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18 gennaio 2017

2017, l’anno della verità per i giornali italiani

'L’Unità' licenzia. Cairo rilancia sulla carta. 'L’Espresso' si fonde con 'La Stampa'. E Confindustria il compito più arduo: salvare il suo quotidiano

Lelio Simi

Dal numero di pagina99 in edicola il 14 gennaio 2017

Il comitato di redazione de l’Unità che denuncia l’intenzione dell’azienda di procedere con licenziamenti collettivi, senza preavviso. La redazione di Vice Italia falcidiata con dieci licenziamenti, datati novembre 2016 ma di cui si è avuta notizia solo ora. Due notizie, emerse in meno di 24 ore tra il 10 e l’11 gennaio, che offrono un quadro preoccupante dello stato di salute dell’editoria italiana. Il 2017 per più di un motivo potrebbe essere per il settore un anno zero. I prossimi mesi saranno decisivi per l’industria dei quotidiani. Non era mai successo che tutti i tre maggiori gruppi editoriali italiani – Rcs (Corriere delle Sera e Gazzetta dello Sport), Gruppo Espresso-Repubblica e Gruppo 24 Ore (Il Sole 24 Ore) – per ragioni diverse fossero di fronte a un “momento della verità” dopo aver deciso di operare un cambiamento netto nei propri assetti societari.

Il 2016 non è stato affatto un anno banale per l’editoria italiana. La scalata di un editore come Urbano Cairo a Rcs a luglio, la firma dell’accordo tra Espresso e Itedi (editore dei quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX) ad agosto e infine il pasticciaccio brutto del Gruppo 24 Ore con i libri contabili finiti in procura negli ultimi mesi dell’anno. Ma proprio per questo il 2017 sembra essere l’anno nel quale questi gruppi (che da soli detengono oltre il 50% del mercato dei quotidiani) dovranno dimostrare di essere capaci di dare realmente una svolta alle loro strategie editoriali. Prendiamo per esempio Rcs. L’arrivo di un editore puro ai vertici del Corriere della Sera è di per sé un evento storico, e in più una figura come Urbano Cairo, imprenditore con quel tanto di fascino da self-made man tutto concretezza (non a caso ha voluto mantenere sia la carica di presidente che di amministratore delegato), sembra poter rompere la linea un po’ ingessata data dalle ultime gestioni i cui piani industriali si sono rivelati in alcuni casi più dei libri dei sogni che non reali piani di sviluppo.

 

1,3 miliardi di perdite

Da Cairo insomma non ci si può aspettare un semplice compitino e una navigazione a vista ma una decisa impronta sulla gestione del gruppo editoriale. Nei prossimi mesi è atteso il suo nuovo piano industriale visto che quello attuale è ancora firmato dalla precedente gestione. Certo la cosa più urgente oggi è tentare di mettere a posto i conti. E a Rcs i risultati netti sono negativi da anni. Soltanto considerando i bilanci annuali dal 2011 al 2015 le perdite cumulate ammontano a 1,336 miliardi di euro. È vero anche che il primo bilancio trimestrale targato Cairo, quello di settembre, si fa notare, oltre che per il calo dei ricavi, anche per segnali decisamente positivi e in controtendenza, primo fra tutti una sensibile riduzione dell’indebitamento finanziario (passato dai 500 milioni di settembre 2015 ai 382 di settembre 2016).

E a proposito di conti messi a posto, il nuovo presidente di Rcs, di fronte ai dipendenti del Corriere durante i saluti di fine anno, ha dichiarato di voler rientrare dal debito con le banche entro tre anni. Una frase che – rivela la rubrica firmata da Solferinus sul Foglio – ha creato molto scompiglio perché la sua traduzione è stata letta dai presenti “o si taglia ancora o si vende qualche gioiello di famiglia”. Per il resto le prime dichiarazioni di intenti – rilancio della carta e minori investimenti sul digitale, lancio di un grande periodico da 100 mila copie – sembrano descrivere un Cairo intenzionato a giocare in casa con strategie che hanno caratterizzato la sua storia di editore fino a oggi: l’asse portante della Cairo Communication sono le riviste popolari e le uniche presenze sul web sono i siti online di La7 e Tg La7. Un segnale sembrerebbe andare in direzione opposta a quanto fatto recentemente dai precedenti dirigenti di Rcs che giusto un anno fa, per aumentare le entrate da digitale, hanno lanciato al Corriere.it il paywall (articoli a pagamento dopo un certo numero di letture gratuite).

 

Espresso agrodolce

Il 2017 dovrà essere anche l’anno della verità per la più importante operazione editoriali degli ultimi anni nel nostro Paese, la fusione del gruppo Espresso-Repubblica con la Itedi. Il perfezionamento definitivo dell’operazione è fissato per il primo trimestre di quest’anno. Un appuntamento al quale ci si aspetta che i due editori arrivino con idee chiare su dove realmente possa portare questa fusione che avrà comunque importanti ricadute sugli equilibri di mercato. Per il momento si è parlato molto più di tagli al personale e razionalizzazione dei costi che non di come rilanciare un’aggregazione editoriale che può vantare le quote più rilevanti di mercato in Italia. Insomma la fusione è stata fatta per fare “massa critica” di fronte al dimagrimento continuo dei fatturati e al calo delle vendite dei giornali o perché realmente si crede che questa sinergia possa dare uno slancio deciso al gruppo Espresso?

Certo se guardiamo ai dati di vendita riferiti a ottobre 2016 e forniti da Ads (la società che misura e certifica le vendite dei giornali) e facciamo due conti calcolando il volume complessivo delle vendite (le copie medie per il numero di uscite nel mese) vediamo ad esempio che le copie cartacee e digitali vendute di Repubblica e La Stampa messe assieme sono di poco superiori a quelle della sola Repubblica nell’ottobre del 2014: 12,3 milioni di copie vendute dai due quotidiani complessivamente contro le 10,4 milioni vendute dalla Repubblica due anni prima.

E a proposito di tagli c’è da dire che a farne maggiormente le spese è stata la Finegil, la divisione che aggrega i quotidiani locali del Gruppo, che per mantenere le quote di mercato sulla diffusione imposte dall’antitrust ha dovuto mettere in vendita prima testate come Il Centro e la Città di Salerno e poi dare in affitto la gestione di una testata molto importante per la divisione come La Nuova Sardegna, che con le sue 36 mila copie medie (dati Ads di ottobre 2016) era il terzo quotidiano per vendite tra i quotidiani della Finegil. Cessioni che vanno a penalizzare in maniera decisa proprio una divisione, quella dei quotidiani locali, che da tempo registra, nei bilanci di fine anno, risultati operativi positivi e nettamente superiori a quelli di Repubblica e delle altre divisioni del Gruppo Espresso.

 

Un piano per il Sole

Ma i prossimi mesi saranno soprattutto quelli che dovranno dirci quale sarà il destino del Sole 24 Ore, il più importante quotidiano economico italiano. Pochi dubbi sul fatto che per il gruppo editoriale di Confindustria (che oltre al quotidiano possiede Radio24, l’agenzia Radiocor, la concessionaria System24 insieme a una serie di periodici) il 2016 sia stato l’anno peggiore della sua storia. Tutto è cambiato quando lo scorso settembre sono venuti alla luce – da un’indagine interna voluta dall’allora amministratore delegato Gabriele Del Torchio (poi rimosso) – diversi punti oscuri sui numeri messi a bilancio. In particolare sono finite sotto osservazione le operazioni che, con l’etichetta di marketing promozionale, in realtà alteravano i dati sulla vendita delle copie del giornale: «44 mila copie del Sole 24 Ore – ha scritto Giuseppe Oddo su Business Insider – in formato digitale facevano capo a utenze fantasma, mai attivate. Le copie digitali multiple attualmente sospese dal calcolo della diffusione sono in totale 109.600, e altre 18 mila copie cartacee risultano escluse dal conteggio perché offerte a prezzi di promozione risibili».

Un meccanismo perverso con costi maggiori dei ricavi ma che permetteva allo storytelling aziendale di dichiarare volumi di vendita sempre maggiori mentre in realtà si accumulavano anno dopo anno perdite sui ricavi diffusionali. Ancora a gennaio 2016 al Sole 24 Ore (sempre dati Ads) le copie digitali multiple pesavano sul totale delle copie vendute per il 33%, una quota di gran lunga superiore a tutti gli altri grandi quotidiani (nello stesso mese di gennaio al Corriere della Sera il loro peso era dell’1,32% e a Repubblica dell’1%, per dire). La stessa Ads a marzo dello scorso anno ha dovuto sospendere le rilevazioni della vendita delle copie digitali relative a queste operazioni di marketing spinto, in attesa di un nuovo regolamento (altro punto, per niente secondario, sul quale nel 2017 si attende un “momento della verità” per il sistema di rilevazione alla base dell’industria della stampa).

Intanto in un documento pubblicato a dicembre su richiesta della Consob, si fa sapere che l’indebitamento finanziario netto del Gruppo è al 30 novembre di 50,3 milioni di euro in aumento rispetto ai 33,9 milioni di dicembre 2015 nonostante l’incasso anticipato di 24,5 milioni di euro come ultima rata della cessione dell’area Software. In questa situazione è davvero difficile pensare che il gruppo editoriale possa attendere ancora per molto un piano industriale a cui va il difficilissimo compito di dare credibilità ai numeri, trovare le risorse per uscire da questa situazione e indicare però anche una prospettiva per il futuro.

[Foto in evidenza di Contrasto]

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