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10 luglio 2017

Una rivoluzione per i soliti noti

Il digitale doveva renderci tutti più ricchi e più liberi. Ma ci hanno guadagnato solo Apple, Microsoft, Google, Facebook e Amazon. Ecco perché

Federico Gennari Santori

Dal numero di pagina99 in edicola dal 7 luglio e in edizione digitale

Ricordate la vecchia storia della Silicon Valley sulla possibilità per chiunque di inventarsi una startup di successo nel garage di casa e fare soldi a palate? Provateci pure, ma sappiate che rischiate di perdere tempo e denaro. Venticinque anni dopo il suo inizio, la rivoluzione digitale ha mantenuto le sue promesse, ma per pochi: le cosiddette Big Five – Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook, non a caso le prime aziende al mondo per capitalizzazione – e una manciata di altre imprese. Alla maggioranza sono rimaste solo merci a prezzi ribassati.

Dall’avvento di Internet, scrive la Mit Technology Review, il Pil degli Stati Uniti ha iniziato a crescere a ritmi sempre più bassi – con la quota imputabile al settore digitale aumentata di appena l’1% dal 2000 a oggi –, e anche la produttività ha avuto l’ultima grande accelerazione a fine anni ’90, guarda caso proprio in coincidenza con l’esaurirsi della grande bolla dell’economia digitale.

Se si guarda al mercato del lavoro i risultati non migliorano, a meno che non si considerino un successo i plotoni di lavoratori sottopagati di Uber e dei suoi omologhi. Oggi negli Usa le cinque grandi del digitale, insieme, danno lavoro a 400 mila persone, le stesse che nel 1979 (con una forza lavoro inferiore) erano impiegate nella sola General Motors. La mobilità sul lavoro degli americani non è mai stata così bassa da venti anni a questa parte. E l’economia digitale ha fatto piazza pulita di una miriade di mestieri – si pensi ai negozi spazzati via da Amazon – senza rimpiazzarli con altri altrettanto ben remunerati.

E la concorrenza? Per anni ci è stato raccontato che l’Ict avrebbe accelerato la pressione competitiva, azzerando le posizioni di rendita. Risultato: l’economia digitale è dominata dalle stesse cinque grandi aziende che la dominavano dieci anni fa. Un oligopolio di fatto. Crescita debole, bassa produttività, lavori persi, nuovi mestieri pagati male, zero diritti, scarsa concorrenza.

Dov’è l’errore? Il problema è che non si era capito che l’economia digitale è ciò che gli economisti definiscono un settore winner-take-all, “chi vince prende tutto”, perché le aziende che hanno successo hanno vantaggi competitivi enormi grazie alle economia di scala generate dai network che fanno riferimento alle loro piattaforme, in un ciclo di crescita che si autoalimenta. Il valore di tali piattaforme sta nelle “reti” e negli enormi e dettagliati database sugli utenti che ne fanno parte.

Il network rende piattaforme come Facebook, Instagram, WeChat e Amazon il luogo ideale in cui far incontrare domanda e offerta. Le banche dati invece da un lato rendono aziende come Google, Apple, Netflix estremamente attraenti per gli investitori pubblicitari, dall’altro le aiutano a migliorare i loro prodotti e servizi e a inventarne di nuovi per soddisfare i futuri bisogni degli utenti.

C’è infine l’enorme disponibilità cash che i giganti del digitale usano per comprare le aziende più promettenti in termini di margini di profitto, cervelli, nuovi business, tecnologie e prodotti: solo a Google, Apple e Microsoft fa capo un quarto delle riserve di contante dell’intero S&P 500, il listino delle prime 500 aziende Usa a maggiore capitalizzazione. Invertire la tendenza con il gioco del libero mercato è impossibile. Servono nuove regole antitrust pensate per il digitale.

(dlu)

[Foto in apertura di Martin Leissl / Laif / Contrasto]

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