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6 agosto 2017

Riyad e sciiti iracheni: asse per isolare l’Iran

I sauditi vogliono arginare l’ascesa dei rivali. Anche a costo di allearsi con l’ex nemico al-Sadr, tra i più influenti clerici dell’Iraq. Con il placet di Trump

Giuliano Battiston

Il 30 luglio a Jedda, in Arabia Saudita, si è tenuto un incontro molto particolare. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha incontrato Moqtada al-Sadr, tra i più influenti clerici sciiti iracheni. In una delle foto ufficiali sono ritratti seduti uno accanto all’altro, soddisfatti. Contenti di un incontro che serve a mandare segnali politici significativi. Il primo, e più importante, è diretto a Teheran. E recita più o meno così: «L’Iraq non finirà nelle mani degli ayatollah: si chiude qui l’epoca dell’espansionismo di Teheran».

Nelle ultime settimane si erano registrati segnali che andavano in questa direzione: la visita in Arabia Saudita del primo ministro iracheno Haider al-Abadi, poi quella del ministro dell’Interno, Qasim al-Araji. Lo scorso febbraio, era stato Adel al-Jubeir a visitare Baghdad: la prima visita ufficiale di un ministro degli Esteri saudita dal 1990. Infine, il 30 luglio, l’arrivo a Jedda di Moqtada al-Sadr, esponente di una delle famiglie più autorevoli dell’Islam sciita, accolto in pompa magna nella patria dell’Islam sunnita più rigoroso e conservatore, il wahabismo di Stato della famiglia Saud.

Religione e orientamenti teologici o dottrinali qui però non c’entrano. C’entra la politica. Gli interessi. L’incontro di Jedda serve a rafforzare il ruolo dei sauditi in Iraq, un Paese in cui dal ritiro delle truppe statunitensi nel 2011 è cresciuta visibilmente l’influenza dell’Iran, storico antagonista dell’Arabia Saudita. Ma serve anche a consolidare il peso politico del clerico iracheno in casa, dove deve fare i conti con la rete di alleati locali costruita pazientemente da Teheran, che ha saputo sfruttare a proprio vantaggio il collasso istituzionale causato dagli effetti dell’occupazione americana del 2003.

Per molti anni Moqtada al-Sadr è stato visto come una pedina nelle mani dell’Iran. Il suo “Esercito del Mahdi”, centrale nell’opposizione armata ai soldati statunitensi in Iraq, riceveva finanziamenti da Teheran. Gli analisti hanno creduto che fosse definitivamente finito nell’orbita iraniana, che rappresentasse la testa di ponte di un progetto egemonico per controllare l’Iraq: l’uomo giusto per farne uno Stato-cliente, disinnescando l’ostilità legata all’eredità della sanguinosa guerra degli otto anni (1980-1988).

Ma i rapporti tra Moqtada al-Sadr e l’establishment della Repubblica islamica non sono mai stati semplici, ha spiegato Nicholas Krohley nel libro The Death of the Mehdy Army: Insurgency and Civil society in Occupied Baghdad. Non lo erano già ai tempi della “prima vita” del clerico, quando indossava la veste del condottiero dell’esercito di uomini puri contro le forze di occupazione. Quei rapporti sono peggiorati con il tempo. E sono piuttosto tesi oggi, con Moqtada al-Sadr che gioca a fare il politico…

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[Foto in apertura di Sergey Ponomarev / The New York Times / Contrasto]

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