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8 luglio 2017

Emigrare è un business: 7 idee per farlo fruttare

Far partire i più giovani in cerca di lavoro e fortuna è un investimento per i Paesi d’origine. Gestire i flussi si può, e conviene anche a noi

Maurizio Malogioglio

Dal numero di pagina99 in edicola dal 7 luglio e in edizione digitale

«Le rimesse dei migranti sono una manna dal cielo per il Mali». Con questa frase si apriva il Documento di Politica Nazionale di Migrazione 2014 di questo Paese del Sahel – crocevia delle migrazioni insieme al Niger – dove le rimesse rappresentano l’8% del Pil. La lettura del report è istruttiva per capire come dall’altra parte del Mediterraneo si intenda l’emigrazione. Per il Mali e per molti altri Stati dell’area subsahariana, l’obiettivo è «fare della migrazione uno strumento di lotta alla povertà, un fattore di crescita». Limitarsi dunque a tentare di respingere i migranti economici significa non voler riconoscere l’entità del problema e non voler trovare soluzioni efficaci. Dobbiamo invece considerare almeno sette questioni per fronteggiare interessi apparentemente in conflitto tra loro. Ma in realtà conciliabili.

 

Da dove vengono e perché i migranti economici

La maggior parte dell’aumento della popolazione mondiale avviene nei 170 Paesi più poveri del pianeta. Le diseguaglianze economiche rappresentano il primo fattore di spinta all’emigrazione verso Stati più ricchi. Il rapporto Oxfam del 2016 ricorda che circa metà della ricchezza è detenuta dall’1% della popolazione mondiale; che 7 persone su 10 vivono in Paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni e che il reddito dell’1% dei più ricchi del mondo ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera.

Ma contrariamente a quanto si crede, molto spesso sono i Paesi a reddito medio, quelli compresi nella fascia tra 1.500-8.000 dollari pro capite, la cosiddetta migration band da cui parte la maggior parte dei migranti. Migrare costa da 3.000 a 20.000 dollari, una cifra che spesso richiede l’impegno di un’intera famiglia per essere raccolta, e che pertanto rappresenta un investimento: genitori e parenti di chi parte si aspettano dopo un paio di anni un flusso di rimesse consistente.

A questa dinamica se ne contrappone un’altra: la rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni sta riducendo drasticamente i costi dell’emigrazione, oltre gli 8.000 dollari di reddito pro capite questa diminuisce e i Paesi che superano questo livello di ricchezza aumentano. In futuro dunque l’emigrazione si concentrerà in un numero più limitato di Stati i cui cittadini vivono con un salario tra i 1.500 e gli 8.000 dollari l’anno. Gestirla non è impensabile, anzi è doveroso.

 

L’industria delle rimesse vale più degli aiuti

Secondo la Banca Mondiale, nel 2016 i migranti hanno mandato a casa 442 miliardi di dollari nei Paesi in via di sviluppo attraverso i canali formali, e un multiplo di questa cifra attraverso mediatori informali. In pratica, tre volte i flussi di aiuto ufficiale ai Paesi poveri.

Le rimesse già rappresentano più del 10 per cento del Pil in oltre 25 Paesi in via di sviluppo, con effetti benefici sulla sicurezza alimentare, la salute e l’imprenditorialità. Un aumento del 10 per cento dei migranti internazionali riduce del 2,1 per cento coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. La sfida è come convogliare parte di queste risorse, che per l’80 per cento sono per i consumi privati, verso attività imprenditoriali.

 

L’impatto sui conti della vecchia Europa

Contrariamente a quanto si crede, l’Ocse ci dice che l’impatto dell’immigrazione sui Paesi di accoglienza è in media vicino allo zero, raramente supera lo 0,5 per cento del Pil. I migranti non sono né un peso né una panacea per le entrate fiscali però è anche vero che nella maggior parte dei casi, tra cui l’Italia, forniscono in tasse e contributi sociali più di quanto non ricevano e tendono a soddisfare la domanda di lavoro in aree non attraenti per i locali.

Secondo le Nazioni Unite, essi rappresentano circa un quarto dei nuovi impieghi nei settori maggiormente in declino in Europa (28 per cento) e negli Usa (28 per cento). I migranti tendono poi a concentrarsi nei gruppi di età più giovani ed economicamente attivi e possono alleviare, in parte, l’invecchiamento della popolazione. Una immigrazione netta pari a zero dal 2015 in poi per l’Europa significa che il tasso di dipendenza degli anziani (oltre i 65 anni) dai giovani lavoratori sarebbe di 51 invece di 48. In pratica, più aumenta questo tasso, più ogni lavoratore potenziale deve sostenere anziani non lavoratori.

 

Sostenere la diaspora per creare sviluppo

Numerosi Paesi hanno attivato programmi di cooperazione con gli Stati da cui provengono i migranti, con meccanismi che puntano ad aumentare l’impatto delle rimesse mandate a casa: per ogni dollaro che i migranti investono nel loro Paese di origine le autorità locali aggiungono uno o più dollari. L’Italia, con il ministero degli Esteri e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sperimenta da tempo forme di sostegno aggiuntivo finanziario e tecnico ma bisognerà aumentare il respiro economico di questi interventi.

Molti migranti vogliono investire nei loro Paesi in vista di un ritorno, e per sostenere le loro famiglie. L’implicazione politica sarebbe chiara: i migranti devono essere più liberi di tornare temporaneamente a casa, seguire i loro affari, vedere le loro famiglie, trasmettere idee imprenditoriali. Così del resto è nata la Silicon Valley indiana: i lavoratori indiani emigrati negli Stati Uniti hanno investito risorse e competenze per sviluppare la città dell’innovazione a Bangalore.

 

Facciamoli entrare per mansioni a tempo

È vero: l’Australia e la Nuova Zelanda hanno isole dove gli immigrati illegali vengono “concentrati”. Ma è anche vero che ogni anno migliaia di lavoratori delle nazioni del Pacifico sono ammessi temporaneamente in quei Paesi, durante la stagione agricola. Si creano così rapporti di fiducia tra agricoltori e lavoratori che durano negli anni.
Il Canada aveva promosso l’arrivo di migliaia di persone dal Messico e dai Caraibi per otto mesi, permettendo però ai datori di lavoro di selezionare i lavoratori per nazionalità e sesso, invece che per esperienza e abilità lavorative.

Di fronte alle accuse di razzismo e di incoerenza con i principi della democrazia liberale, lo Stato nordamericano ha rivisto le sue politiche, cercando di stimare meglio la domanda di lavoratori nei vari settori, con una maggiore trasparenza nei processi di selezione, più garanzie sui diritti e riconoscimento delle qualifiche dei lavoratori. Mutatis mutandis, questa è una delle strade da seguire oltre a quella di “aiutare migranti a casa loro”.

 

Non bastano i poliziotti, serve informazione

Non basta l’inserimento nelle legislazioni nazionali dei reati di traffico e contrabbando di esseri umani e non basterà una vera cooperazione tra Paesi europei , alcuni dei quali vedono l’immigrazione come un vero attacco territoriale – Ungheria e Polonia in primis – per fermare un fenomeno epocale. L’unica strada, di cui però pochi parlano in tempi di elezioni, è quella di una gestione dei flussi basata su quote concordate stagionalmente, migrazione circolare, co-sviluppo. Aiuti a casa loro sì (strade, acqua, elettricità) ma legati a programmi di informazione nelle comunità rurali ad alta migrazione (ad esempio la regione di Kayes in Mali, tradizionalmente nomade).

A che serve formare i poliziotti nigeraini (e la guardia costiera libica) quando le decine di posti di blocco che impongono il pizzo ai migranti sono una vera manna per loro? Sperare che i governi realmente cooperino con noi contro le proprie forze di sicurezza è ingenuo. Sostenere tecnicamente e finanziariamente programmi di informazione nei Paesi di origine è più realistico. Infatti, anche sapendo quello che rischiano appena attraversano il confine libico, per i migranti tornare sarebbe un fallimento morale ed economico difficilmente accettabile dalle loro famiglie. Fornire quindi una informazione neutrale verso le famiglie dei migranti, né contro né a favore dell’emigrazione, in particolare nelle radio rurali che sono già ben collegate a internet, potrebbe aiutare a rendere più consapevole chi si prepara al viaggio.

In questo senso, può essere utile lavorare con gli operatori telefonici, ormai attivi anche nel deserto, che si stanno lanciando nel lucroso mercato dei trasferimenti di denaro e necessitano di autorizzazioni governative in Europa e Africa. In cambio, si potrebbe chiedere loro di informare le popolazioni locali su quello che si affronta nel viaggio verso e dentro l’Europa: i rischi della traversata, le possibilità di ricongiungimenti una volta giunti nel Vecchio Continente, la difficoltà di trovare lavoro, dire insomma che non tutto è tragico ma neppure semplice, che ci sono doveri.

Fondamentale però è offrire ai governi saheliani una prospettiva di co-gestione di quote di migranti a breve e medio termine, sulla base di canali legali di migrazione temporanea, che al momento non esistono in nessun Paese europeo. Il contrasto dell’immigrazione solamente con strumenti di sicurezza nazionale è più costoso di una sua gestione all’origine, pensiamo a quello che succede nel Mediterraneo.

 

Come sottoscrivere intese che funzionino

Alcuni accordi sono in via di definizione tra la Commissione e i Paesi africani, che potranno essere seguiti da intese bilaterali tra i singoli Stati. Importante però è evitare l’equazione negativa del “caso Mali”. A dicembre del 2016 la Commissione europea aveva concluso un accordo con il governo di Bamako per il rientro di una quota di migranti, in alcuni casi forzato, in altri incentivato economicamente.

Pochi giorni dopo, il governo ha detto che si trattava solo di un documento per la discussione e lo ha definito carta straccia. La popolazione maliana infatti lo aveva visto come uno scambio odioso tra soldi per infrastrutture, che saranno create chissà quando e come, e il rientro di emigrati e come uno stop all’emigrazione. Inaccettabile dal punto di vista del consenso e dell’esecuzione pratica per qualsiasi governo africano.

 

* Maurizio Malogioglio è docente all’Università di Catania e consulente Oim

 

[Foto in apertura di Giulio Piscitelli / Contrasto

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