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16 marzo 2017

I dati sono il nuovo petrolio, ma chi controlla i giacimenti?

Un rapporto svela le dimensioni dell’industria in Italia: 4 miliardi nel 2016, forse 9 tra tre anni. Ma è un business in mano a pochi e con molte zone grigie

Lelio Simi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 marzo e in edizione digitale

Nel 2016 la General Electric ha speso circa un miliardo di dollari per analizzare i dati provenienti da sensori posti su turbine a gas, motori a reazione, oleodotti. E per dare un senso a questi flussi di informazione l’azienda sta costruendo una piattaforma, chiamata Predix, che unisce questi dati con quelli dei clienti e li sottopone a un software di analisi in grado di ridurre i costi grazie a sistemi predittivi.

Benvenuti nell’industria dei dati, “il nuovo petrolio”, come si sente dire da anni. Ma chi gestisce gli oleodotti e quanti soldi guadagna? Di chi è questa nuova ricchezza? Provate a digitare data is the new oil  su Google e troverete oltre 200 milioni di risultati. Ma se cercate di capire la dimensione economica reale del business le cose si complicano.

A una precisa richiesta di pagina99 su quanto valga l’industria dei dati in Italia, il ministero per lo Sviluppo economico ha risposto che no, dati non ce ne sono, con buona pace del ruolo determinante che i big data dovrebbero giocare nel piano industria 4.0 appena varato.

 

Il boom del mercato Ue

Chi sembra avere le idee più chiare è l’unità Dg Connect della Commissione europea, che si occupa delle politiche per il mercato unico digitale e che, già tre anni fa, ha avviato uno studio specifico – affidato alla Idc (società di ricerche di mercato specializzata nel mondo dell’industria tecnologica) – con l’intento di definire il piano per la costituzione del digital single market.

Lo studio, aggiornato al dicembre 2016 e che pagina99 è in grado di anticipare, mette finalmente un primo punto fermo e dà delle valutazioni precise sull’industria dei dati in Europa e in Italia. Nel 2016, il valore del mercato dei dati nell’Ue è stato di 59,53 miliardi, in crescita rispetto al 2015 (54,3 miliardi, per dare un termine di paragone, negli Stati Uniti è valutato dallo stesso report 129 miliardi di euro). E le previsioni per il futuro sono ottimistiche: il suo valore nel 2020 potrebbe raggiungere, in uno scenario di massima crescita, i 106 miliardi di euro.

Le aziende le cui attività principali sono la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi relativi ai dati in Europa sono circa 255 mila e potrebbero diventare 360 mila nel 2020. L’economia dei dati «ha rappresentato nel 2016 quasi il 2% del Pil dell’Ue», racconta a pagina99 Giorgio Micheletti della Idc, «una tendenza di crescita costante negli ultimi tre anni, che dovrebbe essere confermata nel 2020 con un impatto che potrebbe arrivare al 4% del totale dell’economia Ue in uno scenario di massima crescita».

 

Il ritardo italiano

In questo quadro, l’Italia fa bene ma non benissimo. Nel 2016 il valore del mercato dei dati nel nostro Paese è stato di 4,606 miliardi di euro, in crescita dell’1,5% rispetto al 2015 (4,537 miliardi) ma ridotto rispetto alla crescita media dell’Unione, che registra incrementi tra l’8,5% e il 9,5%, a seconda che si tenga conto o meno della permanenza nella Ue del Regno Unito (lo Stato con l’aumento maggiore, +13,5%).

Icd stima per il 2020 un mercato italiano dei dati da 6,32 miliardi di euro, il quarto per valore in Europa (considerandola ancora composta da 28 Stati), dietro a Gran Bretagna, 17,7 miliardi; Germania, 16 miliardi e Francia, 9,13 miliardi. In un’ipotesi di massima crescita potrebbe arrivare a 9,6 miliardi. «La crescita di questo settore è ovviamente legata a quanto in ogni Stato ci saranno le condizioni perché la domanda di dati da parte delle aziende aumenti», spiega Micheletti, «e la netta prevalenza in Italia di piccole e medie imprese non favorisce certo gli investimenti».



I giganti della pubblicità

Quando si parla di dati un pezzo importante del mercato è legato alla pubblicità. L’industria dell’advertising ha sempre avuto bisogno di grandi quantità di informazioni per indirizzare i propri messaggi e misurare la loro efficacia. E così crescono anche in Italia le aziende che si occupano di raccogliere e aggregare dati, i data broker, come ad esempio Consodata, che appartiene al gruppo Seat Pagine Gialle – Italiaonline; Amm del gruppo Aruba (uno dei principali web hosting italiani) e Cemit, del gruppo Mondadori, che da gennaio dello scorso anno si chiama Inthera.

Il marketing pubblicitario fondato sulla profilazione degli utenti è un mercato che fa sempre più gola a molti soggetti: Poste Italiane, ad esempio, dedica un intero capitolo al data-driving marketing nel suo ultimo bilancio, consapevole che l’enorme quantità di dati in suo possesso possa essere sfruttata meglio economicamente. Il gruppo Mondadori, tra gli editori, è sicuramente quello che sta puntando di più sull’acquisizione di dati, non solo per alimentare e rendere più competitivi i propri servizi di marketing digitale, ma per rilanciare tutta l’offerta pubblicitaria del gruppo.

I ricavi di Cemit messi a bilancio dal gruppo editoriale erano di 6,2 milioni di euro nel 2015 e 8,7 quelli dei soli primi nove mesi del 2016, dunque in netto aumento. Non a caso Mondadori ha messo a segno lo scorso anno l’acquisizione di Banzai, il principale editore italiano di siti di eCommerce (con relativi dati). In Italia, secondo la Nielsen, nel 2016 la sola voce “direct mail” ha attirato investimenti pubblicitari per 310 milioni di euro.

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I rischi per la privacy

Ma nel gran ballo degli affari chi protegge la nostra privacy? È difficile fare una stima del valore dei dati personali che vengono venduti in modo non conforme alle leggi italiane ed europee. Alcuni parametri però possono aiutare a dare un’idea: il nucleo speciale Privacy della Guardia di Finanza, ad esempio, ha comminato sanzioni per circa 20 milioni complessivi di euro dal 2013 al 2016. Una delle più elevate è stata quella inferta a Consodata, che nel nel 2013 ha dovuto pagare 400 mila euro per aver aggregato e raccolto dati personali senza rispettare le norme.

Una partita importante, poi, l’industria dei dati la sta giocando nel settore bancario. McKinsey vede i due settori legati a doppio filo: «La disponibilità su larga scala di dati sta spingendo le banche a trasformarsi radicalmente», scrive la società di consulenza in un report sul futuro dei servizi finanziari. «Costruire un ecosistema per accedere ai dati dei clienti sia all’interno che all’esterno della banca, creando una visione a 360 gradi delle loro attività, sarà fondamentale per il successo in futuro».

 

Un affare per pochi

Il nodo sensibile di questa particolare industria è quello delle grandi banche dati sul sistema creditizio, e in particolare i cosiddetti “sistemi informativi creditizi”, che hanno la funzione di condividere informazioni sulla situazione economica di persone e imprese in base alle quali vengono poi prese decisioni, ad esempio in merito alla concessione o meno di un credito. Il Garante per la Privacy, già nel 2004, ha varato un codice deontologico per regolamentarne l’uso, ma l’idea di una grande «banca dati online della reputazione» e dei servizi a pagamento correlati, sta attirando molti.

Lo dimostra il fatto che lo stesso Garante ha bloccato lo scorso dicembre il progetto per la misurazione del “rating reputazionale” della Mevaluate, un’azienda con sede in Italia e Gran Bretagna, intenzionata a realizzare una piattaforma capace di raccogliere, archiviare ed elaborare dati personali attraverso un algoritmo, per assegnare poi «indicatori alfanumerici in grado, secondo la società, di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale».

La promessa è quella di rendere servizi e transazioni più efficienti attraverso il data mining. E in effetti con gli open data – le informazioni che possono essere acquistate da istituzioni quali la Banca d’Italia, l’Istat, le Camere di Commercio, e incrociate con i dati interni di un’azienda – è possibile fare analisi impensabili fino solo a qualche anno fa.

Per determinare, ad esempio, il comportamento dei turisti in un certo periodo, settore non secondario dell’economia italiana, come ha fatto la società per lo Sviluppo Piemonte Turismo utilizzando i dati di traffico della rete mobile forniti, aggregati e resi anonimi da Vodafone. Oppure ancora con le applicazioni nel settore medico, che possono elevare enormemente la qualità della nostra vita, come fa DiabetesLab, una società di Trento – finanziata da un progetto europeo – che analizza big data per fornire consulenza medica alle persone malate di diabete.

“Il nuovo petrolio”, però, non è patrimonio di tutti ma una ricchezza che stanno accumulando pochi soggetti capaci di grandi investimenti in tecnologie e conoscenze come Google e Facebook tanto per fare dei nomi. Alla fine, proprio come il vecchio business dell’oro nero, anche l’industria dei dati finirà per accrescere ancora di più le diseguaglianze tra ricchi e poveri?

 

[Foto in apertura di Henrik Sorensen / Getty Images]

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