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29 agosto 2017

Farmaco che scade non invecchia

Molti medicinali restano efficaci oltre la data sull’etichetta. Riconoscerlo potrebbe aiutare a ridurre la spesa sanitaria. Ma a Big Pharma conviene

Gabriele De Palma

Dal numero di pagina99 in edicola dal 25 agosto e in edizione digitale

In una delle sequenze più esilaranti di The Wolf of Wall Street, Leonardo DiCaprio assume delle pillole di metaqualone (Lemmon Quaalude, il nome commerciale negli Usa) scadute da quindici anni. Il farmaco, usato con finalità ricreative, impiega un’ora e mezza per fare effetto, un po’ più di quanto previsto dall’attore, ma si dimostra ancora potente. La trovata dello sceneggiatore descrive bene un fenomeno a cui due ricercatori statunitensi – Lee Cantrell, uno dei responsabili del Centro antiveleni della California, e Roy Gerona, dell’Università statale di San Francisco – hanno dedicato anni di studi: la longevità dei farmaci ben oltre la data di scadenza ufficiale.

 

Una scoperta sorprendente

Tutto ebbe inizio il giorno di cui Cantrell trovò nel deposito di una farmacia alcuni medicinali scaduti. In media erano passati trent’anni dalla data riportata in etichetta, con alcuni farmaci che risalivano a prima che Neil Armstrong posasse piede sulla Luna. Un’occasione imperdibile per verificare l’attendibilità della longevità dei farmaci indicata. Cantrell, con l’aiuto di Gerona, li analizzò in laboratorio.

Il risultato fu sorprendente: dodici dei quattordici farmaci avevano conservato l’efficacia del principio attivo. La pubblicazione della ricerca suscitò, oltre alle critiche di chi considerò pericolosa l’inferenza che se ne può trarre, e cioè che si possano ignorare le scadenze certificate, un grande interesse da parte della comunità scientifica. Cantrell chiarì che se fosse stato possibile perfezionare il sistema di datazione della validità del principio attivo, il risparmio per le finanze pubbliche sarebbe stato notevole.

 

Come viene stabilita la durata

Il processo attraverso cui viene stabilita la longevità dei farmaci è il risultato di un dialogo tra le case farmaceutiche e le autorità competenti, nel caso degli Usa la Food and Drugs Administration, in Italia l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Il processo segue linee guida identiche in Europa, Usa e Giappone. Da noi i dati di laboratorio registrati dalle aziende vengono controllati e validati, o meno, dall’Aifa.

Il problema è che questo processo avviene in fase di lancio sul mercato di un nuovo medicinale, momento in cui non è possibile fare studi sulla tenuta effettiva del principio attivo. Con rarissime eccezioni, i farmaci hanno date di scadenza che vanno dai due ai tre anni, e nessuno supera il limite di cinque anni, sia che si tratti di compresse, di soluzioni o di creme. L’industria farmaceutica non ha il tempo materiale di verificare i dati prima di richiedere l’autorizzazione per la commercializzazione del medicinale; i brevetti durano venti anni e dal momento del deposito a quello della richiesta di messa in commercio ne passano poco meno di dieci.

Non si può chiedere loro di aspettare altri cinque anni per accertarsi che il declino del principio attivo segua le previsioni. Si potrebbe imporre una verifica successiva, quando il farmaco è già sui bachi del farmacista, per correggere eventualmente le date. Ma nessuno lo fa e, da parte loro, le aziende non hanno alcun interesse ad aumentare il ciclo di vita dei propri prodotti con l’inevitabile conseguenza di venderne di meno.

 

Una misura precauzionale

«È una misura precauzionale», spiega Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, «non si sa come le famiglie conservano i medicinali». E ben si comprende la precauzione nell’indicazione della data di scadenza dei farmaci vista l’impossibilità di controllare se vengano effettivamente conservati in luogo fresco e asciutto, a una temperatura stabile e senza subire alterazioni. Discorso diverso sembra però potersi fare per le farmacie degli ospedali e per quelle sparse sul territorio, dove la consapevolezza e la professionalità sono garantite dal curriculum di chi ci lavora.

 

Il nuovo studio sull’epinefrina

Cantrell e Gerona hanno dato seguito alla loro prima ricerca con una nuovo studio pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, rivista scientifica con un impact factor da capogiro, effettuato su un particolare tipo di medicinali, quelli in forma liquida, considerati i più sensibili al deterioramento. I due ricercatori sono riusciti a ottenere quaranta dosi di epinefrina (adrenalina) auto-iniettante da privati cittadini che le hanno lasciate scadere. Un campione particolarmente significativo di farmaci nella forma più deteriorabile e conservati senza garanzie di stabilità ambientale.

Le dosi di epinefrina erano scadute da uno a cinquanta mesi, a seconda dei casi, e la loro analisi ha comprovato la bontà della prima ricerca: più della metà aveva mantenuto l’efficacia del principio attivo oltre il 90 per cento, nessuna di esse aveva perso più del 20 per cento del proprio effetto, nessuna aveva sviluppato caratteristiche tali da risultare tossica per il paziente. Ogni dose viene venduta negli Usa a un prezzo di trecento dollari ed essendo farmaci salvavita di pronto soccorso molto spesso occupano per venti mesi i kit di emergenza senza essere utilizzati.

«Un titolo dell’80 per cento, che potrebbe presupporre un residuo mantenimento di efficacia», ci dice un portavoce dell’Aifa al riguardo, «comporta un 20 per cento di prodotti di degradazione che, a seconda della loro natura, potrebbero essere più o meno tossici». Potrebbero, ma anche no, come nel caso dell’epinefrina analizzata, sebbene il campione sia troppo ridotto per poter rendere inattaccabili le conclusioni dei ricercatori. Di certo, gli importi risparmiati da un più preciso calcolo della longevità dei farmaci potrebbero essere cospicui.

Ad accorgersene per prima è stata la Difesa statunitense, che da tempo ha richiesto alla Fda una modalità per estendere la vita dei farmaci. La richiesta venne accolta con l’istituzione, nel 1986, del Shelf-Life Extension Program (Slep) e da allora molti sono stati i farmaci passati per i laboratori governativi, col risultato che nella maggior parte dei casi la scadenza è stata protratta di quattro anni. Nel 2016, stando a quanto dichiarato dal dipartimento della Difesa Usa e riportato da Probublica, i costi per sostenere il programma sono stati di tre milioni di dollari a fronte di risparmi per oltre due miliardi. Forse varrebbe la pena di effettuare qualche analisi in più.

 

[Foto in apertura di Gabriel Bouys / Afp / Getty Images]

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