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18 giugno 2017

Una tranquilla storia di ’ndrangheta in Brianza

Cemento, conoscenze pericolose, false accuse di stupro come arma politica. Seregno è il simbolo di un Nord incapace di contrastare l’avanzata della criminalità

Samuele Cafasso

I giorni più importanti della nostra vita a volte si svolgono diversamente da come avevamo immaginato. Per Luca Talice, un ottico brianzolo, questo è particolarmente vero: l’undici gennaio del 2011 è il giorno in cui ha saputo che sarebbe diventato padre. Ma è anche il giorno in cui ha appreso dai giornali di essere indagato per stupro su denuncia di due compagni di partito della Lega Nord, consiglieri come lui al Comune di Seregno.

Un incubo da cui è uscito solo 24 mesi dopo con una sentenza di assoluzione che cita la sua opposizione al Piano di governo territoriale (Pgt) del Comune come possibile causa delle sue sfortune: «La maggioranza si era divisa in due fazioni, la prima schierata con Talice che si opponeva radicalmente alla trasformazione delle aree verdi in edificabili, la seconda facente capo al sindaco». E poi, più in là: «Non hanno bisogno di esser spiegati i forti ed elevatissimi interessi economici sottostanti alla prospettiva di lottizzazione».

Talice, insomma, secondo i giudici è stato vittima di un killeraggio morale, compiuto non si sa da chi, ma certamente in uno dei Comuni della Lombardia dove la ’ndrangheta è più forte, sede della locale di Seregno-Giussano, contesa tra le famiglie Cristello (il capostipite Rocco è stato ucciso a colpi di pistola nel 2008) e gli Stagno (Rocco, un membro della famiglia, fu ucciso nel 2009, in una porcilaia). Attualmente non fa più politica, nel suo negozio ha un armadio pieno di ritagli di giornale e documenti che raccontano la sua vicenda. In vetrina, un libro dedicato a Falcone e Borsellino. «Se avessi saputo contro chi mi mettevo, forse quella lotta non la facevo. Alla fine mia madre ci è morta, per il dispiacere» ci racconta.

Sono passati sette anni da quando, con l’operazione Crimine-Infinito, l’Italia ha preso piena coscienza del fatto che in Lombardia la ’ndrangheta, che qui opera con 15 locali, è realtà diffusa. Sette anni di indagini e, a cascata, studi universitari che fanno oggi dire ai ricercatori che qui la criminalità organizzata non è questione di infiltrazioni, ma di radicamento.

Tra il 2005 e il 2014, riassume uno studio dell’Università di Padova guidato da Antonio Parbonetti, ci sono state 1567 persone condannate per mafia nel centro-nord. Di queste, 392 sono amministratori e azionisti di controllo di società. In Lombardia 276. Sono le realtà che operano e crescono in quella che in Mafie al Nord (Donzelli editore), Rocco Sciarrone chiama l’area grigia, alimentata da politici che cercano voti promettendo futuri affari – talvolta senza avere piena coscienza di avere come interlocutori uomini legati alla criminalità organizzata – dirigenti comunali compiacenti, un’opinione pubblica distratta, una cementificazione mostruosa. L’area grigia non è la mafia, o almeno non lo è sempre. Ma la rende possibile…

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[Foto in apertura di Giulio Piscitelli / Contrasto]

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