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17 marzo 2017

Velo e ministri turchi, due storie pericolose

L’Olanda nega l’accesso ai rappresentanti di Ankara. E l'Ue avalla il divieto di coprirsi il capo sul posto di lavoro. Due questioni spinose

Editoriale

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

È giusto proibire che un uomo politico turco sbarchi in Europa per fare campagna elettorale di fronte a suoi concittadini emigrati? Ed è giusto che in Europa diventi legittimo (come ha appena deciso la Corte di Giustizia della Ue con una sentenza) licenziare una donna islamica che non vuole rinunciare a coprirsi il capo sul posto di lavoro? Sono due questioni complesse e delicate, su cui è difficile dare una risposta univoca perché ogni decisione possibile innesca reazioni negative e interrogativi etici difficili da sciogliere.

Il punto è: fino a che punto queste decisioni sono state prese per coerenza con indiscutibili principi etici, e fino a che punto, invece, sull’onda di un’emergenza politica che spinge i partiti al governo a togliere frecce dall’arco dei movimenti populisti? Partiamo dalla decisione del governo olandese di negare l’accesso al Paese ai ministri turchi, un gesto che sta innescando una crisi politica con Ankara che rischia di avere pesanti conseguenze (anche sul milione e mezzo di rifugiati siriani che stazionano alla frontiera con la Turchia).

Che cosa ha dettato questa scelta drastica al governo dell’Aia? Il desiderio di mostrare il pugno duro in un momento in cui il populismo xenofobo sta conquistando consensi o il desiderio – per certi versi comprensibile – di impedire a un governo straniero di sbarcare sul territorio nazionale a fare comizi?

La scelta di Erdogan di indire un referendum – che si svolgerà il 16 aprile – per imporre 18 emendamenti alla Costituzione e aumentare così i poteri del presidente, sta effettivamente spaccando l’opinione pubblica turca in due fronti che si contrappongono in modo sempre più radicale, tra chi appoggia il suo radicalismo autoritario e chi lo accusa di voler trasformare la repubblica in una dittatura.

Probabilmente, nel caso in cui i ministri turchi avessero avuto il permesso di svolgere i loro comizi, il rischio di scontri di piazza tra le diverse fazioni sarebbe stato concreto. Resta il dubbio che quella decisione sia stata presa più per questioni interne che per motivazioni ideali. Dieci anni fa, probabilmente, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Così come il governo degli Stati Uniti non ha nulla da obiettare se qualche uomo politico italiano attraversa l’Atlantico per incontrare i propri elettori.

Resta il fatto che la decisione olandese ha avuto preoccupanti effetti a catena: Erdogan ne ha approfittato per fomentare la rabbia dei propri concittadini accusando il governo olandese di nazismo; e poi la crisi si è allargata al governo di Berlino, che è stato insultato in modo altrettanto volgare. In questa polemica senza fine, che sta allargando il solco tra l’Europa e il Paese di cultura islamica più vicino all’Occidente, ognuno guarda al proprio orticello: i governi europei guardano ai populisti interni, Erdogan fomenta il nazionalismo dei suoi concittadini in chiave anti-europea.

La decisione sul velo, arrivata negli stessi giorni, sembra seguire lo stesso copione. La sentenza della Corte di Giustizia cerca di dare un orientamento comune ai Paesi europei su un tema in cui ognuno è sempre andato per la sua strada, affermando che le norme che vengono suggerite, ben lungi dal discriminare i cittadini sulla base della religione, possono essere applicate a chiunque – sul luogo di lavoro – voglia indossare simboli “politici, filosofici o religiosi”.

Viene da pensare che potrebbero essere utilizzate per impedire a chiunque di andare a lavorare con una croce al collo o con una kippah ebraica sul capo. Ma davvero qualcuno vorrà applicare quella norma in questi casi? In teoria questa sentenza dovrebbe diventare il riferimento obbligato in casi analoghi per i ventotto Paesi membri dell’Unione europea, che su questo tema applicano norme completamente diverse.

In Italia, per esempio, il burqa e il niqab sono leciti (salvo negli ospedali e nelle strutture regionali della Lombardia) mentre in Germania non esistono divieti. In Francia dal 2011 è stato bandito l’uso del burqa: le donne che lo indossano vengono multate e chi le obbliga rischia il carcere; e norme simili sono state adottate anche in Belgio. Giusto quindi uniformare norme e comportamenti. Il rischio è che alzando le barriere verso il mondo islamico si ottenga l’effetto di far salire la reciproca intolleranza. Sarebbe un pessimo risultato.

[Foto in apertura di Xinhua / Eyevine / Contrasto]

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