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13 luglio 2017

L’arte di fare gli accordi e poi non rispettarli

Tre volte nell’ultimo abbiamo chiesto di infrangere o derogare almeno in parte alle regole europee approvate soltanto pochi anni prima

Samuele Cafasso

Dal numero di pagina99 in edicola dal 7 luglio e in edizione digitale

C’è una linea sottile che divide lo sbattere i pugni sul tavolo dal fare i furbetti: l’Italia la sta superando nei confronti dell’Europa? La retorica anti-Bruxelles, che oramai ha guadagnato le praterie politiche da destra a sinistra, nasconde una imbarazzante evidenza: in almeno tre casi nell’ultimo mese il nostro Paese, con atti ufficiali del governo o annunci dal partito di maggioranza, ha chiesto di infrangere o derogare almeno in parte alle regole che il Paese stesso aveva approvato pochi anni prima.

Primo caso: a fine 2015 l’Italia approva le regole europee che impongono il salvataggio degli istituti finanziari in crisi senza costi per lo Stato. Meglio: la via maestra è far pagare prima azionisti, proprietari di bond e correntisti sopra i 100.000 euro, il cosiddetto bail in. Giugno 2017: i risparmiatori della Popolare di Vicenza e Veneto Banca vengono “graziati” dall’intervento del governo, che piazza cinque miliardi sul piatto mentre le autorità europee chiudono un occhio.

Secondo caso: negli ultimi mesi del 2014 l’Italia chiede di superare l’operazione Mare Nostrum, molto costosa per il nostro Paese. Nasce Triton, nuovo schema per il salvataggio in mare che prevede esplicitamente che le unità partecipanti alla missione nel Mediterraneo coordinata dall’Italia sbarchino tutti i migranti salvati nei porti nazionali e solo in questi. Luglio 2015: il governo chiede di cambiare e poter utilizzare anche i porti di altri Paesi.

Terzo caso, che non riguarda però il governo: il due marzo 2012 25 Paesi dell’Ue, Italia compresa, approvano il fiscal compact che impone il vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione e una marcia forzata di riduzione del debito pubblico. Nove luglio: Matteo Renzi annuncia che, se il Pd vincerà le prossime elezioni, manterrà per 5 anni il rapporto deficit-Pil al 2,9%.

Ci sono ottime ragioni dietro a ciascuna di queste richieste. Altri Paesi sono inadempienti quanto noi, ad esempio sui migranti. Il fiscal compact è figlio di un’emergenza, molti pensano sia un errore averlo approvato, non solo in Italia. Esiste, tuttavia, un capitale di affidabilità pubblica che non andrebbe dilapidato. Quale credibilità ha un Paese che annuncia, talvolta con una buona dose di arroganza, di non voler rispettare gli accordi che lui stesso ha sottoscritto?

[Foto in apertura di Remo Casilli / Reuters / Contrasto]

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