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19 maggio 2017

Abu Dhabi usa Piaggio per avere droni armati?

Gli arabi puntavano a ottenere in Italia le tecnologie militari finora negate dagli Usa. Ma le cose sono cambiate e l’azienda ligure rischia lo spezzatino, mentre il governo tace

Cafasso - Colarusso

Il 7 novembre del 2014, l’allora premier Matteo Renzi atterrava all’aeroporto di Villanova d’Albenga, in Liguria, per inaugurare il nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace. Quel giorno, chi gli prepara i discorsi non si risparmiò: tra una citazione di Saint Exupery e una di Lindbergh, il presidente del consiglio si era prima sbilanciato in ardite costruzioni metaforiche – «Bisogna essere orgogliosi del proprio passato e delle proprie radici, ma le radici stanno insieme solo se hanno le ali» – per poi puntare in picchiata sui giornalisti: «Raccontate questa storia, la storia del momento in cui finalmente la Piaggio sembra ripartire».

Due anni e mezzo dopo, raccontare Piaggio vuol dire infilarsi in una storia di conti in rosso e lavoratori in cassa integrazione, un drone scomparso misteriosamente in mezzo al Mediterraneo, un governo che prima si fa garante nei confronti dei lavoratori e poi si dà alla macchia, un azionista straniero che usa l’azienda italiana come una pedina sullo scacchiere militare internazionale, alimentando legittimi sospetti sulla strumentalità degli investimenti nel nostro Paese.

Gli Emirati Arabi stanno usando Piaggio come uno strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti per ottenere una fornitura di droni armati? Non è un’accusa campata in aria, ma un’evidenza che affiora rileggendo le vicende degli ultimi quattro anni, i più tribolati di un’azienda che ne ha oltre 130 di storia e che, dal 2014, è passata sotto il pieno controllo di Abu Dhabi. L’azionista unico oggi si chiama Mubadala: in arabo significa “scambio”.

 

Cavalieri bianchi?

La storia di Piaggio inizia a Genova, dove Rinaldo Piaggio nel 1984 avvia le sue attività nel settore ferroviario, per poi passare agli aerei nel 1904. Sopravvissuta a due guerre mondiali, “casa madre” della oggi più nota azienda di motorini, Piaggio Aerospace è nota per il P180, un aereo executive per una clientela privata che è stato per anni la gallina dalle uova d’oro dell’azienda. Nel 2005, viene sviluppato il P180 Avanti II con l’idea di rinverdire un successo lungo decenni. Le cose, però, non vanno come immaginato. È cambiato il mercato, servono nuovi capitali.

L’azienda guarda all’estero e, nel 2006, Mubadala acquista una partecipazione del 30%, per poi crescere fino a ottenere il controllo della società tra il 2013 e il 2014. Sono i cavalieri bianchi? E cosa hanno visto in Piaggio? Una cosa che forse altri non avevano considerato, o avevano deciso di non sviluppare fino in fondo: per le sue caratteristiche, il P180 era adatto a essere trasformato in un drone. Da usare, ad esempio, nella guerra al terrorismo.

 

Gli anni del drone

Il 2013 è un anno importante per Piaggio, ma anche per il suo azionista arabo. Il mock up del P1HH HammerHead, ovvero il drone da sorveglianza che nascerà dalla fusoliera del P180, viene presentato al Salone di Le Bourget a giugno. Gli arabi nello stesso momento stanno trattando con gli americani per acquistare i Predator, ovvero il drone a stelle e strisce in uso a diverse aviazioni nazionali in giro per il mondo (Italia compresa). A febbraio, la General Atomics Aeronautical Systems Inc annuncia un’intesa da 197 milioni di dollari con gli Emirati. Serve, però, l’autorizzazione del Congresso e del Senato. «L’accordo», scrive il Los Angeles Times, «segnerebbe la prima consegna a un Paese non Nato della tecnologia americana che ha cambiato il modo di fare la guerra».

Quella stessa tecnologia che gli arabi, tramite Piaggio, stanno provando a sviluppare da sé.
La delicatezza del dossier è nota al governo italiano che ad aprile del 2014, due mesi dopo l’accordo con cui Mubadala acquista le azioni di Tata, firma il decreto con cui esercita nei confronti dell’azienda i poteri speciali garantiti dal golden power a garanzia degli interessi militari e industriali italiani. La firma in fondo al decreto è della ministra Roberta Pinotti e del presidente del consiglio Matteo Renzi. A Roma devono essere convinti di aver fatto il colpaccio: l’Italia “salva” un’azienda grazie a capitali esteri, si assicura uno spazio in un mercato militare promettente e blinda gli interessi nazionali. Evviva.

A Palazzo Chigi sono così convinti dell’operazione che, a fronte dei rilievi della Corte dei Conti, spiegano che la scelta del governo è quella di «non opporsi all’investimento da parte di operatori stranieri nei settori strategici dell’economia, bensì a consentirlo». Esso, infatti, «favorirà l’accesso di capitali stranieri in Italia, permettendo al contempo di “salvare” imprese strategiche in crisi». A novembre 2014, così, Renzi arriva trionfante a Villanova per inaugurare il nuovo stabilimento. Fuori dalla fabbrica, alcuni operai e i sindacati protestano e denunciano: la nuova Piaggio passa da 1.300 a 900 dipendenti, c’è poca chiarezza sul futuro. Renzi non se ne preoccupa. Quelli, si sa, sono i gufi.

 

La crisi silenziosa

Quando hanno cominciato a complicarsi le cose? Difficile dirlo con precisione, ma occhio alle date. A fine gennaio 2015, le commissioni per gli affari esteri di Congresso e Senato Usa danno il via libera alla vendita agli Emirati Arabi di droni non armati, i Predator (poi consegnati tra il 2016 e il 2017). Ad aprile 2015 i sindacati e i lavoratori di Piaggio in Italia entrano in fibrillazione. Temono che l’azienda, concentrata sul drone, alieni parti importanti delle sue attività, diversamente da quanto garantito dall’accordo di programma che aveva consentito il trasferimento nel nuovo impianto di Villanova e la vendita a caro prezzo dei terreni a Finale grazie al cambio d’uso da industriale a residenziale. Si segnalano problemi di cassa, la mancata riorganizzazione delle attività velicolistiche, il rallentamento della produzione nell’area motori. Il futuro di Piaggio non decolla. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Il 31 maggio del 2016, al largo di Trapani, il P1HH fa un buco nell’acqua, letteralmente: durante le prove di volo nella base dell’Aeronautica precipita e si inabissa in mare. Pochi giorni dopo, Il Secolo XIX avanza l’ipotesi che si tratti di un sabotaggio da parte di hacker. Viene nominata una commissione d’inchiesta a cui partecipano l’Aeronautica e l’azienda. I risultati non sono mai stati resi noti. Lo stesso giorno, scrive Lettera43 il 26 aprile, un secondo modello viene caricato su un aereo di fabbricazione russa, l’Antonov, e, da Villanova, prende la volta di Abu Dhabi. Lì, a quanto risulta a pagina99, resta per undici mesi, chiuso in un hangar. L’azienda non smentisce questa lunga permanenza. Per fare cosa era lì, non si sa. Con quali garanzie perché non vi fosse un trasferimento di tecnologie a favore degli arabi (i software sono di Leonardo) non si sa.

Con il secondo drone fermo ad Abu Dhabi, il primo in fondo al mare, a Villanova scoppia la crisi. Il 28 luglio l’ex amministratore delegato, Carlo Logli, annuncia l’intenzione di cedere «le attività non strategiche», ovvero motori e servizi di manutenzione civile. Il nove agosto i sindacati vengono convocati dal Mise a Roma, dove il ministro Carlo Calenda assicura loro che le linee annunciate da Piaggio non erano concordate con il governo e che si farà carico di un chiarimento con l’azionista. A settembre, in effetti, la procedura di mobilità annunciata per 132 lavoratori viene stoppata. Dopo, cala il silenzio, il governo non convoca più aziende e sindacati, nonostante la golden power. Flavio Caminito, Fiom: «Ci avevano chiesto di tenere bassa la vertenza perché era una situazione delicata. Noi l’abbiamo fatto, ma non ci hanno mai più convocato. L’azienda non ci dice nulla, non ci dice nulla il governo».

Anna Giacobbe, parlamentare del Pd, ex sindacalista sostiene che «è necessario un chiarimento, e soprattutto che il governo eserciti il proprio ruolo per conservare patrimonio industriale, occupazione e radicamento in Liguria. Non va dimenticata l’esistenza dei poteri speciali, è un diritto-dovere intervenire». Si naviga a vista: l’ultimo bilancio depositato dall’azienda è del 2014 e segna perdite per 113 milioni su un fatturato di 169. Cosa sia successo dopo non è chiaro a parte il fatto che, a gennaio del 2017, si è svolto un incontro a Roma dove con la mediazione del governo si è lavorato a un accordo per azzerare il credito bancario, che dovrebbe ammontare a 180 milioni di euro.

Novanta sono stati messi dall’azionista, altri novanta dalle banche, a quanto risulta. Sui conti economici l’azienda non fornisce notizie. Ci sono crediti anche nei confronti di fornitori e Leonardo, in particolare, che è coinvolta in molteplici modi: è un soggetto “candidato” a comprarsi il business dei motori – disponibilità dichiarata dall’ex ad Mauro Moretti – e tramite la ex Selex partecipa allo sviluppo del drone. Abu Dhabi non pare al momento in grado di risollevare le sorti di Piaggio e, certamente, non è intenzionata a farlo per l’azienda nel suo complesso. Nel frattempo, gli Emirati il drone non armato l’hanno ottenuto dagli americani. Il governo tace. E la storia sarebbe finita lì, ma c’è un terzo tempo.

 

L’ora dei droni armati?

Tre settimane fa, il secondo drone, quello parcheggiato ad Abu Dhabi, è tornato a Villanova. Lì sono ripartiti i test, che dureranno a lungo perché i regolamenti impongono di ricominciare da zero, dopo l’affondamento del primo drone. Anche questa volta, è curioso raccontare cosa sta succedendo altrove. A metà aprile, i media americani battono la notizia secondo cui oltre venti membri del Congresso hanno chiesto al presidente Donald Trump di sbloccare la vendita di droni armati – e non più di semplice sorveglianza – a Giordania ed Emirati.

Sono due Stati considerati chiave nella lotta contro l’Isis e attivi in Libia e Yemen. Il 15 maggio atterra a Washington Mohammed Bin Zayed Al Nayan, crown prince degli Emirati. Ancora una volta, è difficile sdoppiare le due partite. Il P1HH – importante sottolinearlo – è concepito come un drone di sorveglianza. Tuttavia, può essere modificato per essere armato. L’Italia è impegnata anche su un altro fronte, ovvero lo sviluppo del Male RPAS, il drone europeo che vede coinvolti Francia, Spagna e Germania e che dovrebbe vedere la luce nel 2025.

Intanto il governo italiano ha assicurato che sarà il primo acquirente del P1HH, e un secondo ordine è stato piazzato agli Emirati Arabi. Il conto da pagare, evidentemente, per salvare la Piaggio che ad oggi, tuttavia, è tutto meno che salva. L’azienda si limita a dichiarare che «il processo di approvazione del piano industriale è giunto alle fasi finali» e che il P1HH sarà pronto nel 2018. Dettagli non ne dà. Aveva ragione Renzi: è una storia da raccontare.

[Foto in apertura di Chris Kleponis-Pool / Getty Images]

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