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23 febbraio 2017

“L’avversario” di Carrère, incapace di sorreggersi da sé

Matteo Pericoli

«Il problema […] è trovare una mia collocazione rispetto alla sua storia. […] Credevo di poter […] restare obiettivo. Ma in una vicenda come questa l’obiettività è una mera illusione».

Ne L’avversario, Emmanuel Carrère ci racconta l’assurda e vera storia di Jean-Claude Romand, un uomo che nel 1993 tenta il suicidio dopo aver brutalmente ucciso la moglie, i due figli e i suoi genitori. Le indagini rivelano che Romand, impeccabile uomo di famiglia, laureato in medicina e ricercatore all’Oms, benestante e benvoluto da tutti, è in realtà un impostore. Ogni aspetto della sua vita è una menzogna, una gigantesca e insostenibile impalcatura creata per sostenere la finzione. Finché la finzione crolla e Romand, implodendo, crolla con lei. L’unica via di uscita è la cancellazione del tutto, di sé e delle persone a lui più vicine. La facciata della sua vita non nascondeva nessuna verità, solo il vuoto.

Il libro non è un romanzo (che prende spunto dalla realtà) né una mera cronaca della vita di Romand, dei suoi crimini e del suo processo. È invece il tentativo di Carrère di spiegarci come si è avvicinato a Romand, che cosa lo ha attratto di lui e come ha provato a dare una forma narrativa a un’idea di male assoluto perché immotivato. Carrère condivide con noi il peso delle sue scelte e dei suoi dilemmi. Lui stesso, interagendo con il protagonista, diviene un personaggio cruciale nella storia. Percepiamo la sua fatica nel costruire una forma narrativa adeguata per un contenuto intrattabile: il libro finisce con l’essere il racconto di come l’autore racconta il male, non il racconto del male.

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Siamo abituati a vedere le impalcature degli edifici come elementi temporanei la cui funzione cessa nel momento in cui la struttura finale avrà preso forma. Ma cosa accade quando l’impalcatura è permanente e la forma resta incompleta? Quando è solo grazie all’impalcatura che il tutto continua a stare in piedi? Quando l’impalcatura diventa l’esoscheletro del nucleo strutturale vuoto?

Il nucleo, apparentemente incompleto e completamente dipendente dall’impalcatura, ha delle sfaccettature composte da piani sfalsati, proiezioni all’esterno di uno spazio interno ignoto. È monolitico ma allo stesso tempo multi-volumetrico. Ogni intersezione tra i piani genera un altro volume apparente e un’idea di solidità. L’interno, vuoto, è incapace di sorreggersi da sé.

Il contesto urbano, anonimo e prevedibile, non ci aiuta a comprendere il volume, anzi non fa altro che esasperarne l’incompletezza e l’insensatezza, mentre funzione e significato della struttura restano un mistero. Perché è lì? Perché ha quella forma? A cosa serve?

In collaborazione con Giuseppe Franco  

[Apparso su lastampa.it]

Il Laboratorio di Architettura Letteraria è un progetto interdisciplinare di Matteo Pericoli nel quale l’architettura viene usata come strumento per analizzare e comprendere meglio le storie, disegnando e realizzando progetti architettonici. La rubrica appare nello stesso tempo sul Paris Review Daily

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