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16 luglio 2017

Arte antagonista da Kassel al Partenone

Documenta, una delle grandi rassegne sulle tendenze artistiche internazionali, approda in Grecia. Con un tono militante, indagando i rapporti tra Nord e Sud

Paolo Martini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

In qualche stradina nel quartiere hipster di Gazi, ad Atene – intorno al vecchio gasometro, dove la notte non finisce mai, nonostante la crisi – sbiadiscono i poster di una mini-contro-rassegna: fuck off! Documenta 14, grida in rosso il vaffanculo del grande logo. Gli ultimi stencil firmati dagli “indigeni”, che sono comparsi verso il Pireo intorno all’Accademia di belle arti, recitano ancora schiettamente: «Dev’essere bello criticare il capitalismo con 38 (o 70?) milioni di euro di budget». Andando sulla coprolalia, un altro ha lasciato scritto con lo spray: «Crapumenta!».

Anche le proteste sono andate puntualmente in scena, nonostante i mesi spesi dai curatori della rassegna d’arte tedesca Documenta per coinvolgere gli artisti e i movimenti ateniesi nell’allestimento di una pre-mostra nella capitale greca; e, soprattutto, nonostante le scelte così decisamente indirizzate a valorizzare la componente più impegnata e antagonista dell’arte contemporanea. Certo, non s’è vista una reazione forte come le sommosse di piazza che fiaccano puntualmente il governo di Tsipras.

L’esecutivo, che pure nasce dalla sinistra radicale con grandi promesse popolari, ha dovuto poi fare i conti con la dura realtà. Non sono stati per niente digeriti dalla piazza i nuovi tagli alle pensioni e ai contadini, in cambio di un’ultima elemosina pre-salvataggio (8,5 miliardi di euro) dalle grandi istituzioni che continuano a vedere lo spettro della Grexit, in primis l’Europa di Angela Merkel e del suo inflessibile ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble (che pure, puntualmente ricordano gli economisti più avveduti, rappresentano una nazione con una capacità annua di risparmio di 270 miliardi di euro).

 

Listini di borsa nell’Odeion

L’artista nigeriano Emeka Ogboh ha trasformato la grande sala concerti del conservatorio di Atene in una sorta di tomba oscura, dominata dallo scorrere dei listini di borsa mondiali, mentre dagli altoparlanti rimbombano le parole malinconiche di un canto tradizionale dell’Epiro: «Quando dimentico, sono felice…». Ogboh, che nel 2015 aveva tradotto in dieci diverse lingue africane l’inno tedesco per farlo cantare a Berlino a un coro gospel d’immigrati, ora ha lavorato all’Odeion, che tra le quasi cinquanta location dell’edizione ateniese di Documenta era una delle quattro fondamentali, con il museo d’arte contemporanea EMST, il Benaki e l’Accademia di belle arti. Poteva essere un bel rischio, portare per la prima volta in 60 anni la mostra tedesca fuori da Kassel, e proprio ad Atene.

Nella capitale greca era già saltato tra le proteste, l’anno scorso, il tentativo di catapultare il belga Jan Fabre alla guida dell’Epidauro festival, tradizionale manifestazione teatrale. Ma il curatore scelto per questa edizione di Documenta, il 47enne polacco Adam Szymczyk, già direttore della Kunsthalle di Basilea, ha voluto giocarsi con Atene il tutto per tutto, «per incarnare la tensione palpabile tra il Nord e il Sud del mondo come si riflette nella produzione culturale contemporanea». E alla fine, anche se qualche artista locale ha scritto sui muri «Caro Documenta, rifiuto di fare esotizzare la mia persona per aumentare il tuo patrimonio culturale», tantissimi greci per settimane si sono lasciati volentieri coinvolgere nel complicato processo di assemblee, confronti e happening che hanno accompagnato l’allestimento prima e la mostra poi.

Insieme con una messe di straordinari stimoli artistici, nuovi o ripescati all’uopo, intorno a Documenta 14 si sono viste in controluce le inquietudini e le contraddizioni che attraversano la sinistra oggi. Non mancano, ovviamente, nemmeno i toni nostalgici, che spaziano da una sorprendente riabilitazione della pittura comunista ufficiale albanese degli anni Sessanta all’ammaliante riproposta dell’installazione La sinfonia delle sirene di Arseny Avraamov, che attualizza senza se e senza ma l’avanguardia artistica sovietica degli anni Venti irritando parecchio la quota parte da biblioteca Calasso del nostro comune bagaglio culturale.

 

Tra ecologia e militanza

Il tono generale anticapitalista militante è dichiarato: fortissima caratura verso l’ecologia, con opere singolari come, per esempio, il grande allestimento dell’australiana Bonita Ely Plastikus Progressus: memento mori; grande attenzione al terzo e al quarto mondo con occasioni uniche, come la personale di Tshibumba Kanda Matulu, l’artista autodidatta del Congo che fra il 1973 e il 1974, prima di essere ammazzato, ha dipinto una sorta di anti-storia del colonialismo; difesa dei diritti, dei popoli (notevoli le diverse opere sui Sami del Nord-Europa), e delle persone, con scelte sofisticate e opere di facile impatto, come The Greek Way di Piotr Uklanski, sul rapporto controverso tra Hitler e gli omosessuali, che si poteva vedere a specchio con il riallestimento del lavoro che l’israeliano Roee Rosen ha costruito per farci «vivere e morire come Eva Braun».

 

Arte e migrazioni

Ma il tema certamente più vivo, anche per la ricaduta politica, è quello relativo alle migrazioni, che non a caso è rimasto anche l’unico argomento sostenuto con una certa credibilità dagli oppositori di Documenta 14. I movimenti no borders ateniesi, per esempio, hanno preso pubblicamente le distanze con due principali considerazioni: prima di tutto che non sia ancora tempo di storicizzare, con una mostra d’arte, una ferita sociale così aperta che merita solo l’atto della lotta; poi, che l’organizzazione di Documenta 14 con il contributo del Comune di Atene, dirottando risorse e giustificando un’ondata di sgomberi funzionali nonché un clima di controlli più rigorosi, alla fine avrebbe fatto solo dei danni ai migranti veri.

Certo, queste sono obiezioni più ficcanti delle generiche qualunquistiche accuse di voler fare gli snob anticapitalisti con un budget che andava dai 32 milioni di euro stanziati dai tedeschi ai 70 (se si considerano le spese sostenute dalle istituzioni greche per rendere agibili i numerosi luoghi culturali della capitale riaperti per Documenta 14). Forse agli occhi di un certo integralismo no borders brucia particolarmente che siano tante e davvero indimenticabili le opere a tema sulle migrazioni scelte per questa mostra.

Come le installazioni artistiche di Rebecca Belmore, che ha messo una semplice tenda di plastica sulla collina di Filopappo; o quelle della curda Hiwa k, fuggita a piedi dal nord dell’Iraq attraverso la Turchia e sopravvissuta per settimane a Patrasso, che ha creato una vera e propria “casa dell’espiazione” con tubi in ceramica per le canalizzazioni dell’acqua identici a quelli del luogo in cui ha vissuto (voleva farla affittare su Airbnb ma non è stato possibile).

Tra Atene e Kassel, ancora, il messicano Guillermo Galindo ha ricomposto in improbabili strumenti musicali montagne di oggetti recuperati dalle tragedie delle grandi migrazioni, tra cui i resti di due imbarcazioni naufragate sulle coste greche che ora sono nel Palais Bellevue, uno dei pochi edifici storici scampati ai bombardamenti in Germania (già residenza reale e sede del museo dei Grimm).

 

Rinascimento greco?

Infine, staccando il naso dalle opere e prendendola un po’ alla lontana, per la precisione vicino alla dorsale vulcanica sottomarina che divide l’Europa dal Nord America, viene da domandarsi: Documenta 14 starà alla Grecia ancora piegata dai venti della crisi un po’ come l’Harpa di Reykjavik all’Islanda di quasi un decennio fa? L’Harpa è una splendida sala concerti e centro culturale, completata proprio nel pieno del crack dell’estrema Europa dell’Ovest; la rassegna d’arte che lega i padroni delle istituzioni continentali all’estremo sud del continente va in scena mentre lo spettro della Grexit s’aggira di nuovo per l’Europa e la crisi ancora incombe e soffoca popoli.

Non sarà un caso se oggi si può trovare, a metà strada tra Atene e l’Islanda, con un’opera che coinvolge un’ottantina di veri migranti, l’artista che ha ispirato il progetto dell’Harpa, Olafur Eliasson. Danese di origine islandese ma trapiantato a Berlino, Eliasson è tra i primi grandi protagonisti della 57ª Biennale di Venezia Viva Arte Viva con una delle pagine di maggior impegno sociale e politico, il workshop Green Light, laboratorio evento affidato a profughi selezionati da Emergency e da un’organizzazione umanitaria austriaca presso il Padiglione centrale dei Giardini.

Quest’anno per caso la nostra Biennale coincide con la rassegna quadriennale di Kassel (versione estesa ad Atene) e con quella decennale dello Skulptur Projekte di Münster: l’occasione di vedere insieme le tre rassegne costruisce la trama di un possibile Grand Tour 2017. Un viaggio culturale di ri-formazione decisamente consigliabile, per rinfrescarsi le idee all’aria aperta e lasciarsi provocare nelle nostre certezze, radical chic o calassiane che siano: anche se a qualcuno più movimentista susciterà magari solo un istintivo, gigantesco fuck off!.

[Foto in apertura di Thomas Lohnes / Getty Images]

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