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31 marzo 2017

Italia, Francia, Spagna, l’ateneo è cosa nostra

Sono i tre Paesi dove per fare carriera accademica l’appartenenza conta più della competenza. Così Regno Unito, Scandinavia e Olanda si portano via i migliori

Alexandre Afonso

Lo scorso anno 30 ricercatori italiani hanno vinto un Consolidator Grant del Consiglio europeo della ricerca. Si tratta di borse del valore di due milioni di euro ciascuna, conferite nell’ambito di selezioni in tutta Europa, per le quali il livello di competizione è alto e solo il 13% dei candidati ottiene un’assegnazione. Gli italiani sono stati i terzi, dopo Regno Unito e Germania ed ex aequo con la Francia, a ottenere il maggior numero di borse. E sono addirittura al primo posto per numero di grant assegnati a ricercatrici donne.

Così, l’ex ministro dell’Istruzione Stefania Giannini scrisse sui social che si trattava di una prova della qualità della ricerca italiana. Quello che il ministro dimenticò, tuttavia, è che più della metà di questi grant vengono vinti da italiani che lavorano fuori dal proprio Paese. Roberta d’Alessandro, beneficiaria di una di queste borse e oggi docente di Linguistica all’università di Utrecht, in Olanda, affidò la sua replica al ministro a un post su Facebook  che ebbe oltre 15 mila condivisioni.

L’università italiana, faceva notare, aveva poco a che vedere con quel suo traguardo, e il ministro non avrebbe dovuto rivendicarne il merito. Il grant che aveva vinto era olandese, non italiano. E per lei non sarebbe stato possibile intraprendere una carriera accademica in Italia perché il sistema è fortemente sbilanciato a favore degli insider, i quali, pur avendo scarse possibilità di vincere grant internazionali di quel livello erano stati invece selezionati in opachi concorsi…

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[Foto in apertura di Tommaso Ausili / Contrasto]

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