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3 febbraio 2017

Putin sbarca in Libia e mette all’angolo l’Italia

Mosca punta a una nuova centralità nel Mediterraneo. In un’allenza sempre più stretta con Erdogan e al-Sisi, contro l’Onu. Roma rischia di ritrovarsi sola

Gianandrea Gaiani

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 28 gennaio 2017 o in edizione digitale

Difficile comprendere quali obiettivi avesse l’ultimo raid ordinato da Barack Obama contro lo Stato Islamico in Libia che il 20 gennaio ha distrutto due campi d’addestramento a 40 chilometri da Sirte uccidendo una novantina di miliziani jihadisti. Credibile l’ipotesi che Obama abbia voluto “chiudere in bellezza” otto anni di blanda guerra ai terroristi islamici condotta soprattutto attraverso raid aerei e di forze speciali ma per colpire un obiettivo simile non aveva certo bisogno di mobilitare due dei soli 20 bombardieri strategici B-2, gioielli da oltre 2 miliardi di dollari a esemplare, potenzialmente invisibili ai radar e progettati per penetrare in profondità con armi atomiche le difese aeree dell’Unione Sovietica

Per uccidere 90 miliziani con pick-up e kalashnikov sarebbero stati sufficienti un paio di droni Reaper basati a Sigonella o altrettanti caccia F-16 di Aviano, considerato che dall’agosto scorso il governo italiano ha dato il via libera a Washington all’uso delle nostre basi per azioni offensive in Libia. Perché scomodare i B-2 in una missione costosissima che ha visto i bombardieri decollare dalla loro base in Missouri e farvi ritorno senza scali dopo numerosi rifornimenti in volo? Molto probabile che il vero obiettivo di quel raid in Libia come della quasi contemporanea incursione in Siria effettuata da un altro bombardiere strategico (un vecchio B-52) contro le basi dei qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra fosse quello di intimidire Mosca con un’operazione di deterrenza in puro “stile guerra fredda”.

Se in Siria la leadership russa è ormai suggellata dall’avvio dei negoziati di Astana, lo “sbarco” di Putin in Libia emerso con l’accordo di cooperazione militare firmato sul ponte della portaerei Kuznetsov dal maresciallo Khalifa Haftar, sembra infatti aver colto di sorpresa e indispettito Usa ed Europa. Eppure sia Haftar, uomo forte del governo laico di Tobruk che si oppone a quello evanescente ma voluto dall’Onu a Tripoli di Fayez al-Sarraj, sia il premier di Tobruk, Abdullah al-Thani, si erano recati più volte a Mosca nei mesi scorsi per preparare l’intervento russo nella crisi libica.

Putin si è sempre rammaricato di non aver impedito, come fece in seguito con la Siria di Assad, la guerra che nel 2011 vide Nato e monarchie arabe del Golfo rovesciare il regime di Gheddafi. L’incapacità dell’Occidente di stabilizzare la Libia, sei anni dopo quel conflitto, offre a Mosca la clamorosa opportunità per diventare protagonista anche in quella crisi ottenendo il plauso dell’Unione Africana (che condannò la guerra al Colonnello e lamenta il caos dilagante che ha investito l’intero Sahel) e imponendosi come potenza di riferimento anche nell’area mediterranea.

Il trattato di cooperazione riesuma un vecchio contratto di forniture militari per 2 miliardi di dollari siglato da Gheddafi nel 2008 ma mai concretizzatosi, non è forse un caso? Con esso Mosca riconosce di fatto quello di Tobruk come il “vero” governo libico, dando una spallata all’Onu e all’Occidente che hanno “creato” al-Sarraj, e ottiene una base aerea e navale in Cirenaica (probabilmente a Tobruk dove già negli anni ’80 operavano navi e aerei sovietici all’epoca in cui Gheddafi disponeva di 3.500 consiglieri militari del Patto di Varsavia) a consolidamento del suo nuovo ruolo di potenza mediterranea finora limitata dalla disponibilità delle sole basi siriane.

Come sottolineano la stampa araba e turca lo “sbarco” dei russi in Cirenaica consentirà a Mosca di penetrare in Libia anche in settori economici quali l’estrazione di greggio e di consolidare l’asse strategico con l’Egitto, grande sponsor (insieme agli Emirati arabi uniti) di Haftar e oggi uno dei primi clienti dell’industria bellica russa. Il maresciallo della Cirenaica minaccia di conquistare Tripoli e il suo rafforzamento è tangibile soprattutto nel sud dove le condizioni di vita sono peggiorate, mancano acqua ed energia elettrica, ospedali e servizi sono alla paralisi e molte tribù non hanno visto nessun beneficio dal sostegno offerto ad al-Sarraj e al suo pseudo governo.

A favorire Haftar contribuisce inaspettatamente Khalifa Ghwell, che fu premier del governo islamista legato ai Fratelli Musulmani che guidava la Tripolitania prima dell’arrivo di al-Sarraj, lo scorso aprile. Nemico acerrimo di Haftar e sostenuto da Sadeq al-Ghariani, gran muftì della Libia, Ghwell ha inscenato per la seconda volta in pochi mesi l’occupazione di alcuni ministeri della capitale con il chiaro intento di screditare l’esecutivo di al-Sarraj ma ha sorpreso tutti offrendo ad Haftar una trattativa per stabilizzare e riunificare il Paese.

Una proposta che permetterebbe agli sponsor dei due schieramenti, russi e turchi, di diventare i fautori di un negoziato di pace finalmente risolutivo per la crisi libica. L’asse turco-russo ha creato sui campi di battaglia siriani, da Aleppo ad al-Bab, le condizioni militari per indurre Bashar Assad e gran parte dei gruppi ribelli a sedersi al tavolo dei negoziati ad Astana (Kazakistan). L’impressione è che Putin ed Erdogan tentino di fare la stessa cosa in Libia tenuto conto che Ankara, potenza imperiale cacciata dagli italiani cento anni or sono, è tornata ad avere una grande influenza in Tripolitania al punto che l’anno scorso al-Sarraj non poté raggiungere il territorio libico dalla Tunisia se non dopo un negoziato a porte chiuse che riunì a Istanbul tutte le fazioni della capitale.

In quest’ottica il tracollo di al-Sarraj, sul cui governo sembra ormai scommettere solo l’Italia (che punta a fermare i flussi di migranti illegali), potrebbe risultare la precondizione necessaria per dare il via all’iniziativa diplomatica russo-turca. Uno scenario negativo per l’Italia, duramente attaccata sia da Haftar che da Ghwell per la sua base militare a Misurata (l’operazione Ippocrate) e che si trova esposta al fianco di al-Sarraj ben più degli Usa e dei partner europei, mostratisi “distratti” durante l’occupazione dei ministeri a Tripoli.

Giampiero Massolo, ex direttore del Dipartimento Informazioni e Sicurezza della nostra intelligence e neo presidente dell’Ispi di Milano valuta che si debba prendere atto del fallimento dell’Onu in Libia. «Il realismo impone di tentare altre strade» per giungere a un negoziato sulla falsariga di quello siriano che «sarebbe poco opportuno fosse di nuovo la Russia a guidarlo».

[Foto in apertura di Stanislav Krupar / Laif / Contrasto]

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