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13 aprile 2017

Referendum, la Turchia di Erdogan sull’orlo del disastro

Il 16 aprile si vota il cambiamento di 18 articoli per conferire al capo dello Stato un potere quasi illimitato. Si apre una fase di instabilità

Marta Ottaviani

La Turchia si appresta a compiere un passo storico. Un voto che ormai si è trasformato in un referendum sul presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Il prossimo 16 aprile il popolo della Mezzaluna sarà chiamato a decidere se cambiare la forma di governo da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. Sul referendum Erdogan si gioca tutto, a partire dal suo futuro politico fino ad arrivare alla sua leadership nel partito, l’Akp, che guida la Turchia dal 2002, e quindi il controllo assoluto che ormai esercita nel Paese.

 

Un super presidente

Il testo prevede il cambiamento sostanziale di 18 articoli della legge madre dello Stato turco per conferire al capo dello Stato un potere pressoché illimitato e inscalfibile. La figura del presidente del Consiglio scomparirà e il Parlamento verrà destituito di gran parte del suo potere. Il presidente infatti avrà la facoltà di nominare, licenziare o eliminare ministri senza che l’assemblea possa intervenire.

Stesso discorso vale per le importanti cariche pubbliche, amministratori di alto livello e dirigenti nel mondo dell’arte, dell’economia e dell’istruzione. Verranno abolite le interrogazioni parlamentari e anche l’attività legislativa sarà tutta nelle mani del Capo dello Stato. Brutte notizie anche per l’indipendenza della magistratura. Con la nuova costituzione cambierà la composizione del Csm, che vedrà un’influenza crescente da parte del presidente della Repubblica e del governo.

 

Lotta all’ultimo voto

Il testo è arrivato alle urne dopo che in parlamento è stato approvato dall’Akp e dai nazionalisti del Mhp che, in cambio del loro appoggio hanno posto la condizione che la minoranza e il partito curdo fosse lasciati fuori dalle trattative. I sondaggi, che fino a qualche settimana fa davano il no alla riforma avanti di misura, adesso parlano di un testa a testa, con il 20 per cento degli elettori ancora indecisi.

Significa che se l’affluenza sarà alta  per Erdogan potrebbe mettersi male. Molte società di ricerca concordano nell’affermare che un’affluenza superiore all’85 per cento comporterebbe la vittoria del no. Il voto dei giovani sarà decisivo e il clima nel Paese è teso come non mai.

 

Un 2016 esplosivo

La Turchia va al voto dopo un 2016 costellato di attentati, un golpe dai contorni ancora poco chiari seguito da una repressione che trova come unico precedente quella successiva al colpo di Stato del 1980. Circa 47 mila persone sono state arrestate, 95 mila sono state sottoposte a fermo.

Fra le persone finite in carcere ci sono 149 giornalisti e 11 parlamentari dell’Hdp, il Partito curdo del popolo democratico, fra cui anche il carismatico leader Selahattin Demirtas. A queste vanno aggiunte altre 134 mila persone che hanno perso il loro posto di lavoro o sono state rimosse dai loro incarichi, tra cui docenti universitari, militari, giudici, insegnanti, imam, burocrati e impiegati amministrativi.

L’accusa, per tutti, è la stessa: fare parte o sostenere il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, oppure Feto, l’organizzazione legata a Fethullah Gulen. È lui, un tempo alleato del presidente e oggi suo peggiore nemico a capo di un’ala della destra islamica contrapposta a quella di Erdogan, a essere accusato di aver organizzato il golpe dello scorso luglio.

 

Stabilità o dittatura

I sostenitori del sì dicono che con la nuova Costituzione la Turchia avrà finalmente la solidità necessaria per assicurare la stabilità interna e combattere efficacemente il terrorismo. I sostenitori del no, di contro, dicono che con questa riforma la Turchia diventerà di fatto una dittatura, con troppi poteri concentrati nelle mani di una sola persona e nessun meccanismo di bilanciamento nel controllo della sua attività.

Il presidente Erdogan si sta spendendo in prima persona perché il referendum abbia successo: oltre 50 città toccate e una media di due discorsi pubblici al giorno. Ma in questa campagna, più che a evidenziare i benefici della sua riforma, ha passato il tempo ad attaccare i suoi principali nemici: chi voterà no – ha detto – sta dalla parte di Fethullah Gulen, dei curdi o dell’Europa.

 

Un Paese spaccato

Il Paese è fortemente destabilizzato, soprattutto nel sud-est a maggioranza curda, dove da tempo c’è un clima di guerra permanente. A differenza delle altre volte, per questo referendum la parola d’ordine è incertezza, non solo sul risultato, ma anche su cosa potrebbe succedere dopo. Una vittoria di Erdogan sicuramente significherebbe un’ulteriore pressione sulla libertà di stampa, i diritti fondamentali e le attività della società civile, oltre alle limitazioni della vita politica imposte dalla nuova Costituzione.

Tuttavia, per quanto possa apparire un paradosso, se Erdogan dovesse perdere, rischierebbe di essere persino peggio. Difficilmente il leader islamico rinuncerà a esercitare i super poteri.  Di fatto ne gode già da almeno due anni, anche se gli manca la legittimazione costituzionale. Questo potrebbe portare a nuove tensioni non solo politiche, ma soprattutto civili.

La Turchia rischia una guerra fra bande: Erdogan e i suoi seguaci da una parte e dall’altra le tante fette della società che da tempo covano disagi profondi. L’azione di Erdogan, negli ultimi 15 anni, ha creato una forte radicalizzazione di una parte della popolazione che si oppone alla sua politica.

È il caso di curdi e aleviti, una minoranza sciita che conta oltre dieci milioni di persone da sempre perseguitata in Turchia dove l’opposizione a Erdogan ha trovato un terreno fertile. Mentre il popolo che manifestò a Gezi Parki, pur rimasto senza riferimenti politici solidi, ha visto la condizione delle libertà nel Paese deteriorarsi dal 2013 in poi e, in un momento di debolezza di Erdogan, potrebbe tornare in piazza.

Ci sono poi i gruppi di ultra nazionalisti più eversivi, che sono tornati a ricoprire un ruolo nella scena politica interna. Potremmo trovarci di fronte a uno scenario di violenza per le strade come negli anni Settanta, ma con partiti e militari indeboliti da 15 anni di strapotere di Erdogan.

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