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17 luglio 2017

Se le carceri italiane sono scuole di jihadismo

In Italia dal 2009 teniamo d’occhio i detenuti considerati più pericolosi, ma non basta. Perché, dove manca chi parla arabo, i cattivi maestri hanno gioco facile

Giuliana De Vivo

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Lo scorso 6 luglio alcuni detenuti nelle prigioni britanniche considerati pericolosi esponenti del radicalismo islamico sono stati trasferiti in una sezione speciale del penitenziario di massima sicurezza di Frankland, contea di Durham, nel nord dell’Inghilterra, in regime di isolamento. Il piano del ministero della Giustizia inglese prevede l’apertura di altri due padiglioni ad hoc nelle strutture di Full Sutton, vicino York, e di Long Lartin, nel Worcestershire. Qui, nei prossimi mesi, finiranno gli altri tra i 28 carcerati ritenuti most subsersive extremist prisoners. Obiettivo: evitare che il periodo di detenzione si trasformi in occasione di propaganda nei confronti degli altri reclusi.

Un pericolo, questo, di cui la giustizia italiana è da tempo cosciente. Già dal 2009 esiste, da noi, un sistema simile a quello delle jihadi jails appena partito oltremanica. E la relazione del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza) dell’anno prima rilevava «una insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da veterani nei confronti di connazionali detenuti per reati minori», descrivendo il fenomeno «in crescita negli ambienti carcerari».

 

L’esigenza di equilibrio

L’attenzione sul problema è rimasta costante nel dibattito politico italiano. A febbraio 2015, quando a Palazzo Chigi c’era ancora Matteo Renzi, il guardasigilli Andrea Orlando disse durante un convegno della Fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) dedicato a “Stato islamico e minaccia jihadista” che «le carceri sono luoghi in cui si può strutturare una visione estremista dell’Islam, con capacità di proselitismo».

Aggiunse che quello stesso proselitismo rischiava di essere favorito da «una legiferazione animata da populismo penale che riduce l’area dei diritti e agevola l’individuazione degli occidentali come nemici dell’Islam». Il nodo dell’equilibrio tra un controllo serio necessario e il rischio che regole troppo rigorose favoriscano quella che lo studioso Olivier Roy definisce «islamizzazione della radicalità» è ben noto ai vertici dell’apparato giudiziario e di quello penitenziario: non sembra però essersi tradotto in nuove regole di sistema, ma più che altro in interventi spot variabili da istituto a istituto e sicuramente perfettibili.

 

Il circuito dei pericolosi

Il protocollo di monitoraggio in vigore dal 2008 guarda anche all’esterno: il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, per affinare il controllo preventivo del radicalismo tra i detenuti, ha avviato una comunicazione costante con il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), del quale fanno parte anche polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza e le agenzie di intelligence Aisi e Aise. All’interno, il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria raccoglie e aggrega le informazioni provenienti dalle patrie galere: è anche in base a queste che oggi 365 detenuti rientrano nelle categorie dei “monitorati” (165), “attenzionati” (76) o “segnalati” (124).

I primi sono quelli che mostrano forme evidenti di radicalizzazione e di propensione al reclutamento, nei secondi sono stati notati atteggiamenti di vicinanza al fondamentalismo islamico, i terzi sono considerati da tenere d’occhio perché entrati in contatto con gli appartenenti agli altri due gruppi. Viste così, le maglie del controllo appaiono stringenti. Va detto che tra tutti questi detenuti sono 44 quelli sottoposti, dal 2009, a un regime carcerario speciale, perché già condannati o sotto processo per terrorismo internazionale: rientrano nel circuito dell’As2, quello dell’alta sorveglianza, che consente contatti tra di loro nelle ore d’aria ma non con i detenuti al di fuori di questo regime.

Oggi queste 44 persone sono tutte recluse in tre carceri italiane: Sassari, Nuoro e Rossano Calabro. A Sassari, per esempio, c’è il tunisino Hamadi ben Abdul Aziz ben Ali Bouyehia, inserito nella lista dei terroristi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, legato ad al-Qaeda e al gruppo sunnita curdo Ansar al-Islam per il quale faceva proselitismo a Milano. Nel capoluogo lombardo fu arrestato nell’ottobre 2002, è stato condannato in via definitiva nel 2009. A Nuoro c’è il macedone Vulnet Maqelara, noto alle cronache come Karlito Brigante (sì, aveva cambiato nome ispirandosi al film cult Carlito’s Way), arrestato dai carabinieri del Ros di Roma a marzo dello scorso anno mentre stava per partire per l’Iraq al fianco dell’Isis e condannato a otto anni di reclusione.

 

I limiti del controllo

Il problema, però, è che l’indottrinamento funziona un po’ come la calunnia del Barbiere di Siviglia: il processo con cui il male si insinua nelle teste di chi, prigioniero, cerca delle risposte, è spesso sufficientemente sotterraneo da farsi notare solo quando quelle teste sono ormai del tutto obnubilate, in capaci di un pensiero davvero lucido. Il nostro Maqelara-Karlito Brigante ne è un esempio: dal 2004 in poi è entrato e uscito di cella diverse volte, sempre per reati comuni – dalle lesioni personali alla rapina, dall’aggressione a pubblico ufficiale alla detenzione di armi –: un tipo poco raccomandabile, certo, ma non un jihadista. Eppure proprio durante una di queste detenzioni ha conosciuto Firas Barhoumi, 29enne tunisino che era già in Iraq come foreign fighter al momento dell’arresto di Karlito. È sotto l’influenza di Barhoumi, hanno ricostruito gli investigatori, che il criminale macedone si trasforma in un aspirante combattente dello Stato islamico.

«Tutti quelli che abbiamo visto finora sono casi di elementi radicalizzatisi nelle carceri, dove si trovavano per altre ragioni», conferma il procuratore aggiunto Francesco Caporale, coordinatore del pool Antiterrorismo di Roma. «Ovviamente non tutti i comportamenti sospetti che rileviamo integrano il reato di terrorismo internazionale, ma abbiamo il vantaggio che questi segnali, riscontrati nella situazione intramuraria del carcere, portano a una segnalazione al prefetto qualora questi soggetti escano».

A fronte degli altri 321 detenuti fuori dal circuito di alta sorveglianza ma comunque sotto osservazione, il bacino delle potenziali vittime di questo meccanismo è però ben più ampio. La popolazione carceraria di religione musulmana è la seconda dopo quella cattolica: l’11,4% dei detenuti in Italia. O meglio, questo è il dato ufficiale, ma in concreto sono molti di più, come fa notare, mettendo in fila i numeri, Claudio Paterniti Martello, sociologo della scuola di alti studi in Scienze sociali di Parigi e membro dell’osservatorio nazionale di Antigone: su 18.091 detenuti stranieri, 11.029 provengono da Paesi tradizionalmente di fede musulmana; tolti i 7.646 che dichiarano apertamente la propria confessione, ne restano altri 3.383. Potrebbero essere di diversa religione o atei, ma appare «poco probabile, dato che la secolarizzazione è fenomeno più europeo che d’altri Paesi», spiega Paterniti.

 

Le falle del sistema

Perché non si dichiarano musulmani? Secondo Paterniti un fattore è la paura «degli ostacoli derivanti dallo stigma e dai pregiudizi associati a questa fede». Fra questi oltre 3 mila detenuti rinchiusi nel silenzio delle loro celle ci sono persone che percepiscono come una minaccia qualunque aspetto del sistema carcerario nel quale sono immersi 24 ore su 24. Pesa «la mancanza di figure di riferimento, spirituali e non». Ed è in questa mancanza che si saldano le due facce, la necessità del controllo e il rischio di rigidità. È banale ma spesso non ci si pensa: dove non si parla, chi vuole seminare ideologie di guerra ha gioco più facile.

Secondo i dati del Dap, aggiornati a dicembre 2016, nelle oltre 200 carceri italiane operano in tutto 22 imam accreditati e 72 mediatori culturali. A Rebibbia, dove si è radicalizzato Karlito, non ci sono ministri di culto islamico. Idem a Rossano Calabro, Nuoro e Sassari, ma se il carcere calabrese può contare almeno su una mediatrice culturale volontaria, figure analoghe mancano del tutto negli istituti sardi.

Nessun imam accreditato neanche a Genova, dove i detenuti stranieri – per lo più marocchini, tunisini e albanesi – sono quasi la metà del totale dei reclusi e dove l’unica mediazione è svolta da volontari non accreditati, con modalità d’ingresso più complesse e giocoforza meno costanti. Il che, scrivevano gli osservatori di Antigone dopo una visita nel marzo scorso, «comporta notevoli difficoltà nella gestione e assistenza della popolazione detentiva straniera».

Senza un imam esterno la preghiera, autorganizzata dagli stessi detenuti, è diretta da uno tra loro che viene individuato come leader. Potenzialmente insidioso, se nessuno è in grado di tradurre quello che predica. Succede così all’Ucciardone, il carcere di Palermo dove passò anche l’attentatore di Berlino Anis Amri: neppure qui c’è un mediatore culturale.

Nel dicembre 2015 il Dap ha sottoscritto un accordo con l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia) per l’ingresso di imam accreditati: al momento, però, si tratta di una sperimentazione in otto carceri, a Torino, Brescia, Verona, Modena, Cremona, Firenze e Milano (Opera e Bollate). Una scelta, osserva Paterniti, «mutuata dal modello francese, dove la presenza di seconde e terze generazioni radicalizzate è molto più massiccia che da noi, e dove esiste la figura dell’aumonier, un cappellano che oltre che cattolico può essere anche di altre confessioni: si cerca di neutralizzare il leaderismo di quei detenuti radicali che si presentano come veri interpreti della parola coranica. Oggi nelle celle francesi ci sono più aumonier musulmani che cattolici».

L’inferiore presenza numerica e l’esperienza maturata negli anni di piombo sono da sempre considerati i due punti di vantaggio dell’azione antiterroristica italiana, come conferma ancora Caporale, il quale ammette però che «se all’epoca si tendeva a scegliere personale lontano dal mondo dell’eversione interna, oggi l’esigenza è trovare chi sia in grado di entrare in contatto diretto con questi detenuti». Il problema della lingua che «impedisce un controllo capillare» esiste, dunque. Oggi i mediatori culturali restano il 2,17% del totale del personale penitenziario. Le guardie, di cui pure da almeno un decennio si lamenta la carenza, sono il 90,1%. E quasi nessuno di loro parla arabo.

[Foto in apertura di Fabrizio Villa]

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