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16 luglio 2017

Scuole, ospedali, ristoranti: prove di rinascita a Kobane

La città che ha fermato l’Isis quando sembrava inarrestabile cerca di tornare a una vita normale. Con la stessa tenacia con cui si è difesa

Andrea Milluzzi

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Kobane. Se la guerra siriana fosse un gioco dell’oca, Kobane sarebbe la casella di partenza e di arrivo. Nella città che ha fermato l’Isis quando sembrava inarrestabile, adesso arrivano centinaia di profughi e feriti dalle altre città impegnate a combattere lo stesso nemico. Non che a Kobane trovino una situazione perfetta. La città è più che altro uno scheletro. Un alto muro con tanto di filo spinato la divide dalla Turchia e dal mondo prospero, mentre a Ovest, oltre il lago Assad, infuriano i bombardamenti del regime siriano e degli alleati russi.

 

La sicurezza e le cure

Chi ha varcato le soglie di Kobane da Mambij, Tabqa o Raqqa ha trovato quello che in Siria è merce rara: la sicurezza. «Abbiamo aperto a settembre 2016 e già abbiamo 12 dottori generici, cinque cardiologi, un chirurgo, un anestesista e un radiologo. Tutti di Kobane», spiega Abdallah, responsabile dell’ospedale dell’Heyva Sor, la Mezzaluna rossa curda, non riconosciuta internazionalmente così come non lo è il Kurdistan. Il dottor Abdallah gestisce uno dei due grandi ospedali cittadini, ricostruiti dopo l’assedio dell’Isis fra fine 2014 e inizio 2015. Le vetrate con ancora lo scotch e le pareti dipinte di recente non nascondono le difficoltà della ripartenza: «L’embargo internazionale ci isola e quindi ci mancano macchinari, competenze dall’esterno, medicinali. Fortunatamente Medici Senza Frontiere riesce a farci arrivare i farmaci di base», continua.

Dietro ogni porta ci sono famiglie intere segnate dai bombardamenti della coalizione a guida americana, dalle autobombe dell’Isis o dai suoi cecchini. I feriti sui letti e i parenti accanto, per terra: «A me hanno bombardato la casa», «io ho perso una gamba per un’autobomba», raccontano le due donne della stanza 12. Al piano di sotto c’è il pronto soccorso, dove il pavimento sostituisce le barelle e i segni della guerra sono ancora freschi.

Nel reparto dei feriti gravi c’è un uomo legato mani e piedi al letto, con alcune lettere scritte sulla fronte abbronzata, sopra la lunga barba bianca: «Lo abbiamo trovato con un proiettile in pancia, a pochi chilometri da Tabqa. Ha iniziato a urlare frasi sull’Islam e gli infedeli, crediamo sia dell’Isis», spiega il dottor Bakthiar Madres, il chirurgo che lo sta curando. Prima lo rimettono in piedi, prima lo consegnano ai soldati delle Ypg, l’Unità di protezione popolare, per interrogarlo. Perché, se si spargesse la voce che l’ospedale sta curando un uomo che ha causato tanta sofferenza a Kobane, la popolazione potrebbe reagire male.

 

Il pericolo al confine

Dalla guerra non si esce, a Kobane. Nel resto del Rojava, la Siria del Nord est a maggioranza curda, ci sono molte case semidistrutte e altre semicostruite, non si capisce se testimonino un nuovo inizio o una fuga. A Kobane non ci si può sbagliare. A Kobane tutto quello che è nuovo è uno schiaffo in faccia all’Isis: «Qua non c’era più niente, camminavamo sui cadaveri. Adesso stiamo ricostruendo la nostra città», osserva un uomo su piazza Jina Azad, che tradotto è più o meno “libertà femminile”.

Al centro della piazza c’è la statua in onore di Arîn Mîrkan, la combattente curda delle Ypj che finite le munizioni si lanciò contro i guerriglieri dell’Isis e si fece esplodere per portare con sé quanti più nemici possibili. Mîrkan morì sulla collina di Mistenur, dalla quale si vede tutta la città. Una strada ciottolosa conduce lassù, dove sono già arrivati gli americani e i francesi, inquilini della nuova base militare della coalizione anti-Isis, che sembra aver trovato qui una sponda ben più affidabile della Turchia. «Stavo per spararvi, non si può salire fin qua senza farsi riconoscere», ammette un soldato curdo prima di sciogliersi in una risata.

I combattimenti a Kobane sono finiti, i pericoli no. C’è un’enorme bandiera turca a pochi metri in linea d’aria a ricordarlo. «Dove adesso vedete cani che accompagnano le pecore al pascolo, due anni e mezzo fa c’erano macchine di disperati incolonnati e il filo spinato della Turchia che si abbassava di notte per far passare l’Isis», ricorda Rewsan. «Sono stata dall’altra parte del confine per 5 mesi e 15 giorni. Li ho contati tutti perché non vedevo l’ora di tornare». Rewsan è una donna sulla sessantina che gira per le strade della città con un kalashnikov a tracolla e un gilet delle Hpc, le forze civili di autodifesa.

Lei è una delle due fondatrici di queste pattuglie, nate subito dopo il secondo attacco dei miliziani dello Stato islamico a Kobane, a giugno del 2015. «La prima volta che sono venuti ci hanno fatto evacuare. Ma la seconda volta sono rimasta e ho aiutato come potevo. Poi ho organizzato queste pattuglie, perché tutti dobbiamo dare una mano». Rewsan ha cinque figli, tutti impegnati nel Movimento per una società democratica, Tev-Dem la sigla in curdo, che sta gestendo la Siria del Nord, dopo l’autodichiarata autonomia dal governo di Damasco. Accanto a lei c’è la nipote Hamara, nata due anni fa, lo stesso giorno della fondazione delle Hpc. Mentre la nonna fuma e parla, Hamara gioca, mimando di lanciare una granata.

 

Ritorno tra i banchi

«Quando gli insegnanti chiedevano ai bambini di fare un disegno, loro disegnavano soldati dell’Isis, militari, carri armati, sangue. Quando litigavano dicevano “adesso chiamo Daesh”. L’Isis era diventato il centro del loro pensiero e c’era molta violenza nei loro comportamenti, anche verso gli insegnanti. Non è stato facile», ammette Nasrin, maestra e rappresentante del comitato per l’educazione.

Oltre la recinzione della scuola si vedono i piani alti di palazzi sventrati, proprio sopra ai bambini che giocano e strillano per la ricreazione: «Ai nostri bambini manca la bellezza. Ovunque si girano vedono macerie», dice il direttore Osman. «Colpa dell’Isis che ha attaccato Kobane per distruggerla. Sparavano da lontano con i mortai e arrivavano con le autobombe, senza preoccuparsi della devastazione che lasciavano. Per questo hanno perso. Perché quello che loro distruggevano era casa nostra. Tutta la loro forza militare non sarebbe stata in grado di sconfiggere la volontà di uno solo dei nostri alunni».

Fra Kobane e i villaggi vicini ci sono 395 scuole, dalle elementari fino alle due università. Per i primi tre anni si insegna il curdo, dal quarto l’arabo, al sesto inglese o francese a scelta. Nei villaggi a maggioranza araba si parte dall’arabo. Abolita l’ora di Islam, c’è quella di storia delle fedi che parte dal paganesimo fino ai monoteismi: «Così i ragazzi possono conoscere le fedi degli altri», dice Nasrin.

 

Riempire i vuoti

Fuori dalle aule c’è molto altro. Ci sono ragazzini neri di olio che lavorano nelle officine, altri a portare casse di acqua e patate nelle caffetterie e nei mini market, altri a ciondolare per le strade. Ci sono 56 bambini orfani e 126 senza un genitore. Per loro i curdi stanno costruendo una casa comune, a poca distanza dal cimitero dei martiri e le sue oltre 3 mila tombe provocate dalla guerra. Quasi tutti i loro genitori sono sepolti là.

«Dobbiamo trovare il modo di riempire il vuoto dei nostri figli, così che possano vivere una vita etica», riflette Esdiche, che sta cercando di ricostruire casa sua da oltre un anno. «È  difficile, a volte manca il cemento, a volte la forza». Il Tev-Dem cerca di offrire una vita di nuovo normale a Kobane, partendo dalle basi: la casa e il lavoro. «Abbiamo in progetto tre cooperative: una tessile, una agricola e una sartoria. Però ci mancano i formatori, oltre che gli strumenti», aggiunge Nesbir, responsabile del comitato per il lavoro del Kongreya Star, la branca femminile del movimento. L’economia del Rojava si basa sulle cooperative e su una gestione delle risorse pianificata e condivisa. Ma non è semplice. «Prima abbiamo dovuto lavorare sulla mentalità, poi sui mezzi. Ci manca un aiuto dall’esterno, ma i cambiamenti che abbiamo già prodotto sono enormi, soprattutto sulla visione che le donne hanno di se stesse».

Poco fuori Kobane si distende un paesaggio inatteso. Campi di grano e ordinati filari di viti abbelliscono le colline e le case basse accompagnano lo sguardo fino all’acqua dell’Eufrate. I fori dei proiettili e le foto dei martiri possono far dimenticare che siamo in Mesopotamia. Ad accoglierci in uno di questi campi di fieno c’è una donna araba con le due figlie. È  la custode di questo terreno sottratto al regime e dato in gestione alla popolazione «ma non abbiamo ancora i macchinari per mieterlo. Ci limitiamo ad allevare gli animali», spiega.

È come se Kobane fosse sospesa. Le strade la raccontano. Dove la ferocia dell’Isis è diventata mitologia, adesso si può camminare la notte fra lampadine colorate e un silenzio prezioso. Un paio di ristoranti rimangono aperti fino a tardi e in uno scantinato trasformato in locale i maxischermi trasmettono le partite di Champions League. Poi alla luce del giorno, torna la ruggine. Quella delle carcasse delle autobombe, che dopo un po’ che le vedi ti chiedi quanti morti possa aver fatto una familiare e quanti un furgoncino. E quella dei vecchi banchi e delle sedie, accatastati a centinaia sul muro di una scuola che divide la morte che c’è stata dalla vita che è tornata.

[Foto in apertura di Linda Dorigo]

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