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10 aprile 2017

Berlino fa ostruzionismo alla riforma dell’euro

Senza un bilancio unico e una vera unione bancaria, la moneta non durerà. Ma gli interessi tedeschi divergono dal resto dell’Unione

Giovanni Del Re

Bruxelles. A Bruxelles e nelle capitali europee su una cosa sono tutti d’accordo: l’Unione monetaria (Uem) è incompleta e alla lunga così non funzionerà. La Brexit e il dilagare dei populismi anti-euro hanno accelerato questa riflessione, mentre il Financial Times ha rivelato che 80 banche centrali di tutto il mondo stanno riducendo le riserve in euro. Le cancellerie e Bruxelles stanno intensificando la discussione, oggetto questa settimana sia di un prima riunione del collegio dei commissari, sia, a Malta, di un Ecofin informale.

Molto, a dire il vero, è stato fatto – dalla creazione del fondo salva-Stati Esm all’Unione bancaria. Il problema è che si tratta di un cantiere tutt’altro che completato. Ad esempio è stato creato un sistema di vigilanza Ue, ma manca tuttora una garanzia comune dei depositi; il neonato fondo di risoluzione europeo per le crisi bancarie non ha un solido “salvagente” finanziario. «L’Europa», si legge in un rapporto presentato a gennaio dalla Fondazione Bertelsmann e dall’Istituto Jacques Delors, «sarà colpita da una prossima crisi economica. Non sappiamo se sarà tra sei settimane, sei mesi o sei anni. Noi temiamo che l’Unione monetaria sia mal preparata a una simile crisi».

Già nel 2015 era stato pubblicato il Rapporto dei 5 presidenti (Commissione Europea, Eurogruppo, Bce, Consiglio Europeo e Parlamento Europeo), in cui si parlava di completare l’Unione bancaria, il mercato interno, di rendere più rigorosa l’attuazione delle raccomandazioni Ue, di una rappresentanza unica dell’Eurozona. Il 31 maggio sarà pronto il seguito di quel rapporto.

Il vice presidente della Commissione Europea, Valdis Dombrovskis, responsabile per l’euro, afferma che si tratterà di «chiarire come proseguire il rafforzamento e il completamento dell’Unione monetaria entro il 2025». Dombrovskis ha avvertito che tra i punti cruciali c’è il «rilancio della convergenza» economica, che dovrà diventare più cogente con i parametri.

Il problema è che le divisioni sono ben lungi dall’attenuarsi. L’Italia e altri Paesi del Sud chiedono ulteriore flessibilità e meno ossessione sul rigore sui conti in nome della crescita, e soprattutto che gli sforzi di riforma possano essere «premiati». «Le riforme strutturali», dichiarava nell’ottobre 2015 il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in Lussemburgo, «devono esser coordinate in modo più efficace con la politica di bilancio».

In quel discorso, Padoan lanciò l’idea di una assicurazione europea per affrontare l’aumento della disoccupazione che spesso, all’inizio, provocano le riforme del mercato del lavoro. Anche la Commissione, ha spiegato Dombrovskis, sta studiando l’ipotesi di un «meccanismo di stabilizzazione», con l’occhio rivolto anche alla crisi occupazionale.

Sull’altro fronte, però, ci si scontra con il crescente rigorismo della Germania e degli altri cosiddetti “falchi” (Olanda, Austria, Finlandia), alimentato anche dalla campagna elettorale tedesca (si vota il 24 settembre). Il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, non vuol sentir parlare di “premi” alle riforme, piuttosto chiede un’attuazione molto più rigorosa del Patto di stabilità e propone di esautorare la Commissione Europea. La quale, ha detto più volte, «si professa “politica”, e va benissimo, ma allora non può più assolvere la sua funzione di controllore».

L’idea è di creare un’authority ad hoc, «obiettiva», molto più severa nell’applicazione del Patto di stabilità, in grado di bocciare una legge di bilancio nazionale. Non basta: Schäuble chiede di tagliare i fondi strutturali se i Paesi non rispettano il Patto di stabilità e le raccomandazioni Ue. Un pugno di ferro che va in direzione diametralmente opposta a quella auspicata dall’Italia.

Un altro elemento cruciale è che cosa fare del fondo salva-stati Esm (Meccanismo europeo di stabilità). A lungo termine, un po’ tutti auspicano che si trasformi in un vero e proprio «Fondo monetario europeo». Le comunanze, però, finiscono qui. L’Italia, la Commissione, la Bce e think-tank economici prestigiosi come il Bruegel di Bruxelles, propongono di usarlo anche per il «salvagente» che manca al Fondo europeo di risoluzione bancaria.

Berlino è contraria, e il ministero di Schäuble ha preparato un piano allarmante per l’Italia: se uno Stato membro in difficoltà si rivolge all’Esm per ottenere un aiuto, i suoi titoli di Stato devono essere oggetto di una sorta di ristrutturazione automatica, tramite un allungamento delle scadenze. E starà all’Esm, non alla Commissione, vigilare sul rispetto degli impegni. Per Stati più a rischio, come l’Italia, questo vorrebbe dire un aumento immediato dei tassi, visto che gli investitori dovrebbero prezzare in anticipo la possibilità di una ristrutturazione forzosa.

È l’obiettivo di Berlino, che insiste che il rating di rischio dei titoli di Stato dei vari Paesi euro risponda alla realtà, e che le banche comincino a liberarsene per ridurre i rischi. Uno scenario che preoccupa molto l’Italia, mentre Bruxelles mostra comprensione per i timori tedeschi. «È urgente tagliare il legame tra banche e debito pubblico», ha detto Dombrovskis questa settimana, avvertendo che occorre «riequilibrare la solidarietà con la condivisione dei rischi».

Lo scontro è soprattutto sulla tempistica: gli Stati del Sud, ma anche la Bce e la Commissione chiedono che la riduzione dei rischi e la loro condivisione vadano di pari passo, Berlino invece chiede prima la riduzione dei rischi, poi si vedrà. Per i tedeschi, insomma, nessuna garanzia comune dei depositi bancari finché le banche saranno piene zeppe di titoli di Stato. E un niet categorico agli Eurobond.

Se Berlino resta rigida, a livello europeo però permane l’idea che qualche forma di àncora di salvataggio per i titoli di Stato dev’esserci, e non può essere sempre e solo la Bce.  Così l’European Systemic Risk Board (Esrb, un ente Ue che si occupa di valutare i rischi), in un lavoro guidato dal presidente Bce Mario Draghi e dallo stesso Dombrovskis, sta ipotizzando titoli di credito comuni emessi dall’Esm, ma garantiti da un paniere di titoli sovrani dei vari Paesi dell’Eurozona, ognuno dei quali garantisce la propria parte. Dombrovskis li ha battezzati «sovereign-backed securities» (Sbs). Resta da vedere se Berlino li digerirebbe.

Sullo sfondo, un problema cruciale: «Possiamo fare tutte le migliorie e le riforme del mondo», avverte Guntram Wolff, direttore di Bruegel e già economista alla Bundesbank, «se però viene davvero meno il consenso popolare, l’euro non avrà futuro». Passate le elezioni del 2017 (se tutto sarà andato bene), il 2018 sarà l’anno decisivo.

[Foto in apertura di Ryan Etter / Getty Images]

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