Seguici anche su

24 luglio 2017

La cittadinanza è un business per ricchi

Per diventare americani servono 500 mila dollari, maltesi 800 mila. Cipro ti regala il passpartout per l’Europa. Essere cittadini non è più un fatto di appartenenza

ELISA VENCO

Nel 2010 Gary Becker, Nobel per l’economia, avanzò una proposta per risolvere il problema dell’immigrazione illegale: vendere la cittadinanza americana per 50 mila dollari. A suo dire, il costo avrebbe garantito l’ingresso nel Paese a persone giovani, ambiziose e determinate, le sole in grado di racimolare la cifra prima di aver varcato il confine, o fiduciose di poterla restituire dopo averlo fatto.

Becker fu irriso e la sua idea liquidata. Oggi, infatti, per ottenere la green card servono 500 mila dollari. E come gli Usa si comportano i numerosi altri Paesi che hanno varato i cosiddetti programmi di “cittadinanza per investimento”, che neppure prescrivono che il richiedente visiti mai la sua nuova Patria.

Simili iniziative rivelano la totale arbitrarietà del concetto di appartenenza a una nazione: «La storia della cittadinanza nel secolo XXI è l’ennesimo esempio della profonda diseguaglianza tra l’Occidente e il Sud del mondo, tra i ricchi e i poveri», scrive la giornalista Atossa Araxia Abrahamian nel saggio Cittadinanza in vendita (La Nuova Frontiera). «Non tutti i passaporti sono uguali, non tutte le nazionalità parimenti desiderabili. E gli stessi Paesi che respingono la povera gente arrivata via mare stendono tappeti rossi per i ricchi investitori che possono pagarsi i documenti».

Le cifre dell’operazione sono variabili: l’opzione più a buon mercato riguarda la Repubblica Dominicana, dove si diventa cittadini con circa 100 mila euro, poca burocrazia e, non di rado, ancor meno controlli. Basti pensare che un passaporto diplomatico era stato concesso al catanese Francesco Corallo, meglio noto come “il Re delle slot”, arrestato per vari reati tra cui il riciclaggio.

Per 250 mila dollari invece si diventa cittadini delle isole caraibiche di St. Lucia, di Antigua, Grenada (che ha circa 100 mila abitanti sul suo territorio e 30 mila domiciliati in Usa) o della federazione di St. Kitts e Nevis. I documenti di quest’ultima, grazie ad accordi bilaterali, aprono senza visto le porte di 131 Nazioni, Stati Ue compresi (il top di gamma, la Germania, arriva a 153: Deutschland uber alles). La peculiarità ha enormemente aiutato la bilancia commerciale di St. Kitts, che dai passaporti ha raccolto introiti crescenti, dall’1% del Pil nel 2006 al 37% nel 2015, un’idea che ha trovato entusiasti adepti anche in Europa, dove un solo documento dischiude tutta l’area Schengen…

Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

[Foto in apertura di Nikos Pilos / Laif / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti