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15 maggio 2017

Il mondo in foto a Cortona

Identità, nazione, povertà. Ma anche felicità, storia, donne. Arianna Rinaldo, direttrice di Cortona On The Move, ci racconta come sarà la prossima edizione del festival

Gabriella Colarusso

Quarantasei Stati, 80 mila chilometri percorsi, un viaggio iniziato nel 2014 per raccontare le nuove povertà americane. The geography of poverty del fotografo californiano Matt Black è uno dei numerosi lavori che saranno esposti alla prossima edizione di Cortona On The Move, il festival che dai sei anni porta nel piccolo Comune dell’aretino professionisti da tutto il mondo (in programma dal 13 luglio a ottobre), e che è diventato un punto di riferimento per la fotografia italiana e internazionale. Quest’anno ci saranno anche le foto di Barack Obama scattate negli anni della sua presidenza da Pete Souza.
Direttore esecutivo del festival è Antonio Carloni. Arianna Rinaldo, invece, cura la direzione artistica e ci ha raccontato un po’ di cose su come sarà la prossima edizione.

Partiamo dal sottotitolo, On The Move: fotografia in viaggio ma non di viaggio?

On the move per noi è il movimento inteso come ricerca, esplorazione fotografica. Ci interessa capire come evolve il linguaggio della fotografia, la sua grammatica, soprattutto nel campo della documentaristica. Senza dimenticare da dove veniamo – i grandi maestri e gli archivi che hanno consentito lo svilupparsi di questa lingua – a Cortona dedichiamo un’attenzione speciale al presente – a ciò che viene prodotto dai fotografi più giovani, non tanto per età ma per appartenenza alla professione – e al futuro. Ai nuovi linguaggi sono dedicati una sezione e un premio appositi, New Vision.

Identità, confini, nazione, povertà. I temi che attraversano molti dei lavori selezionati sembrano ripercorrere la storia di questo ultimo anno, dal fenomeno Trump alla Brexit alle tensioni identitarie che scuotono i Paesi ex sovietici. Un percorso intenzionale?

C’è sicuramente attenzione a quello che è successo nel mondo, e che accade oggi in Paesi diversi. Ma a me interessa principalmente che si raccontino delle storie capaci di emozionare e informare in una maniera nuova e originale. Ovviamente non tutti i lavori sono all’avanguardia da questo punto di vista, ci sono anche racconti fotografici più tradizionali, più leggibili da un pubblico ampio.

Sul piano più sperimentale, quale progetto ti ha colpita particolarmente?

Primo fra tutti il lavoro di Donald Weber, fotografo canadese che nasce come documentarista. Il linguaggio dei suoi primi lavori è abbastanza classico, da fotoreporter, ma è stato capace di innovarlo profondamente. Nel lavoro che porteremo a Cortona affronta lo sbarco in Normandia in maniera molto critica e analitica. Alle immagini d’archivio associa analisi forensi e uno screening della sabbia delle spiagge. Si dice infatti che una certa porzione della sabbia di quelle spiagge contenga i resti dello sbarco. Le foto microscopiche analizzano quali questi resti, ciò che la storia ci ha lasciato.

Ospite d’eccezione sarà Donna Ferrato, forse la più irriverente fotoreporter-attivista americana.

Il suo lavoro più noto è quello sulla violenza domestica che porta avanti da 40 anni. Living with the enemy è un libro semplice, sembra quasi un quaderno, molto diverso dai fotobook di oggi, ma è un libro potentissimo, immagini e testi di una forza rara. Donna non è solo una fotografa ma è soprattutto un’attivista, ha fondato anche una associazione per combattere la violenza domestica, è un tosta ma il suo sguardo è allo stesso tempo molto sensuale, femminile. American woman è un lavoro molto interessante e provocatorio. Sono contenta di averla a Cortona.

Un’altra donna, Justyna Mielnikiewicz, si interroga sul concetto di identità, ma da una prospettiva completamente diversa, quella delle nazioni. Qual è il senso di una nazione, The meaning of a nation?

Justyna è una fotografa di origini polacche ma vive da tempo in Georgia. E’ andata alla ricerca dell’identità di questi popoli contesi, della loro difficoltà di sentirsi parte di una nazione, al di a la dei confini segnati sulla carta. E’ un lavoro bellissimo e in progress, ora concentrato su Georgia e Ucraina ma che proseguirà anche in altri Stati dell’ex blocco sovietico. Justyna indaga le storie personali, delle famiglie separate da confini tracciati a mano. È un lavoro poetico pur nel suo essere testimonianza dura. Un lavoro importante anche per noi europei: ci aiuta a capire cosa significano le frontiere in un momento in cui molti vorrebbero tornare a innalzarle.

Anche quelle invisibili, e forse più insidiose, della diseguaglianza indagate da Matt Black.

Nella sua “geografia della povertà”, Black racconta uno spaccato poco conosciuto della società americana. Black è californiano, viene quindi da uno Stato conosciuto come ricco, ma che in realtà nasconde sacche di povertà. Black è partito da lì e ha attraversato tutti gli Stati americani in cui c’era un 20% di popolazione povera: ha finto per toccarli quasi tutti.

A Cortona ci sarà anche una call to happiness: fotografare la felicità, forse la sfida più complicata per un fotografo.

E’ un premio che abbiamo da tre anni, ed è molto interessante perché per un fotografo non è facile catturare un certo senso di felicità. Molti lavori che ci arrivano sono di bambini sorridenti, di gattini simpatici: ciò che ci interessa però non sono gli stereotipi ma una visione collaterale della felicità che è un’emozione sottile, spesso presente nei luoghi meno esplorati. Il lavoro che ha vinto l’anno scorso e che metteremo in mostra quest’anno, per esempio, è un reportage sui vecchi bar austriaci, un po’ tuguri dove le persone si ritrovano da sempre per raccontarsi le loro storie, spesso davanti a numerose bottiglie di vino. Nella loro semplicità, creano appartenenza. Momenti di felicità.

 

[Nella foto in apertura: spiaggia di Omaha, Easy Red. Campione #060, 18 maggio 2013. © Donald Weber]

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