvolge tanto il mainstream quanto ambiti tradizionalmente alternative, con band che declinano il concetto di negritudine in maniera più funk, come gli Unknown Mortal Orchestra, o sperimentale, nel caso per esempio dei Dirty Projectors.

Una delle conseguenze stilistiche di questa tendenza è il prepotente ritorno del mid-tempo, brani più lenti come le hit di Drake: per alcuni sintomo della riconquista di una dimensione erotizzante da parte del pop, per altri semplicemente il riflesso di una condizione contemporanea impersonale e narcotizzante. Sicuramente un netto stacco con quello che avveniva nel pop di qualche anno fa.

Ma l’elemento forse più caratteristico del pop dei nostri giorni è il ritorno della canzone politica. Uno spazio di riappropriazione del reale che diventa terreno fertile per una canzone in dialogo con l’attualità e capace di prendere posizione rispetto al sociale, alle volte in maniera molto netta. È il caso dell’ultimo disco di Beyoncé, Lemonade, che si propone di chiamare le donne afroamericane a una presa di coscienza, riuscendo a scatenare negli Usa un intenso dibattito sul femminismo. O anche dell’acclamato Blonde di Frank Ocean, in cima alla lista dei lavori più rappresentativi del 2016 e incentrato sul racconto delle tappe dell’emancipazione di un artista che è stato fra i primi a trattare l’argomento dell’omosessualità in ambiti limitrofi all’hip hop. Per non parlare del terzo disco di Solange Knowles (la sorella di Beyoncé), A seat at the table, o di Freetown Sound di Blood Orange: lavori che attraverso il racconto personale ci parlano di razzismo, integrazione, coscienza di classe.

«La musica non fa politica, ma rende più consapevoli», ha dichiarato Win Butler, il leader degli Arcade Fire, all’indomani dell’uscita del loro nuovo disco Everything Now. La title track dell’album è una riflessione sulla società contemporanea che ci satura di stimoli senza appagarci, confondendo la velocità di calcolo con la realizzazione personale: si tratta di una critica alla tecnologia e al cattivo uso che se ne fa. Ed è proprio qui che la nuova canzone politica si distanzia da quella del passato, fugando ogni dubbio sulla sua affiliazione a qualsiasi istanza revivalista: nella volontà di relazionarsi, a livello sia lirico che sonoro, all’evenienza di una tecnologia che non è mai stata così pervasiva e che, in quanto tale, rappresenta un elemento di novità assoluta.

«Una cosa che mi sembra piuttosto identificativa di questo momento musicale sono le sperimentazioni con la voce, la vocal science: varie forme di testurizzazione digitale delle voce come l’Autotune, l’accelerazione o il rallentamento dei vocals, il micro-editing dei sample vocali e la creazione di nuovi pattern», ha dichiarato Reynolds in un’intervista. Curiosamente, in questo caso, è proprio il critico musicale che aveva condannato il pop alla nostalgia a intravedere la novità di cui stiamo parlando.

Suggestioni derivanti da uno scenario in cui uomo e macchina possano fondersi (attraverso, per esempio, la voce) o da un mondo iper-tecnologizzato emergono sia nella scintillante produzione digitale del disco di Beyoncé, sia nel minimalismo a bassa fedeltà di Frank Ocean; o addirittura nella neopsichedelia dei Tame Impala, in cui l’artefice di un suono rock simil-analogico è in realtà un vero e proprio songwriter/producer (Kevin Parker) che smanetta con il computer. E tanto basta per suggerirci che l’atteso “ritorno al futuro” del pop contemporaneo veste i panni della black music e di una nuova sensibilità politica che si gioca tutta nell’ambivalente rapporto di attrazione-repulsione verso la tecnologia.

[Foto in apertura di Camera Press / Contrasto]

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