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22 luglio 2017

Interferenti endocrini, quei veleni che non ci fanno paura

L’Europa sta approvando nuove regole sugli interferenti endocrini criticate da tutti i medici. Ma, al contrario dei vaccini, nessuno sembra preoccuparsi

Giovanna Faggionato

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Bruxelles. Nessun dibattito, non una protesta, un appello, nemmeno un politico pronto a rilasciare una dichiarazione. Semplicemente, niente di niente: nell’Italia delle manifestazioni rabbiose contro i vaccini, la decisione dell’Unione europea sugli interferenti endocrini, le sostanze chimiche che danneggiano il nostro sistema ormonale, è passata quasi sotto silenzio. Un’eco lontana a cui hanno dato spazio solo le riviste di settore o delle associazioni dei consumatori.

E pensare che in Francia era stata tema da campagna elettorale. Nel programma di En Marche, Emmanuel Macron prometteva risoluto: «Metteremo la Francia alla guida della battaglia contro gli interferenti endocrini (detti anche distruttori, o disturbatori endocrini, ndr.) e pesticidi: una delle principali cause dell’aumento del cancro tra i bambini negli ultimi 20 anni».

Gli interferenti endocrini sono sostanze chimiche, per lo più di origine industriale e sono associati ad alcune delle patologie più in crescita degli ultimi decenni: infertilità, tumori al seno, alla prostata e alla tiroide, disturbi neurologici nei bambini, malformazioni nello sviluppo del cervello e dei testicoli.

Nel 2013 l’Organizzazione mondiale della sanità li ha definiti una minaccia alla salute globale e una minaccia diffusa visto che si possono trovare in moltissimi prodotti di uso quotidiano: negli shampoo e nelle plastiche, nelle creme solari e nella carta degli scontrini. Possono entrare nella nostra catena alimentare attraverso i prodotti agricoli trattati con pesticidi e erbicidi e rimanerci non essendo biodegradabili.

 

Il dietrofront di Macron

Il dossier su come definire i criteri con cui individuare e bandire gli interferenti endocrini si trascinava da anni a Bruxelles. Il continuo rinvio aveva costretto nel 2015 la Corte di giustizia dell’Ue a intervenire imponendo alla Commissione di chiarire le regole. Ma una volta presentata, la proposta era stata di fatto bloccata dall’ostruzionismo di Francia, Danimarca e Svezia, che la consideravano poco tutelante per la salute dei consumatori. Conquistato l’Eliseo, il governo di Macron ha però cambiato idea e il 4 luglio, dopo mesi di negoziati, è arrivato il via libera alla decisione Ue senza che ne fosse modificata la sostanza rispetto alla prima versione prima avversata da Parigi e poi appoggiata.

«I criteri proposti richiedono un livello di prove senza precedenti rispetto, per esempio, alla determinazione dei cancerogeni e non rispettano le conoscenze scientifiche di oggi», è la nota che l’ambasciata svedese ha inviato a pagina99. Lo stesso hanno ribadito la Società europea di endocrinologia, la Società europea di endocrinologia pediatrica e la Endocrine society americana.

In una lettera inviata alla Commissione, le tre società scientifiche esprimono la loro seria preoccupazione: toni pacati, contenuti durissimi. «I criteri», si legge, «non sono scientificamente soddisfacenti», «prevedono esenzioni arbitrarie», «non saranno efficaci nel proteggere la salute pubblica e l’ambiente come richiesto dal Trattato dell’Unione europea».

 

«Violato principio di precauzione»

«La Commissione non ha consultato le società scientifiche», spiega a pagina99, Luca Chiovato firmatario della missiva e responsabile dell’unità operativa di medicina interna e endocrinologia degli istituti clinici scientifici Maugeri di Pavia.

«Alla base della nostra protesta c’è la differenza tra il principio di evidenza e il principio di precauzione. Il principio di evidenza è quello che ha reso la medicina una scienza, ma nel caso di queste sostanze andrebbe utilizzato il principio di precauzione perché sono sostanze che si accumulano nell’ambiente. La Danimarca e la Svezia trovano ancora nelle balene dell’Artico il ddt bandito negli Anni 70. Nei grandi laghi americani si è riscontrata la femminilizzazione degli anfibi a causa di inquinanti chimici ambientali oggi vietati. Gli attuali criteri potrebbero consentire l’utilizzo di composti chimici che hanno un comportamento simile a quello di distruttori endocrini già noti, per i quali, tuttavia, non esiste ancora l’evidenza (cioè la prova) epidemiologica di un effetto endocrino dannoso. La Commissione Ue rivendica di essersi fondata sul livello di conoscenza scientifica attuale. Ma in realtà gli studi alla base della proposta sono in parte superati e non sempre tengono conto di nuovi dati sperimentali». «Attualmente», spiega Chiovato, «conosciamo almeno quattro assi endocrini che possono essere perturbati dai distruttori endocrini: il primo è quello gonadico, con un prevalente effetto anti-androgeno e estrogeno-favorente, potenziale causa di disordini riproduttivi e di tumori ormono-dipendenti. Il secondo è l’asse tiroideo con riduzione della funzione di questa ghiandola, evento particolarmente pericoloso in gravidanza per le possibili ripercussioni sullo sviluppo del sistema nervoso centrale del feto e del neonato.

L’esempio più antico di distruttore endocrino tiroideo è quello del perclorato, utilizzato come fertilizzante, ma anche, negli anni 50-60, come farmaco anti-tiroideo. Alcuni composti chimici sono stati sospettati per un possibile effetto favorente lo sviluppo del diabete tipo 2, interferendo sia sulla secrezione, sia sull’effetto periferico dell’insulina. Infine è stato prospettato un rapporto tra distruttori endocrini, sostanze prevalentemente lipofile che si accumulano nel tessuto adiposo, e obesità».

La ricerca dunque avanza, con esperimenti e test che richiedono tempo, ma intanto ogni anno vengono sintetizzate cinquemila nuove sostanze chimiche di cui non si conoscono gli effetti sul sistema ormonale. In più la decisione Ue include una clausola che esclude dai criteri generali alcune sostanze presenti nei pesticidi e progettate esplicitamente per interferire con il sistema ormonale degli insetti.

 

Gli interessi tedeschi

«La Germania ha ottenuto questa esenzione perché la sua industria ci tiene evidentemente a conservare queste sostanze il più a lungo possibile», ha spiegato nel giorno del voto il ministro francese della transizione ecologica, Nicolas Hulot, e subito è corso ai ripari promettendo che se «la loro pericolosità sarà provata, Parigi le farà uscire unilateralmente dal mercato».

Per Natacha Cingotti, esperta di politiche del settore chimico per l’associazione Health and Environment Alliance, una delle 19 organizzazioni non governative fondatrici della rete Edc-free per modificare la proposta Ue, «sulla Francia ci sono state pressioni politiche fortissime». «Conosciamo da vicino il loro team tecnico e il lavoro che hanno fatto e non possiamo credere che abbiano cambiato posizione. Il problema è che più si rende difficile l’identificazione di queste sostanze come distruttori endocrini, più tempo i cittadini rimangono esposti. L’Unione dovrebbe spingere il sistema produttivo ad utilizzare alternative sicure: sarebbe il modo naturale di sostenere l’innovazione», spiega.

L’esempio calzante è il bisfenolo A, sostanza presente in moltissime plastiche e di cui dal 2011 è stato vietata la presenza nei biberon. Ci sono voluti vent’anni, dice Cingotti, ma a luglio la Commissione l’ha riconosciuto come interferente endocrino, nemmeno un mese dopo è stata annunciata la scoperta di molecole che possono essere utilizzate al suo posto. In ogni caso, ora l’ultima parola spetta al Parlamento europeo: ha tre mesi di tempo per rigettare la decisione.

Lo chiede anche una petizione che ha raccolto 465 mila firme, quelle italiane sono appena 2.700. «L’Italia va in piazza contro i vaccini, dimenticandosi di malattie devastanti ed epidemiche comuni fino a non molti anni fa; dice no al nucleare, facendo finta di non vedere le centrali nucleari di altri Paesi a pochi chilometri dai nostri confini», chiosa Chiovato, «tutto questo da l’idea di una cultura dominante poco o addirittura anti-scientifica».

 

[Foto in apertura di Phil Ashley / Getty Images]

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