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28 agosto 2017

Gentrification, contrordine: la classe creativa rovina le città

Il pentimento di Florida sui guasti della gentrification conquista la sinistra radicale Usa: trasformazioni urbane motore di disuguaglianza

Samuele Cafasso

Dal numero di pagina99 in edicola dal 25 agosto e in edizione digitale

La classe creativa non salverà le città occidentali. Anzi, probabilmente le ha portate alla rovina, acuendo e potenziando quel fenomeno di concentrazione del reddito e della ricchezza nelle mani di pochi che è la vera piaga del Ventunesimo secolo. Da una parte centri cittadini inaccessibili alle classi popolari e punteggiati da bar shabby chic e appartamenti in affitto su Airbnb, dall’altra periferie in mano a gang violente e spaccio di droga.

Non era questo il mondo che si era immaginato Richard Florida, l’influente studioso americano autore nel 2002 di un fortunato saggio, L’ascesa della classe creativa (in Italia edito da Mondadori nel 2003), che molto ha ifluenzato politici e urbanisti negli ultimi quindici anni. L’idea di Florida era che le città, nell’era post-industriale, dovessero adattarsi per accogliere al meglio i lavoratori “creativi”, ingegneri ad alta specializzazione, artisti a vario titolo, giornalisti, e che questo avrebbe permesso il rifiorire degli ambienti urbani su nuove basi, spingendo allo stesso tempo la crescita economica.

Lo scenario di Florida in parte si è avverato, ma una conseguenza non prevista è stata l’espulsione delle classi disagiate dalle città, mentre dei “frutti” delle nuove città hanno goduto non tanto l’insieme dei lavoratori della classe creativa, quanto quelli che, per redditi e ricchezza famigliare accumulata, potevano permettersi di affrontare l’esplosione dei costi delle abitazioni. Di fatto, la gentrification. Proprio questo problema è al centro del nuovo saggio di Florida, The New Urban Crisis (Basic Books, 2017), di cui pagina99 ha parlato nel numero del 2 giugno e che in America sta sollevando un intenso dibattito.

Adesso è sceso in campo anche Jacobin, il periodico della sinistra radicale americana, con una recensione intitolata “Richard Florida è dispiaciuto”: «Oggi – scrive Sam Wetherell – anche Florida riconosce di avere sbagliato. L’ascesa della classe creativa in posti come New York, Londra, San Francisco ha generato crescita economica solo per chi già era ricco, cacciando poveri e classe operaia. I problemi che una volta affliggevano il cuore delle città ora si sono spostati nelle periferie».

Lo sbaglio capitale di Florida, sostiene il magazine, è aver ridotto la creatività a un semplice strumento di sviluppo, «sperando di trasformare la spontaneità umana in crescita economica». Non è andata così e oggi «chi non ha una sua ricchezza personale, fatica a tirare su uno stipendio dalla scrittura o dalla musica». Florida aveva ragione: l’economia della creatività è il nuovo mondo, conclude Jacobin. Ma non è un paradiso, anzi.

[Foto in apertura di P. Wolmuth / REA / Contrasto]

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