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5 maggio 2017

Il grattacielo diagonale che riempie i vuoti

Fëdor Dostoevskij nel suo Le notti bianche dà forma a una città notturna, singolare, vissuta come un sogno. Torna la rubrica "Architetture letterarie"

Matteo Pericoli

Siamo soliti vedere grattacieli che si impongono sulla città. Siamo soliti immaginare la trama di una città come il segno del pieno sul vuoto. Il protagonista di Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij è, come lui stesso si definisce, un sognatore. Un uomo solo, senza conoscenti o amici, che della sua città, San Pietroburgo, conosce solo l’animo e l’aspetto dei suoi luoghi fisici. Si nasconde persino dalla luce del sole e percorre la città, in lungo e in largo, di notte. Nell’animare ogni angolo di carattere e personalità, ne riempie i vuoti.

Il romanzo è un’avventura che dura quattro notti. Durante la prima notte, il sognatore incontra una ragazza in lacrime, le si avvicina come mai si è avvicinato a nessuno prima e la consola. Sebbene il cuore di lei batta per qualcun altro, lei lo accoglie e i due passano quattro notti a scoprirsi e a conoscersi. Nell’accostarsi a lei, il sognatore prende lentamente le distanze dalla vita vissuta fino a quel momento. Sembra aver trovato l’occasione per elevarsi dalla città dalla quale si sente estraneo.

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In un insopportabile crescendo, l’improbabile unione tra i due si avvicina. Fino all’ultimo momento, quando con una tanto struggente quanto improvvisa chiarezza la storia finisce così come era iniziata e il sognatore vede d’improvviso anche la città priva di vita e significato.

 

«Le mie notti terminarono quel mattino». Il bagliore delle nottate da sognatore si è spento. Ora è tutto più chiaro e persino la vista dalla finestra non è più la stessa: la casa di fronte sembra di colpo «invecchiata e sbiadita». Lo scomparire di un inatteso raggio di sole rafforza la solitudine e la distanza del sognatore, e con esse la prospettiva di una vita a ricordo di «un intero attimo di beatitudine».

planimetria

Il grattacielo si alza con fatica dalla città. Con questa inclinazione, ben inferiore ai 45 gradi, il peso grava ancor di più sul tessuto urbano. Nell’ascesa, ognuno dei quattro elementi che lo compongono vanno alleggerendosi, diventando così sempre più aerei. Visto dall’alto, il grattacielo sembra non esistere, perché la sua massa volumetrica insiste sui vuoti della città. Da lassù, la sua forma coincide con quella delle strade e delle piazze, degli angoli e dei viali – è come se si mimetizzasse.

All’apice della successione dei quattro volumi c’è un piccolo ulteriore elemento – una sorta di terrazza o belvedere: un punto di vista su una città ormai lontana e offuscata, da dove, in solitudine, potremo intravedere l’ultimo raggio di sole prima del crepuscolo.

In collaborazione con Giuseppe Franco.

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