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13 giugno 2017

La verità è nelle ombre

In "Mentre morivo" di William Faulkner ogni capitolo getta luce solo su un istante di realtà. Come le sagome create dal sole, “vere” solo in un momento della giornata

Matteo Pericoli

Dal numero di pagina99 in edicola dal 9 giugno o in edizione digitale

Nel romanzo Mentre morivo di William Faulkner il vero protagonista è il lettore. Non esiste una trama, non esiste una narrazione. Esistono 56 “capitoli”, ovvero 56 monologhi attraverso i quali il lettore deduce, tra le altre cose e non senza un notevole sforzo, che esiste una famiglia, la famiglia Bundren; che la madre, Addie, muore; che viene costruita una bara per seppellirla; che, prima di morire, Addie aveva espresso lo strano desiderio di esser sepolta a Jefferson, a 40 miglia da casa; che l’intera famiglia si mette quindi in viaggio per andare a seppellirla a Jefferson; che il viaggio si trasforma in un calvario.

Le varie voci narranti si alternano in ordine non sempre cronologico e commentano gli eventi in un incessante flusso di coscienza. Il lettore, alla disperata ricerca di indizi per mettere insieme i pezzi di un’ipotetica trama, si aggrappa a qualsiasi appiglio – interiore o esteriore, espressivo o psicologico, soggettivo o oggettivo – che aiuti a dar coerenza alla storia.

La confusione regna. Gli attimi di chiarezza, pochi rispetto alla generale oscurità, non ci aiutano a vedere la forma della storia. Ciascuno di questi 56 momenti narrativi getta luce solo su un istante di realtà e il viaggio dalla fattoria a Jefferson resta una sorta di fantasia narrativa. È una giornata di sole primaverile e ci avviciniamo a un complesso isolato di edifici con forme e masse diverse. Il disordine impera, la loro organizzazione planimetrica non segue alcuna apparente regola. D’istinto cerchiamo un sistema di riferimento: le ombre.

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Ma c’è qualcosa che non torna: le ombre, sebbene verosimili, sono solo impronte di momenti diversi della giornata. Si sovrappongono, vanno in direzioni differenti l’una dall’altra. Invece di essere proiettate dal sole, come sembravano di primo acchito, sono tracciate, scolpite e scavate tra i volumi e negli spazi comuni tra gli edifici.

Come nel romanzo ciascun monologo racchiude solo una porzione di verità, così ogni ombra “costruita” imprime sul suo ambiente circostante un singolo momento di realtà. Infatti, ci sono dei precisi istanti durante il giorno (e durante l’anno) in cui l’ombra proiettata dal sole coincide esattamente con una, e solo una, delle ombre artificiali. Non esiste cioè un momento nel quale tutte le ombre sono “vere”, esistono tanti momenti in cui ciascuna delle ombre ha un senso. In quell’attimo di coincidenza, noi lettori dello spazio urbano riusciamo a capire. Ma un minuto o un’ora dopo quell’ordine sarà altrove, nell’edificio accanto o dall’altra parte del complesso.

Potremmo anche provare ad addentrarci ulteriormente nella storia, salire su uno degli edifici e osservare il tutto dall’alto. Il contrasto tra le geometrie solide dei volumi irregolari, quelle passeggere delle ombre “vere” e quelle permanenti delle ombre disegnate non farà altro che riaffermare quanto la realtà sia solo una: il nostro irresistibile desiderio di comprendere.

In collaborazione con Giuseppe Franco

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