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31 gennaio 2017

“Punir”, l’ossessione contemporanea secondo Didier Fassin

Frustrazioni e insicurezze sono diventate l’alibi per giustificare la voglia di gogna. Dando per scontato che infliggere enormi sofferenze, sia efficace

Giorgio Fontana

Dal numero di pagina99 in edicola il 28 gennaio 2017

Il 16 luglio 2015 Obama compì un gesto storico: la prima visita di un presidente americano in una prigione federale. Dopo aver parlato con sei persone ristrette, disse che gli errori da loro commessi in infanzia e gioventù «non erano troppo diversi da quelli che ho fatto io e da quelli che hanno fatto molti di voi. La differenza è che loro non hanno avuto le strutture di sostegno, le seconde possibilità, le risorse che li avrebbero resi in grado di superare tali errori».

In questa frase c’è l’onestà di un uomo che riconosce l’ingiustizia sociale alla base della diffusione del crimine; ma non solo. Cela anche un tentativo di rompere la distanza assoluta che vogliamo porre fra noi e chi ha compiuto un reato. È lungo questa falda che si sviluppa la riflessione di Didier Fassin, noto antropologo francese e autore del recentissimo Punir (Seuil 2017): un breve saggio che indaga le “ragioni di un’ossessione contemporanea”.

 

Il momento punitivo

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un’evoluzione della sensibilità verso le illegalità e a un’azione politica più decisa sul tema della sicurezza: un “momento punitivo”, scrive Fassin, dove «punire è diventato il problema. Questo a causa del numero di individui che isola o mette sotto sorveglianza, a causa del prezzo che fa pagare alle loro famiglie e alle loro comunità, a causa del costo economico e umano che determina per la collettività, a causa della produzione e riproduzione di diseguaglianze che favorisce, a causa della crescita della criminalità e dell’insicurezza che genera, e infine a causa della perdita di legittimità che risulta dalla sua applicazione discriminatoria o arbitraria».

Ciò ha innescato un diffuso populismo penale: il passaggio dello Stato sociale allo Stato giudiziario, il bisogno costante di capri espiatori, l’odio come base dell’ordine, la delegittimazione del garantismo, e più in generale una politica di “tolleranza zero”. Basta guardare ai dati sulle carcerazioni. Il caso-tipo restano gli Usa: nel 1970 200 mila persone erano in prigione, mentre oggi sono 2,3 milioni. Ma il fenomeno è globale: negli anni Novanta il numero di carcerati triplica in Repubblica Ceca, raddoppia in Italia e in Olanda, e il trend prosegue nel decennio successivo (+29% in Asia, +59% in Oceania, +15% in Africa). Alla luce di tutto questo, Fassin si propone di «interrogare le fondamenta dell’atto di punire». Attraverso tre domande: cos’è punire? Perché puniamo? Chi puniamo?

 

Cos’è punire?

Secondo la definizione classica del filosofo H.L.A. Hart, il gesto di punire comporta una legittimità morale – è diretto all’autore reale dell’infrazione reale – e legale – è affidato a un’autorità esterna e riconosciuta. Fassin cerca di decostruire questa tesi. Il primo sospetto è che non è così semplice distinguere fra punizione e ritorsione. Anzi, mai come oggi assistiamo a un’inquietante confusione fra spirito di giustizia e spirito di pubblica vendetta. Fassin si sofferma in particolare sugli episodi di abuso poliziesco ovunque nel mondo: il punto è che le forze dell’ordine non vedono nel campionario di insulti, controlli ingiustificati e violenze una forma di ritorsione, ma una dinamica punitiva legittimata dal potere e dal discorso pubblico. Inoltre, diamo per scontato che punire sia infliggere sofferenza all’autore del crimine: ma Fassin osserva che quest’idea non è un universale antropologico e non è detto che sia la scelta più utile per la società.

In origine il castigo era legato al campo concettuale del debito: si trattava innanzitutto di restituire qualcosa alla vittima. È solo con la “dimensione dolorista” del cristianesimo tardomedievale che «una nuova rete semantica si costruisce nel linguaggio della colpa, della pena giusta e dell’afflizione meritata». Il che non significa che nel mondo antico non esistesse la vendetta: ma cadeva appunto in un dominio privato ed emotivo. Il passaggio dalla logica della riparazione a quella della retribuzione – tanta colpa, tanta sofferenza arrecata in cambio – cancella il lato comunitario dal discorso giuridico. Non è un caso che proprio in questo periodo si diffondano le prigioni.

 

Perché puniamo?

Più di dieci milioni di individui sono incarcerati oggi nel mondo: eppure vi sono serie ragioni per dubitare che questo sia un rimedio efficace. In molti stati, come il Canada, si osserva che la diminuzione dei reati non è legata all’aumento di ristretti o di polizia per le strade. Inoltre, la prigione è un luogo dove difficilmente si esce riabilitati: il tasso di recidive è sempre più alto per chi non sconta la condanna con misure alternative. Allora perché si punisce in questo modo? Perché l’idea che vi sta alla base, e che ha sostituito del tutto un principio di utilità sociale, è di nuovo la mera idea della retribuzione individuale.

Nella sua formulazione originaria, obbedisce alla logica di Kant: proprio perché un essere umano deve essere trattato come fine e non come mezzo, non possiamo punire pensando di rendere più sicura la vita pubblica. Tutto finisce con la condanna del singolo – di nuovo: tanta colpa, tanta pena. Tale coerenza nasconde in realtà un aspetto simbolico: punire, come già intuiva Nietzsche, si basa sulla soddisfazione che il colpevole soffra. E in quest’ottica scompaiono anche i bisogni della vittima: non conta tanto occuparsi di chi ha subito un torto, ma innanzitutto colpire chi l’ha commesso. Magari nel modo più brutale possibile.

 

Chi puniamo?

E spesso chi viene punito ha alle spalle una condizione difficile, o appartiene a una classe o un’etnia su cui agiscono numerosi pregiudizi. È sufficiente verificare la composizione sociale delle persone incarcerate. Ancora una volta gli Stati Uniti forniscono un esempio chiaro: la grande maggioranza di ristretti è nera o latina. A meno di non cadere nel razzismo, è evidente che l’intervento poliziesco sia selettivo e molto più severo verso una certa fetta di persone – anche a parità di reato. In un clima di questo tipo, non è difficile che molti siano spinti a delinquere invece di sentirsi più sicuri.

Purtroppo, però, la diseguaglianza non entra nei palazzi di giustizia; la determinazione del crimine si basa sempre sul principio della responsabilità individuale: «mettendo così il singolo solo davanti al proprio atto, la società si esonera della sua responsabilità nella produzione e costruzione sociale delle illegalità». A questo si aggiunge un paradosso: vi sono violenze gravissime – chi lascia senza lavoro centinaia di persone per lucro, o chi specula sull’ambiente – che risultano meno visibili o incapaci di generare altrettanta rabbia e indignazione. Anche perché i responsabili sono tendenzialmente più ricchi e con maggiori possibilità di difendersi o sparire dalle cronache. Insomma, c’è maggiore intolleranza verso certi crimini (vedi la lotta agli stupefacenti, o l’ossessione per il “decoro”), anche se altri sono assai peggiori.

 

Un’altra giustizia

Per Fassin occorre dunque rifondare per intero la forma punitiva, evitando di fermarsi a una teoria astratta della giustizia: serve anche «una teoria realista dell’uguaglianza che renda la società responsabile del suo passato come del suo presente». Non si tratta di abbracciare un presunto “perdonismo”: si tratta di evitare che le frustrazioni e le enormi insicurezze del mondo in cui viviamo diventino alibi per giustificare l’ordine emotivo della gogna.

La conclusione del testo merita di essere riportata per intero: se il sistema penale «favorisce la reiterazione delle infrazioni, se punisce in eccesso l’atto commesso, se sanziona in funzione dello status dei colpevoli più che della gravità dell’infrazione, se si concentra innanzitutto su categorie preliminarmente definite come punibili e se contribuisce a produrre e riprodurre disparità, allora non diviene forse ciò che minaccia l’ordine sociale? – e non bisogna, in questo caso, ripensarlo, non più solo nel linguaggio ideale della filosofia e del diritto, ma anche e soprattutto nella realtà poco confortevole dell’ineguaglianza sociale e della violenza politica?»

 

[Foto in apertura di Kevin Lamarque / Reuters / Contrasto]

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