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25 febbraio 2017

Come riconoscere il leader populista

Jan Werner Müller spiega quali sono i caratteri dei politici che si considerano gli unici rappresentanti del popolo. E ci dice cosa possiamo fare

Enrico Pedemonte

 Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 25 febbraio e in edizione digitale

Nel 1967 lo storico Richard Hofstadter – nel corso di una conferenza alla London School of Economics – presentò un paper intitolato Tutti parlano di populismo ma nessuno sa definirlo. Oggi Jan-Werner Müller, professore di Politica alla Princeton University, prova a dare una risposta a questa domanda in un libro, Che cos’è il populismo? (Egea, 16 euro, 137 pp.) che nei tempi in cui viviamo vale la pena di leggere perché combina con semplicità intuizioni teoriche e inquietanti esempi storici, anche contemporanei. Il populismo, secondo Müller, «è l’ombra permanente di qualunque democrazia rappresentativa».

Per essere definiti populisti basta essere critici nei confronti delle élite? No, perché la critica alle classi dirigenti è un esercizio comune alla gran parte dei movimenti politici. I veri populisti sono coloro che si considerano gli unici genuini rappresentanti di un popolo moralmente puro e rappresentano se stessi come i veri campioni di una democrazia di cui rivendicano il monopolio. I populisti dicono di rappresentare il 100% dei cittadini e non accettano la legittimità degli altri attori della politica.

Quando la Brexit trionfò, nel giugno 2016, Donald Trump, Marine Le Pen e Nigel Farage interpretarono la vittoria come il trionfo del “popolo vero”, come se il 48 per cento di contrari non esistesse. Populista è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che si rivolge al Paese dicendo: «Noi siamo il popolo. Chi siete voi?». Per poi aggiungere: «Che cosa vuole il mio popolo? La pena di morte», senza averlo mai davvero consultato in merito. O Norbert Hofer, candidato perdente alla presidenza della Repubblica austriaca, che apostrofa così il suo avversario Alexander van der Bellen: «Voi avete l’alta società dietro di voi, io ho il popolo con me». «Beppe Grillo», scrive Müller, «arriva a dichiarare che il suo movimento, in quanto unico rappresentante del popolo, vuole il cento per cento dei seggi in parlamento in quanto gli altri candidati sono presumibilmente corrotti e immorali». Che cosa accade quando i populisti conquistano il potere?

Gli esempi snocciolati da Müller fanno impressione. In Ungheria nel 2010, appena arrivato al governo, Victor Orbán cambiò le regole della pubblica amministrazione in modo da poter sistemare persone di fiducia in tutte le posizioni chiave della burocrazia. In Polonia, il partito della Legge e della Giustizia dei fratelli Kaczynski, vinte le elezioni nel 2005, si mosse subito per limitare l’indipendenza della magistratura e mettere il bavaglio alla stampa. Il linguaggio dei due gemelli polacchi era simile a quello utilizzato da Beppe Grillo e da Donald Trump, che ogni giorno attaccano la stampa per minare la fiducia dell’opinione pubblica nei giornalisti.

Quando governano, i populisti sono impegnati in prima persona nell’occupazione dello Stato, nel clientelismo di massa e nella corruzione, oltre che nella soppressione di qualunque cosa assomigli a una società civile critica. Quando riscrivono le costituzioni cercano di perpetuare una presunta volontà popolare che li identifica come gli unici rappresentanti.

Un esempio perfetto – secondo Müller – è il Movimento 5 Stelle, «scaturito letteralmente dal blog» di Beppe Grillo che identifica se stesso come unico rappresentante del popolo italiano. Müller cita il comico: «Gente, funziona così: voi mi tenete al corrente e io farò da cassa di risonanza». Quando i grillini sono entrati in parlamento, Gianroberto Casaleggio spiegò che a entrarvi era stata “l’opinione pubblica italiana”.

Il Partito per la libertà (Pvv) dell’olandese di Geert Wilders è un caso ancora più estremo. In questo caso Wilders controlla tutto: gli eletti in Parlamento sono delegati del partito e vengono scrupolosamente preparati ogni sabato su quello che devono dire e come dovranno presentarsi. In realtà è la stessa tecnica utilizzata da Beppe Grillo, che vorrebbe imporre agli eletti di non rappresentare idee proprie ma solo quelle indicate dal popolo grillino attraverso il Blog, sotto la tutela della Casaleggio associati che controlla la loro attività digitale.

Secondo Müller è sbagliato considerare populisti Bernie Sanders e Jeremy Corbyn (nemmeno Syriza e Podemos) perché, pur essendo fieri oppositori delle élite, non sono antipluralisti e non rappresentano un vero pericolo per la democrazia liberale, come Marine Le Pen, Farage e Grillo. O come Orbán, Erdogan e Chávez che – quando hanno potuto contare su una maggioranza abbastanza ampia – hanno portato i loro Paesi in una direzione autoritaria.

Come rispondere ai populisti? Nell’ultimo capitolo Müller sostiene che è necessario prendere le loro dichiarazioni politiche molto sul serio, rispondere su ogni punto alle loro critiche, smontare le loro rappresentazioni della realtà e soprattutto mettere in guardia gli elettori sui pericoli di un’involuzione autoritaria. Müller sostiene che per capire fino in fondo le origini del populismo europeo bisogna tornare ai totalitarismi che si imposero in Europa negli anni Trenta.

E alla risposta che venne data nel dopoguerra. Le istituzioni che nacquero dalle ceneri della guerra erano particolarmente intrise di antiautoritarismo e il potere politico che emerse (Müller lo definisce “frammentato”) era particolarmente indebolito dai contrappesi messi in atto per evitare un ritorno al passato. Gli artefici del nuovo ordine nell’Europa occidentale del dopoguerra diffidavano della sovranità popolare: non era stato il popolo a mandare al potere Adolf Hitler e il maresciallo Petain nel 1933 e nel 1940. Il ruolo dei parlamenti nazionali fu ulteriormente indebolito da una molteplicità di vincoli internazionali: la Corte europea di giustizia, il Consiglio d’Europa, la convenzione europea dei diritti umani. E poi ancora dalla Cee, che poi divenne Unione europea.

Se l’Europa è diventata particolarmente vulnerabile al populismo – dice Müller – è anche per la sottrazione di molto potere ai parlamenti nazionali. I tagli allo stato sociale, l’immigrazione crescente, la crisi dell’euro, i posti di lavori fuggiti all’estero vengono attribuiti a caste, lontane e vicine, che i populisti vogliono sostituire – in nome del popolo – con altre caste dal sapore locale.

[Foto in apertura di Alessio Mamo / Redux / Contrasto]

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