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24 luglio 2017

Come è rinato il calcio tedesco

La riforma del 2000 ha puntato tutto sui giovani con investimenti per quasi un miliardo. Se ora la nazionale miete successi è anche grazie allo ius soli

STEFANO CASERTANO

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Berlino. Gianni Brera aveva la sua teoria sull’origine del “catenaccio all’italiana”: con le poche calorie del ventennio fascista, un popolo già poco dotato fisicamente era così svantaggiato rispetto alle genti nordiche che poteva solo puntare su una strategia di difesa e contropiede. Non era una tesi peregrina: alla leva, nel dopoguerra, l’altezza media dei diciottenni italiani era inferiore al metro e settanta. Ma poi le calorie sono tornate – e con esse è cambiato anche il calcio.

In Italia si difende sempre (e magari difende la linea della Juventus), ma già Bearzot ebbe l’ardire di avanzare Cabrini verso il centrocampo in finale contro la Germania a Spagna 1982. Era il preambolo del “calcio totale” che Sacchi, ispirato da Cruyff, espresse appieno nei mondiali in Usa nel 1994. All’opposto c’è la Germania. Organizzata, fisica, testarda, per decenni elegantissima strategicamente, ma cieca per quanto riguarda la tattica.

Una nazionale che fino al 2016 non aveva mai vinto una partita ufficiale contro l’Italia – per quanto la Fifa registri una vittoria ai rigori come pareggio. Ma tant’è: la Germania ce l’ha fatta, e non a caso. Mentre l’Italia attaccava con Pellé ed Eder, bravi giocatori noti però solo agli aficionados del fantacalcio, la Germania esprimeva una nuova generazione di talenti ben più noti. Khedira, Özil, Müller, Gomez: professionisti contesi dai grandi club europei.

Non è fortuna quella tedesca. Talenti ne nascono sempre (e in tutti i settori). Fondamentale è che esista un contesto in grado di farli crescere, e così è in Germania. Ha aiutato, certo, anche il cancelliere Gerhard Schöder con una riforma della cittadinanza che dallo “ius sanguinis” di guglielmina memoria (è tedesco chi ha sangue tedesco) è passata allo ius soli (è tedesco chi nasce in Germania), a patto che uno dei genitori risiedesse nel Paese da almeno otto anni. Da qui, si sono aperte le porte della nazionale per molti stranieri.

La riforma del calcio germanico è stata approvata nel 2000, subito dopo un europeo imbarazzante che aveva visto la Germania fuori ai gironi, con un passivo di cinque gol, una sola rete segnata e un solo misero punto. Presto erano state dimenticate le previsioni di Franz Beckenbauer, allenatore (per quanto ufficialmente “team manager”) della Germania vincente a Italia ’90, tre mesi prima della riunificazione: «La Germania diventerà più forte con i giocatori dell’Est e per anni sarà imbattibile».

La Germania d’oro degli anni Novanta si era ubriacata dei propri successi e aveva perso il contatto con la realtà. 2002: la nazionale arriva in finale contro il Brasile negli anomali mondiali nippo-coreani, ma perde 2 a 0. Due anni dopo agli europei in Portogallo è di nuovo fuori ai gironi. Si arriva all’assurdo: la Federcalcio turca si sente autorizzata ad aprire un ufficio in Germania per far scorta di talenti tra i tre milioni di turchi residenti nel Paese. L’ufficio era guidato dall’ex del Borussia Dortmund Erdal Keser: «La federazione per anni non aveva avuto alcun interesse per i giovani, per questo abbiamo avviato lo scouting».

Per l’attuale allenatore della nazionale, Joachim Löw, secondo quanto dichiarato al Süddeutsche Zeitung, «all’epoca il calcio tedesco era a terra. Era necessario intraprendere delle misure: solo con le virtù tedesche non ce l’avremmo fatta. Ci siamo detti che dovevamo investire di più nella formazione e avere giocatori meglio dotati tecnicamente».
Per motivi di spazio e imbarazzo non esploreremo qui cosa intendesse Löw con «virtù tedesche». Ci concentreremo invece sulle misure intraprese.

È stato fatto obbligo per tutte le squadre della Bundesliga di metter su accademie giovanili per la crescita dei talenti; è stato creato un network di contatto che metteva insieme le accademie e tutti i centri di formazione; e infine è stata creata una “Bundesliga-A” giovanile. I frutti sono stati colti già ai mondiali del 2006 in Germania, con gli allora giovani Schweinsteiger, Lahm e Podolski a calcare la scena – peccato che la “favola estiva” dei tedeschi abbia dovuto spegnersi in occasione di una memorabile partita contro l’Italia.

Tra investimenti sui talenti e passaporti, i risultati arrivano: con Matthias Sammer direttore dello sviluppo dei talenti (dal 2006 al 2012), nel 2009 tutte le nazionali giovanili tedesche vincono gli europei. Non a caso nella nazionale under 21, che asfalta 4 a 0 l’Inghilterra in finale, ci sono sei giocatori che nel 2014 avrebbero portato alla vittoria ai mondiali brasiliani, con inclusa umiliazione 7 a 1 dei padroni di casa.

Attualmente ci sono in Germania 366 centri di sviluppo talenti. Le squadre devono spedire i giocatori più promettenti a un paio di allenamenti supplementari a settimana in questi centri, sotto la supervisione di un totale di 1.300 allenatori. Da qui ci sono 29 coordinatori che fungono da contatto tra i 1.300 allenatori e le squadre professionistiche. I centri servono anche per definire le rappresentative regionali, da cui si scelgono le nazionali giovanili. Ogni anno transitano per i centri qualcosa come 600 mila ragazzini, per un budget attorno ai 25 milioni di euro.

Non basta: le squadre della prima e seconda divisione devono avere una propria “cantera” che risponda a precisi requisiti tecnici (compresi tre campi regolamentari). Così, i club fino al 2015 hanno investito 800 milioni di euro nel settore giovanile, e altri 100 milioni sono arrivati dalla federazione. Ha ricordato il dirigente di Lega Andreas Rettig come «la riforma fosse nell’interesse dei club, ma in una certa misura abbiamo dovuto costringerli». Si parla cioè di commissari spediti a controllare se i centri giovanili delle squadre rispettassero regole e standard, con punizioni e così via.

A parte l’approccio tecnico, a cambiare è il rapporto tra direttori sportivi, allenatori e giocatori più giovani. Agli assordanti mondiali sudafricani nel 2010 l’età media dei calciatori tedeschi era 25,3 anni (e la nazionale perse 1 a 0 in semifinale contro la Spagna di allora); due anni dopo, agli europei in Ucraina e Polonia, l’età media era scesa a 24,4 anni (e la Germania uscì in semifinale contro una rodatissima e brillante Italia). I mondiali brasiliani vengono vinti con una squadra dall’età media di 25,8 anni. Paragoniamo rapidamente con le età medie della nazionale italiana: 26,3 anni nel 2010, 27,2 nel 2012, fino al record di 29,2 nel 2014 – la nazionale più vecchia di sempre, che tanti fa sentir giovani.

Per questo non è più un tabu mandare in campo un giocatore giovane in Germania, visto che i ragazzi possono contare su esperienze di alto livello tecnico già in tenera età. Il problema principale agli inizi sembrava essere ideologico. Il manager del Werder Brema, Willi Lemke, ebbe a dire che «la mia squadra non vuole seguire questo principio! Noi abbiamo anche un compito socialpolitico! Dobbiamo offrire ai bambini attività per il loro tempo libero, dobbiamo stimolare il loro comportamento solidale e sviluppare lo spirito di gruppo!».

Il crocianesimo, insomma, riguardava anche alcune sacche di resistenza in terra tedesca – e il confesso socialdemocratico Lemke ne era piena espressione. Parlava nel 1998 – ma dopo i disastri agli europei successivi, la riforma è stata invocata a più voci. E dopo i mondiali del 2016, a certi dubbi nessuno ha pensato più.

[Foto in apertura di Franck Fife / Afp / Getty Images]

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