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5 luglio 2017

Se Mosca non rispetta gli accordi nucleari

Il tetto di ordigni atomici per Usa e Russia è 1.550. Ma Washington crede che il Cremlino avrebbe 1.950 razzi. E sarebbe al lavoro per costruire anche bombe sporche

Alberto Bellotto

Dal numero di pagina99 in edicola dal 30 giugno e in edizione digitale

Per il vice ammiraglio Charles “Chas” Richard negli ultimi anni sul nucleare gli Stati Uniti hanno imboccato la strada sbagliata. Richard non è un marinaio qualsiasi, è il vice comandante dello U.S. Strategic Command, uno dei nove centri di comando del dipartimento della Difesa, quello che, appunto, gestisce la deterrenza nucleare. Per lui la decisione dell’amministrazione americana di non enfatizzare il ruolo delle armi atomiche all’interno dei programmi di sicurezza nazionale è stato un errore marchiano. «Tutti i nemici si sono mossi nella direzione opposta a quella di Washington», ha spiegato il vice ammiraglio. Che quando parla di nemici ha un’idea precisa: la Russia. «Stanno mettendo missili cruise più o meno su qualsiasi cosa», ha detto a maggio durante un incontro pubblico.

I timori di Richard potrebbero essere un semplice riflesso condizionato di un vecchio marinaio dell’Alabama ancorato alle logiche della guerra fredda che vede nemici un po’ ovunque. E forse il trattato di non proliferazione New Start siglato da Washington e Mosca nel 2009 è sufficiente a tenere sotto controllo l’atomo del Cremlino. Ma a ben vedere le sue preoccupazioni potrebbero non essere così infondate.

 

I limiti del New Start

Il trattato New Start ha fissato a 1.550 il numero massimo di testate che Stati Uniti e Russia possono avere e ha previsto una serie di scadenze per verificare il corretto ridimensionamento degli arsenali. Se da un lato Mosca non ha mai disertato un’ispezione, dall’altro ci sono diversi deputati e senatori americani che hanno sollevato dubbi sulla reale efficacia dell’accordo. Già nel 2010 il senatore repubblicano Christopher Bond sollevò una serie di questioni intorno ai limiti del New Start

All’epoca Bond era il vice presidente del Select Committee on Intelligence, l’organo del Senato preposto a vigilare sull’attività dell’Intelligence. Durante un’audizione espresse così i suoi dubbi: «Come vice-presidente ho esaminato le questioni chiave intorno alla nostra possibilità di monitorare questo trattato e non c’è dubbio che gli Stati Uniti non riescano a verificare in modo affidabile il limite delle 1.550 testate».

In particolare Bond puntò il dito contro le modalità di verifica. «Le dieci ispezioni annue previste dall’accordo permettono di verificare solo il 2-3% della forza russa». Una delle ragioni di questa criticità è che nel trattato non sono stati stabiliti vincoli nel rapporto tra le tipologie di missile e le testate che questo può montare. Basti pensare che il vecchio accordo, lo Start I, prevedeva vincoli per ogni tipologia di vettore indicando quante testate poteva montare.

 

Mosca aggira i controlli?

Diversi analisti vicini al Pentagono sono convinti che i russi possano approfittare delle lacune del trattato per far crescere il proprio arsenale. Uno di questi limiti riguarda le modalità delle ispezioni. I russi potrebbero utilizzare delle speciali coperture per occultare il numero di testate montate sul singolo vettore. Un espediente già evidenziato in passato. Un rapporto del Dipartimento di Stato Usa del 2005 denunciava che il metodo di posizionamento della parte finale dei missili in molti casi ostacolava le rilevazioni degli osservatori.

Un’altra falla che i servizi di Mosca potrebbero sfruttare riguarda i tempi di notifica delle ispezioni. Rispetto ai trattati precedenti, il New Start prevede di informare la controparte di una visita 24 ore prima dell’arrivo degli ispettori. Queste tempistiche permetterebbero ai russi di prendere delle contromisure, ad esempio spostando lontano dalle basi gli Icbm mobili, i vettori intercontinentali montati sugli autocarri. In questo senso questo tipo di armamento rappresenta l’insidia più importante per l’intelligence americana.

I vecchi trattati avevano un regime di monitoraggio degli apparati mobili che puntava ad arrivare alla loro dismissione, aspetto che è venuto meno con il New Start. Già nel 1992 il Select Committee del Senato scriveva che i servizi segreti americani non erano in grado di monitorare con efficacia le testate mobili. E, secondo alcuni esperti, la fine del trattato Start nel 2009 ha tolto ogni possibilità agli Stati Uniti di verificare quanti Icbm mobili siano a disposizione della Russia.

 

La deterrenza russa

Stando ai dati del Bulletin of the Atomic Scientists aggiornati a marzo di quest’anno la Russia disporrebbe di 1.950 testate strategiche, 500 in deposito, più altre 1.850 considerate non strategiche. A queste ne vanno aggiunte altre 2.700 prossime alla distruzione. I numeri sembrano lontani dai vincoli del New Start, anche se Petr Ilyichev, rappresentante della Russia all’Onu ha garantito che la Russia «sta arrivando a una completa implementazione del trattato».

In realtà successive dichiarazioni del presidente Vladimir Putin hanno mostrato un orientamento diverso. A maggio l’inquilino del Cremlino ha confermato che entro la fine dell’anno gli Icbm mobili e quelli fissi rappresenteranno il 72% del deterrente atomico russo, dieci punti in più rispetto a quello attuale. Non bastasse questo, il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha spiegato che la Russia sta modernizzando tutta la sua dotazione nucleare, dagli Slbm nei sommergibili all’arsenale di missili intercontinentali come il Bagruzin, che può essere spostato su rotaia, e il temuto SS-30, detto “Figlio di Satana” perché evoluzione dell’SS-18 battezzato “Satana” dagli americani. Lo sviluppo di tutti questi armamenti rende l’asticella del New Start praticamente irraggiungibile.

 

La dottrina del Cremlino

A turbare il sonno di americani ed europei però non c’è solo il numero di missili, ma anche la dottrina militare di Mosca. Secondo i documenti ufficiali, la Federazione si riserva di usare gli armamenti nucleari per rispondere all’uso di altri origini atomici o altre armi di distruzione di massa. In realtà alcuni ufficiali russi, e membri dei servizi di sicurezza, hanno fatto diverse dichiarazioni sul possibile uso di testate che vada al di là della posizione ufficiale. Nikolai Patrushev, segretario del Consiglio di sicurezza russo, ha ammesso che in «situazioni critiche di sicurezza nazionale l’opzione di un attacco preventivo nucleare non è da escludere».

In realtà nei piani di Mosca potrebbe esserci un uso più circoscritto. Nel 2015, in un fotogramma di un servizio della televisione nazionale, si vedeva un ufficiale russo tenere in mano i piani di costruzione di una potenziale bomba sporca. Il progetto mostrava un drone subacqueo con testata atomica in grado di colpire zone del mondo circoscritte con lo scopo di creare «aree radioattive contaminate che impediscano il loro sfruttamento militare o economico per lunghi periodi di tempo».

 

Bombe sulla Svezia

Nel frattempo un rapporto della Nato pubblicato nel 2016 ha rivelato che nel 2013 Mosca ha condotto una simulazione di un possibile bombardamento atomico contro la Svezia, un Paese senza armamenti nucleari e che non fa parte della Nato. Non è un caso che negli ultimi mesi Stoccolma abbia ordinato all’agenzia della Difesa che si occupa della protezione dei civili di revisionare 350 bunker anti-atomici sull’isola di Gotland.

La rincorsa atomica di questi anni di Russia e Usa difficilmente vedrà uno stop. Nemmeno alla luce del nuovo ciclo di conferenze per il bando degli armamenti atomici che si sta svolgendo alle Nazioni Unite e che culminerà il 7 luglio. Tra i Paesi promotori nessuno fa parte delle sette sorelle dotate di armi atomiche e allo stesso tempo è difficile che un potenziale documento programmatico possa essere preso in esame dal Consiglio di sicurezza dato che tutti e cinque i membri hanno arsenali nucleari.

 

[Foto in apertura di Ringo Chiu /Afp / Getty Images]

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