Seguici anche su

27 febbraio 2017

Il mistero affogato della montagna

Nel romanzo L’arcano, Juan José Saer realizza uno spazio perfetto, puro, ricavato estraendo materiale. E che alimenta il desiderio di scoperta. Anche del lettore

Matteo Pericoli

 Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 25 febbraio 2017 o in edizione digitale

L’anonima voce narrante del romanzo L’arcano di Juan José Saer (La nuova frontiera) è quella di un anziano uomo che, nella seconda metà del Cinquecento, decide di scrivere la storia della sua vita. La voce – intensa, pacata, meticolosa nei dettagli, analitica e fortemente contemporanea – trasporta il lettore a una sessantina d’anni prima quando, appena tredicenne e orfano di entrambi i genitori, si imbarca come mozzo su una delle prime spedizioni navali in cerca del passaggio per le Indie, attraverso l’ignoto Nuovo Mondo.

Arrivata oltreoceano e dopo aver accarezzato la costa, la spedizione si insinua nell’entroterra risalendo con lentezza uno dei suoi fiumi melmosi. Durante un sopralluogo sulla terraferma apparentemente disabitata, l’equipaggio viene improvvisamente aggredito da un gruppo di nativi che, nel giro di una manciata di secondi, sterminano tutti tranne il protagonista.

Quest’ultimo viene trasportato al villaggio degli aggressori dove assiste al banchetto antropofago in cui i locali si nutrono dell’equipaggio. Senza alcun riferimento, vive con la tribù di nativi per dieci anni finché un giorno, misteriosamente, viene messo su una canoa e lasciato andare. Trovato l’indomani dall’equipaggio di una nave spagnola, dopo aver assistito allo stermino della tribù il protagonista fa ritorno nel vecchio continente.

matteo-pericoli-l-arcano-di-juan-jose-saer-pgina99

Con il ritorno cresce il desiderio di ricordare ogni dettaglio, di comprendere e interpretare l’avventura e soprattutto di risolvere il grande mistero: cosa è successo? perché sono stato risparmiato? Il tono del racconto, sempre più profondo e filosofico, ci ipnotizza e, lentamente, l’autore sembra svanire per lasciar posto al solo narratore. «Avevamo l’illusione di andare fondando quello spazio sconosciuto a mano a mano che lo scoprivamo, come se di fronte a noi non ci fosse altro che un vuoto imminente che la nostra presenza popolava come un paesaggio corporeo».

Nel far così descrivere al protagonista la nave che si addentra nell’entroterra, Saer sembra invece offrire una metafora della lettura. La struttura letteraria sembra non esistere. La voce che sentiamo è ormai solo quella narrante. Lo spazio architettonico è quindi perfetto, puro. Spazio non costruito, ma ricavato estraendo materiale da una montagna. La struttura è la montagna stessa, quindi inesistente. Ci addentriamo, esploriamo ed è lo spazio, solo lo spazio, a guidarci. Il percorso, geometricamente e meticolosamente controllato, i piani sfalsati, l’assenza di punti di riferimento o direzioni privilegiate tipiche di una classica architettura “costruita” sono il motore che alimenta il nostro desiderio di scoperta.

Completato il percorso, ci accorgiamo della circolarità dello spazio e dell’esistenza di un nocciolo centrale – un nodo, un mistero che è parte della montagna stessa. Esiste qualcosa di stravolgente all’interno. Il protagonista l’ha visto e noi lo percepiamo, ma non potremo mai né viverlo né capirlo, perché è parte del mistero affogato nella montagna intonsa.

In collaborazione con Giuseppe Franco

Il Laboratorio di Architettura Letteraria è un progetto interdisciplinare di Matteo Pericoli nel quale l’architettura viene usata come strumento per analizzare e comprendere meglio le storie, disegnando e realizzando progetti architettonici. La rubrica appare nello stesso tempo sul Paris Review Daily

Altri articoli che potrebbero interessarti