Seguici anche su

20 marzo 2017

Italia in trappola: poche madri, pochi figli

Nel Paese che non sostiene la famiglia, l’essere genitori è diventata quasi una rarità. Ma senza giovani non c’è futuro nemmeno per gli anziani

Letizia Mencarini*

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

La demografia italiana presenta il conto. Ed è un conto salato in termini di squilibrio fra le generazioni. La crisi demografica, spinta da decenni di bassissima natalità, sta diventando una vera e propria trappola demografica che porta – e continuerà a portare per molti anni ancora – a una spirale verso il basso nel numero dei nati e a un ulteriore invecchiamento e calo della popolazione.

Il 6 marzo scorso l’Istat ha pubblicato gli ultimi dati demografici: il 2016 è stato di nuovo un anno di record negativi per l’Italia. Il primo riguarda l’ammontare complessivo della popolazione che è diminuito di 86 mila unità, portando la popolazione complessiva a poco più di 60,5 milioni. Il saldo migratorio positivo – fortemente ridotto rispetto a dieci anni fa – (era di quasi mezzo milione nel 2007 e ora è sceso a un bilancio positivo di non più di 135 mila individui ) – non riesce più a compensare quello naturale, cioè la differenza tra morti e nascite.

I nuovi nati sono stati solo 474 mila. Mai così pochi in tutta la storia dell’Italia unita. Vuol dire che c’è stato un calo della sopravvivenza e un calo della propensione a fare figli? Nient’affatto. È tutto scritto nella struttura per età invecchiata della popolazione (e nel fatto che le immigrazioni non riescono a controbilanciare queste tendenze).

La sopravvivenza degli italiani non è peggiorata: anzi, nel 2016 c’è un nuovo record positivo con una speranza di vita media di quasi 81 anni per gli uomini e oltre 85 per le donne. Gli italiani e le italiane vivono più a lungo, ma il numero di morti tende a crescere perché più numerose sono le classi di età anziane. La fecondità italiana, intesa come numero medio di figli per donna che vengono messi al mondo è diminuita? Non proprio.

Nel 2016 il numero medio di figli è stato di 1,36 (1,27 per le italiane e 1,95 per le straniere). Ovvero, la crisi economica di questi ultimi anni non ha certo giovato alle nascite, e si nota un ulteriore rinvio delle prime nascite (l’età media ormai ha superato i 31 anni) e un piccolo calo fra le giovani, ma la fecondità è su livelli bassissimi da oltre trent’anni. Infatti il numero dei figli è sceso sotto i due, e quindi sotto il livello di rimpiazzo fra le generazioni, già dalla metà degli anni ’70 e poi dai primi anni ’80 sotto l’1,5, livello sopra il quale non è più risalito.

Il punto più basso è stato alla metà degli anni ’90, quando le 1,2 nascite a testa erano frutto di un rinvio a età più elevate della maternità ma anche quando ancora non c’era neanche (il piccolo) effetto benefico della fecondità più elevata delle donne di origine straniera. E allora perché il numero di nati è in costante diminuzione dal 2008? Non tanto perché le coppie italiane hanno fatto meno figli in media degli anni prima, ma perché si riduce di generazione in generazione il numero delle potenziali mamme. Quasi definitivamente uscite dall’età riproduttiva le donne nate negli anni Sessanta del baby boom (ormai in media più che cinquantenni), a fare figli oggi in Italia sono le nate per la maggior parte negli anni Ottanta, quando la fecondità era già in forte calo.

I pochi figli di ieri sono i genitori di oggi. I pochissimi figli di oggi saranno i genitori di domani. Con questi dati il futuro (prossimo) demografico dell’Italia è in parte già scritto perché le madri di domani (per lo meno quelle italiane) non potranno che continuare a diminuire, dato che nei prossimi anni dovrebbero fare figli le nate degli anni ‘90, ancora meno numerose delle nate degli anni ’80.

Se la fecondità rimane così bassa (e l’immigrazione di giovani stranieri non sarà ben sostenuta) il futuro prossimo è quello di un calo anno dopo anno della popolazione e di un forte invecchiamento, con non pochi problemi di sostenibilità del sistema pensionistico quando tra 15 anni l’orda dei baby-boomers inizierà ad andare in pensione.

Recentemente è stato scritto molto sulla crisi demografica italiana e in particolare sul calo delle nascite, di solito incolpandone la crisi economica, presentando con senso di stupore i dati più recenti e considerandola una fase transitoria e passeggera. Ebbene non è così: sono i fattori strutturali, già scritti da anni nella nostra popolazione, ad avere il sopravvento, in un meccanismo che si autoalimenta. La crisi ha peggiorato un po’ una situazione che era già sull’orlo del precipizio, prevedibile da decenni e che non si esaurirà in pochi anni.

Le potenziali madri nella fascia di età in cui ormai si fanno più figli sono diminuite di un quinto in soli 10 anni. E solo se le generazioni future faranno molti più figli di quelle attuali il numero dei nati annuali potrà tornare a crescere. Si può invertire questa tendenza? Tutto è possibile, ma siamo indietro di decenni rispetto ad altri Paesi, come la Francia che persegue da settant’anni politiche sociali di sostegno alle famiglie con figli, che sono state portate avanti con continuità dalle tutte le parti politiche con progetti stabili, affidabili, concepiti come investimento di lungo termine per il Paese. Che infatti già adesso ha una proporzione di ultrasessantacinquenni di oltre 4 punti più bassa della nostra e le nascite annuali (con una popolazione poco più numerosa) superiori di oltre il 60% a quelle italiane. In Italia questi problemi dovrebbero entrare con urgenza nell’agenda pubblica. Se le politiche demografiche dichiaratamente pro-nataliste sono viste con diffidenza, retaggio del Secondo Dopoguerra, altri interventi che favoriscano l’autonomia dei giovani, il lavoro femminile e la parità di genere, potrebbero dare un impulso positivo alla fecondità.

Solo un mix di politiche (fiscali, in senso favorevole alle famiglie con figli; di servizi, per aiutare la conciliazione del lavoro di genitori con la professione; e per favorire la parità di genere ) può creare un ambiente “baby e family friendly”. Purtroppo se nulla di (particolarmente) nuovo è avvenuto sul fronte demografico, anche l’orizzonte politico sembra stagnante. Gli ultimi anni hanno visto un susseguirsi di timidi e transitori bonus bebè che ben poco hanno fatto di fronte allo scoraggiamento diffuso tra i giovani verso il diventare genitori.

Le politiche che potrebbero favorire la ripresa della nascite sono costose e non hanno un impatto immediato sul consenso. I tempi della demografia sono assai più lunghi di quelli (brevissimi) della politica italiana. Eppure è davvero tempo di investire. Senza giovani neanche gli anziani possono farcela. Il Sistema non è più sostenibile e lo sarà sempre di meno nel prossimo futuro se la politica non ritorna a pensare in termini di generazioni.

*Letizia Mencarini è professore associato di demografia all’Università Bocconi

[Foto in apertura di Tara Moore / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti