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19 aprile 2017

Tom Drury, il più grande scrittore che nessuno conosce

Arriva in Italia Tom Drury e il suo "La fine dei vandalismi". Domenica 23 l'autore sarà ospite, con Giorgio Vasta, al festival milanese Tempo di Libri

Jon McGregor

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 14 aprile e in edizione digitale

Prima di tutto, un avvertimento. Se leggerete il presente romanzo, cercherete poi, inevitabilmente, di spacciarlo ad altri, con occhi che brillano per la perturbante delizia di essere passati attraverso questa esperienza. Entrerete a far parte della schiera di chi ne cita i passi migliori, sfogliando le pagine appositamente sottolineate.

State a sentire questa descrizione del veterinario, direte: “Aveva la faccia affilata, i capelli folti e gli occhi molto distanti tra loro. Lavorava da un bel pezzo con i cavalli”. O quest’altra, di una persona alle prese con un’auto guasta. “Si era messa carponi per dare un’occhiata, anche se questo non era bastato a risolvere il problema”.

O la scena in cui lo sceriffo Dan Norman, a tarda sera, prepara personalmente i cartelli per la campagna elettorale: “I cartelli non erano niente di che. Dicevano cose tipo: DAN NORMAN VA BENISSIMO”. Potrei continuare a lungo. Voi lo farete senz’altro. Ma attenzione! Dire che questo è un libro divertente non basta. C’è ben altro, qui dentro.

Gli appassionati dell’opera di Tom Drury hanno un problema: i suoi romanzi sembrano molto simili a tanti altri sommessi romanzi realistici ambientati nel Midwest rurale americano, e non c’è un modo semplice di spiegare in che cosa questo se ne differenzi. La Grouse County, che fa da sfondo a La fine dei vandalismi, come ai successivi romanzi Hunts in Dreams e Pacific, è un luogo immaginario che ci pare, però, di riconoscere: territorio perlopiù pianeggiante, con stradine di ghiaia, fattorie sparse e, qua e là, un laghetto. Torri dell’acqua. Fossi. Stalle e fienili.

Una regione poco o per nulla degna di nota, abbondantemente esplorata dalla narrativa americana degli ultimi centocinquant’anni. Eppure… c’è qualcosa che non quadra. Drury ha spiegato in più di un’intervista di aver attinto ai suoi ricordi d’infanzia – è cresciuto nell’Iowa – pur avendo ambientato queste narrazioni nel presente.

C’è, quindi, una forma di sfasamento: una sensibilità spesso riconducibile agli anni Cinquanta e Sessanta calata in un contesto sociale anni Novanta. “Le aziende agricole a conduzione familiare sembravano scomparse” osserva il narratore a un certo punto “e non erano state sostituite da idee altrettanto convincenti.” Questa gente sembra alla deriva: non sa più qual è il suo posto nel mondo, pur essendo fin troppo certa della propria identità. Realismo, dunque, ma un tantino deragliato.

E sono questi deragliamenti – un pensionato che prende l’Lsd per alleviare i dolori al collo, un uomo che muore nella sua soffitta “circondato dai barattoli della sua collezione di barattoli”, l’aneddoto su Dave Green che, per sbaglio, prende l’aereo per le Hawaii – ciò che conferisce a La fine dei vandalismi la sua caratteristica vivacità e che lo distingue da altri sommessi romanzi realisti di ambientazione rurale con cui potrebbe facilmente essere confuso.

A woman struggles with an inflatable beast at a used car lot in Plymouth, Indiana, along the Lincoln Highway. The Lincoln Highway, the first cross-country road in the United States, was founded in 1913 and celebrates its 100th anniversary this year. Roughly 3300 miles long, the road passes through a wide variety of landscapes and more than 700 towns, cities, and communities as it winds its way from Times Square to its western terminus in Lincoln Park, San Francisco.

Si ha qui una costante accumulazione di particolari inattesi, a mano a mano che facciamo la conoscenza di nuovi personaggi e che riceviamo nuove informazioni su di loro, scoprendo nuovi e più complicati modi in cui le loro vite si intersecano. Non c’è alcun ricorso all’archetipo, nessun comodo utilizzo di scorciatoie: questi personaggi sono, ognuno a suo modo, davvero strambi. Come tutti noi. Nelle storie della nostra vita gli eventi si susseguono, e noi diventiamo sempre più strani: questa è la verità che Tom Drury vuole qui illustrare.

I personaggi di questo romanzo amano raccontare. Si lanciano in rievocazioni follemente divaganti senza tanto bisogno di incoraggiamento, ben sapendo, di solito, che verranno ascoltati con pazienza o, perlomeno, senza interruzioni. In molti casi, non è neppure la prima volta che queste storie vengono raccontate, e sembrano migliorare a ogni nuova ripetizione (come la curatissima prosa di Drury, ovviamente).

Veniamo a sapere, en passant, di Lester Ward, responsabile del covatoio di Pinville, che aveva sempre in testa un cappello; ci viene detto perché l’ufficio dello sceriffo è spazioso quanto il salone di un barbiere (la spiegazione risale al 1947 “quando la carica era ricoperta dallo stimatissimo Darwin Whaley”); sentiamo parlare, brevissimamente, dell’ormai scomparsa setta dei Mixer di Mixerton; facciamo la conoscenza di Helene Plum, che “reagiva a quasi ogni sorta di notizia stressante preparando delle teglie di cibarie, e una volta, a Faribault, Minnesota, si era presentata sulla scena del rogo di un tir con una pirofila di patate al gratin con prosciutto”. (Si noti, qui, il dettaglio geografico, che è elemento essenziale della storia, se chi ascolta è della Grouse County. E si noti, anche, la punteggiatura deliziosamente impeccabile).

Queste storie sono la materia e insieme il metodo del romanzo. Ci muoviamo all’interno dell’opera, passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro, da un luogo all’altro, trasportati dalle storie: storie raccontate, storie vissute, storie appena accennate. Qualcuno, che evidentemente non se ne intende abbastanza, ha detto che La fine dei vandalismi è privo di trama.

Certo, se appartenete a quel genere di lettori che riescono ad arrivare in fondo a un romanzo in cui sessanta personaggi si arrabattano in mezzo a una gran varietà di incidenti e di aggrovigliate interazioni e, ciononostante, continuerete a ritenere che vi sia “poca trama”, può darsi che questo sia un libro che non fa per voi. Se invece vivete nel mondo reale, dove la vita si blocca o avanza a singhiozzo con poca coerenza e dove la consistenza dei nostri rapporti si forma a poco a poco, allora riconoscerete che questo romanzo trabocca di materiale narrativo.

Quelli che Drury snocciola a nostro beneficio non sono soltanto curiosi aneddoti rurali. Si tratta, al contrario, di storie intricate e interconnesse, incentrate sui grandi eventi che si verificano nella vita delle persone: i fallimenti e i successi nei rapporti, negli affari e nelle famiglie; i piani realizzati e contrastati.

Non credo di poter rovinare il gusto della lettura – dato che questo romanzo, dopotutto, parla della vita reale – se dico che, mentre si parla sempre di quanto questo libro sia smisuratamente divertente, da sbellicarsi, spesso ci si dimentica di far notare che in esso si trova, in fondo, anche una grande tristezza. E quando la si trova, dopo una lunga e paziente accumulazione di sobri dettagli e di storie e di risate dissimulate, colpisce con la violenza di un uccello che vada a sbattere contro una vetrata; un grande airone azzurro, ad esempio, che si schianti contro la finestra panoramica di una casa prefabbricata fresca di ristrutturazione, affacciata su un lago placido e imperturbato.

A sign for a restaurant and store along the Lincoln Highway in western Iowa. The Lincoln Highway, the first cross-country road in the United States, was founded in 1913 and celebrates its 100th anniversary this year. Roughly 3300 miles long, the road passes through a wide variety of landscapes and more than 700 towns, cities, and communities as it winds its way from Times Square to its western terminus in Lincoln Park, San Francisco.

Il tempo non guarisce un bel niente. Questo libro vi farà male, se lo leggerete come si deve, e vi farà sentire complici, alla maniera di due felici proprietari di una casa che escono per osservare il corpo ancora caldo di un grande uccello morente e pensano che se solo la loro casa non fosse stata costruita in quel luogo preciso quell’uccello sarebbe ancora vivo.

(Mi domando, qui, se sia una coincidenza il fatto che l’immagine da me scelta per descrivere uno shock improvviso sia quella di un uccello che sbatte contro una finestra, visto che un incidente simile si verifica nel romanzo appena prima della catastrofe. Ho il sospetto che non lo sia, e che sia invece un segno della sottigliezza accuratamente elaborata di Tom Drury).

Complici? Be’, sì. Se leggerete questo libro come si deve, con un sentimento paragonabile alla pazienza, all’empatia, alla generosità di cui Drury ha dotato i suoi personaggi, vi ritroverete coinvolti nella loro vita. E questo coinvolgimento sarà qualcosa che voi stessi avrete creato, come lettori, in collaborazione con Drury. Avrete dato vita a queste persone, per poi far loro sperimentare il dolore.

Avrete consentito a voi stessi di provare qualcosa di simile all’amore per un gruppo di personaggi complicati, che combinano disastri o cose deplorevoli e talvolta sgradevoli. Charles “Tiny” Darling, ad esempio, per buona parte del libro non fa altro che trascinarsi verso i guai per ragioni che a suo dire sono spesso perfettamente ragionevoli.

E fa queste cose con una così bonaria accettazione dei suoi fallimenti che noi ci ritroviamo a fare il tifo per il suo bene futuro. “Non mi considero un perdente”, dice Tiny in uno dei passaggi cruciali, per lui e per tutto il romanzo “eppure di cose ne ho perdute”. Come si può non amare un uomo dotato di un’umiltà e di una coscienza di sé simili a quelle di un santo?

Questo è l’amore che insegnano i migliori romanzi. La migliore narrativa ci insegna a essere lettori migliori, meno tolleranti nei confronti della scrittura più debole e scarsa, e La fine dei vandalismi fa esattamente questo. La migliore narrativa, però, ci migliora anche in quanto lettori del mondo e della gente che ci circonda: più attenti a cogliere le storie sparse in giro, più consapevoli delle particolarità, più sensibili allo humour, che non smette di emergere, e alla tristezza. La fine dei vandalismi fa anche questo. Tenetevi forte. E poi non dite che non vi ho avvertito.

Copyright © Jon McGregor, 2014. Traduzione di Gianni Pannofino. Questo testo è apparso come prefazione all’edizione britannica di Tom Drury, The End of Vandalism, Old Street Publishing e pubblicata sul Guardian.

[Foto di Mark Hirsch, Kass Mencher, Eric Mencher / Contrasto]

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