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20 marzo 2017

La sfida di Nicola Sturgeon a Theresa May: fare a pezzi il Regno Unito

Il premier scozzese vuole il divorzio da Londra. Per boicottare l’hard Brexit e far restare il Paese in Europa. Ma la mossa non sarebbe priva di conseguenze

Gabriele Carrer

Scottish country dancer Mairie McGillivray dances on the beach at Bridgend as she poses for a photograph on the Hebridean island of Islay

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

Non è se ma è quando. L’avvicinarsi dell’inizio dei negoziati che porteranno all’addio del Regno Unito dall’Unione Europea ha offerto l’opportunità al governo scozzese di chiedere un nuovo referendum per l’indipendenza. Edimburgo non ci sta ad uscire contro la sua volontà, per di più facendolo in quello che secondo il primo ministro Nicola Sturgeon è il peggior dei modi, la Brexit dura annunciata dal premier britannico Theresa May con tanto di uscita dal mercato unico europeo.

Sturgeon ha promesso di difendere la volontà del suo Paese che al referendum dello scorso giugno sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea si espresse, così come l’Irlanda del Nord, in larga maggioranza a favore del Remain (62% a 38%). Gli scontri tra Edimburgo e Londra hanno reso i mesi dopo la vittoria del Leave difficili per gli equilibri istituzionali del Regno Unito, ma quelli a venire potrebbero mettere in crisi la tenuta e l’unità della Corona.

Lunedì 13 marzo, in una conferenza stampa convocata in tutta fretta, Nicola Sturgeon ha annunciato l’intenzione di portare gli scozzesi a votare di nuovo sul loro rapporto con il Regno Unito, visto che la Brexit che verrà ha già messo in discussione i termini emersi dopo la sconfitta del sì all’indipendenza, sostenuto dal partito della stessa Sturgeon, nelle urne del 2014.

«Due anni e mezzo fa non sapevamo che restare parte del Regno Unito avrebbe significato uscire dall’Europa», ha detto il primo ministro di Edimburgo fissando l’arco temporale della nuova consultazione tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, in tempo utile per conoscere i dettagli dei negoziati ma anche per decidere il da farsi. Un «muro dell’intransigenza», secondo Sturgeon, è stato costruito tra Londra ed Edimburgo dal premier britannico Theresa May, sordo alle domande e alle richieste di rassicurazione scozzesi sulle modalità della Brexit.

Ma, come sottolinea Mure Dickie sul Financial Times, non è solo il rapporto con l’Ue ad aver spinto il premier scozzese: sono, infatti, anche questioni di opportunità politica (come la crisi del Labour scozzese) ed economiche (su tutte il crollo del prezzo del petrolio che ha sconvolto il mercato britannico ed in particolare quello scozzese). L’annuncio ha indispettito Theresa May, già fredda verso la sfidante scozzese e convinta che la questione dell’indipendenza rappresenti più una sua personale ossessione che una difesa del popolo e della sua volontà.

A Downing Street sono certi infatti che il primo ministro di Edimburgo avrebbe trovato qualsiasi appiglio per ribaltare il risultato di meno di tre anni fa: se non ci fosse stata la questione Brexit sarebbe potuta essere la lotta contro l’austerità, oppure il programma nucleare Trident o qualsiasi altro tema su cui Londra ed Edimburgo fossero anche minimamente divise. Il premier britannico ha accusato Sturgeon di avere una «visione a tunnel» che rischia di generare ulteriori ed evitabili divisioni nel Regno Unito e nella stessa Scozia.

Rimane da capire, come scrive il giornalista del Times Matt Chorley, se in fondo a quel tunnel c’è l’altipiano soleggiato dell’indipendenza o il faro del treno della sconfitta che sfreccia dritto verso di lei. Nel tunnel ci sono entrambe e l’unica cosa ad accomunarle è la paura del referendum. Theresa May rischia di trovarsi a dover fare campagna per tenere unito il Paese – oltre al suo partito – nel bel mezzo dei negoziati per il divorzio dall’Unione Europea; Nicola Sturgeon teme di lottare di nuovo, per la seconda volta in cinque anni, e perdere di nuovo, per la seconda volta in cinque anni.

Dal momento della vittoria del Leave il sostegno per un secondo referendum è cresciuto nei sondaggi così come il Partito Nazionale Scozzese del primo ministro di Edimburgo ma le ultime rilevazioni raccontano di un Paese non convinto di andare nuovamente alle urne nei prossimi anni. Se questo dovesse accadere, si tratterebbe di una sfida al fotofinish con il no all’indipendenza al 52% contro il 48% di favorevoli all’addio a Londra.

E se il referendum britannico è oggetto di critiche per via del fatto che ha offerto una risposta solamente alla domanda dentro/fuori e non alle modalità dell’uscita, un nuovo referendum scozzese pone non meno interrogativi. A partire dall’ingresso nell’Unione Europea: nel caso in cui vincesse il sì all’indipendenza l’accesso alla comunità sarebbe immediato?

No. Sulla questione è intervenuto Margaritis Schinas, il portavoce della Commissione Europea, confermando la “dottrina Barroso”: in caso di secessione da uno Stato membro, il nuovo Stato deve presentare all’Unione Europea domanda di adesione nelle modalità standard e senza alcun tipo di agevolazione. Difficile che da Bruxelles e Strasburgo possano arrivare sconti e favori nei confronti della Scozia, seppur l’occasione di sferrare un colpo basso al Regno Unito, il primo Stato membro a lasciare la compagnia, potrebbe far fare marcia indietro ai leader europei che hanno più volte ribadito la linea dura.

Spagna, Belgio, Grecia, Cipro, Slovacchia ma anche l’Italia potrebbero tuttavia temere di alimentare i sentimenti indipendentisti al loro interno nel caso in cui l’Ue decidesse di offrire alla Scozia un percorso in discesa. Senza dimenticare il pessimo stato di salute dell’economica scozzese, con il deficit in costante crescita, che la renderebbe il Paese con il disavanzo peggiore di tutta la comunità, compresa la Grecia. E le domande sulla Scozia in caso di indipendenza dal Regno Unito non sono finite.

Adotterà l’Euro? Che ne sarà della Nato? E come la mettiamo con il 63% delle esportazioni che vanno verso il resto del Regno Unito (il 21% al resto del mondo e solo il 16% verso i paesi Ue)? Che accordo si stipulerà con Londra? La difficoltà a offrire risposte a questi interrogativi potrebbe convincere Theresa May a concedere il referendum solo una volta conclusi i negoziati sulla Brexit, passando di fatto la palla nelle mani dei nazionalisti scozzesi che dovrebbero spiegare le modalità dell’addio a Londra e del rientro nell’Unione Europea.

Ma il premier scozzese potrebbe anche decidere di accettare la proposta di Londra: più Theresa May rinvierà il referendum, più i sentimenti indipendentisti cresceranno. La strada della Brexit e del secondo referendum per l’indipendenza della Scozia sono segnate, non si può tornare indietro. Dal tunnel uscirà vincitrice solo una tra le signore della politica britannica: se indipendenza sarà, sarebbe un segnale delle difficoltà della Brexit non solo oltremanica ma già nei territori della Corona.

Anche perché la Scozia non è l’unica ad aver votato in maggioranza Remain e a chiedere ora per sé un posto al tavolo delle trattative con l’Europa. Assieme a lei c’è l’Irlanda del Nord, dove i voti per la permanenza del Regno Unito nell’Ue furono il 55.8% sul totale degli espressi. Le recenti elezioni anticipate per l’assemblea di Belfast hanno visto un importante aumento di consensi per il partito nazionalista Sinn Féin, che preme per l’unità con Dublino e la cui leader Michelle O’Neill ha annunciato, a poche ore di distanza dalle dichiarazioni di Sturgeon, il suo sostegno a un referendum per l’indipendenza nord-irlandese.

Dalle urne all’inizio di marzo è uscito un risultato storico: infatti, è la prima volta dalla fine della guerra d’indipendenza irlandese del 1921 che al parlamento nord-irlandese i partiti che si identificano come unionisti nei confronti della Gran Bretagna non hanno la maggioranza. Se però appare irrealistico, ai limiti del belligerante, pensare all’indipendentismo e alla riunificazione irlandese, diversa è la questione sul fronte a nord dell’Inghilterra: Theresa May sa di non poter cascare durante il dibattito con la Scozia nel “Project Fear”, le cui profezie apocalittiche portarono alla vittoria del Leave meno di un anno fa. Anche perché, basta guardare l’export scozzese e le difficoltà di un accordo con l’Ue per trovare ottime ragioni contro l’indipendentismo del Paese.

[Foto in apertura di Paul Hackett / Reuters / Contrasto]

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