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17 maggio 2017

La deriva populista e la democrazia svuotata

Trump ha reso "America First" la nuova dottrina in politica internazionale. L'opinione pubblica non sembra scossa, ma qualcosa nella nostra cultura collettiva sta cambiando

Editoriale

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 19 maggio e in edizione digitale

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson, alcune settimane fa, ha detto che il problema del rispetto dei diritti umani e dei valori della democrazia nel mondo non è più al centro della politica americana. La nuova dottrina America First impone di privilegiare l’interesse americano. Occuparsi di diritti civili all’estero può entrare in conflitto con la sicurezza nazionale e l’economia del Paese.

In realtà, nel corso della storia degli ultimi decenni, è capitato spesso che gli Stati Uniti ignorassero i problemi della democrazia per perseguire i propri interessi: accadde in Cile e in Argentina negli anni Settanta, solo per fare un esempio. Ma da quarant’anni a questa parte negli Stati Uniti è prevalso un consenso bipartisan sul fatto che la legittimazione internazionale degli Stati Uniti come Paese guida del mondo dovesse dipendere anche da uno statuto morale che considera fondamentale il rispetto di certi valori etici.

Per la prima volta Tillerson ha negato che quei valori siano i pilastri morali della politica internazionale. E infatti sia lui sia il presidente Donald Trump non nominano una sola volta nei loro interventi l’esistenza di diritti civili e di valori inderogabili. La presidenza Trump ha fatto piazza pulita del passato e ha reso America First la nuova dottrina in politica internazionale: gli Stati Uniti non sono più “un Paese speciale” (come fino a ieri era per la propaganda ufficiale), ma un Paese come gli altri, solo molto più potente, e che come gli altri bada esclusivamente ai propri interessi.

Molti penseranno che tutto ciò è di scarsa importanza, avendo molto spesso gli Stati Uniti derogato a quei valori, anche quando li proclamavano. Invece si tratta di un cambiamento di sostanza in un mondo dove il concetto di democrazia si va svuotando di significato in un numero crescente di Paesi, una trasformazione radicale del panorama politico internazionale che non sembra scuotere più di tanto l’opinione pubblica. E la svolta di Washington è un ulteriore colpo di piccone.

Erdogan è stato appena ricevuto alla Casa Bianca da Trump e l’opinionista del Financial Times Gideon Rachman ha fatto argutamente notare che entrambi i presidenti – ispirati da un analogo credo nazionalista – hanno trasformato il loro governo in un business di famiglia, puntando sui giovani generi Jared Kushner e Berat Albayrak. Inoltre hanno entrambi scatenato una guerra senza quartiere contro i media accusandoli di diffondere fake news e considerano le burocrazie pubbliche come anche i magistrati indipendenti dei nemici.

Trump e Erdogan non sono gli unici a svuotare la cultura della democrazia. Su pagina99 ci siamo occupati diverse volte dei nuovi autocrati che stanno sbocciando qua e là nel mondo: Rodrigo Duterte nelle Filippine, Vlamidir Putin in Russia, e sul nuovo numero descriviamo gli uomini forti che stanno emergendo in diversi Paesi dell’America Latina, dove il populismo sta risorgendo rapidamente. Anche in Europa, dalla Polonia all’Ungheria, si vanno diffondendo i germi di una cultura che privilegia il nazionalismo e mette i diritti civili in secondo piano.

Osservando quello che sta accadendo a livello internazionale è chiaro che qualcosa sta cambiando nella cultura collettiva, come se alcuni punti solidi delle tradizionali convinzioni democratiche stessero cedendo. Il fatto stesso che in Italia un numero crescente di partiti sia attratto dalla Russia di Putin, sia propenso a mettere in crisi il nostro sodalizio europeo e l’appartenenza alla Nato la dice lunga su quanto sia seria questa deriva. Le cause di tutto ciò non sono chiare, ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti in un numero crescente di Paesi nel mondo.

Tornando agli Stati Uniti, è stupefacente che il neopresidente – che ogni giorno racconta palesi menzogne, ha intrattenuto rapporti almeno ambigui con la nemica Russia e ha licenziato il direttore del Fbi fornendo prima due motivazioni in contrasto tra loro e poi intimandogli il silenzio con un’aperta minaccia su Twitter – continui ad avere un gradimento superiore al 40 per cento. In altri periodi storici (anche solo una decina di anni fa) era considerato inconcepibile che un presidente (o un qualunque uomo politico) mentisse. Trump lo fa tutti i giorni senza pudore e senza effetti percepibili.

La sfiducia verso le istituzioni e verso i media spinge larga parte dell’opinione pubblica a fidarsi nell’uomo della provvidenza, perdonandogli qualunque cosa. È esattamente lo stesso fenomeno a cui assistiamo ogni giorno nella politica italiana. Alcuni politici, quelli che basano sulla rabbia il proprio consenso, possono raccontare ogni menzogna senza vedere calare il proprio consenso. I Trump che stanno sbocciando nel mondo, dalla Turchia alle Filippine, parlano anche un po’ di noi.

[Foto in apertura di Saul Loeb / Afp / Getty Images]

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