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15 gennaio 2017

Elevator Index, la lotta di classe è verticale

Per Stephen Graham ciò che oggi divide ricchi e poveri è lo spazio urbano occupato: i primi in alto, i secondi in basso. Una conquista del cielo e un futuro squilibrato

Elisa Venco

Dal numero di pagina99 in edicola il 14 gennaio 2017

Chiamiamolo Elevator Index, indice dell’ascensore. Già 10 anni fa Forbes affermava che, per capire in quali Paesi l’economia cresce, non sia necessario esaminarne il Pil, i tassi di impiego o la spesa dei consumatori. Basta chiedersi: dove sono gli ascensori più veloci? E se oggi a svettare in materia di rapide ascese, e di altrettanto rapide fortune, è la Cina, l’associazione tra avere un alto reddito e frequentare i “piani alti” vale ormai anche a livello personale. Basta pensare a come rientri nell’iconografia dell’uomo di successo la sfarzosa penthouse della Trump Tower, residenza del neopresidente Usa o, per guardare all’Italia, l’attico da 2 milioni di euro di recente acquistato da Fedez. Stephen Graham, docente della School of Architecture, Planning and Landscape dell’Università di Newcastle, si è però preso la briga di capire perché l’accumulo di denaro – da parte di uno Stato, di una multinazionale o di un contribuente – vada di pari passo con la costruzione e l’occupazione di grattacieli e torri.

La spiegazione, sostiene Graham nel suo saggio Vertical (Verso Books), è che nell’ultimo secolo si è verificata una progressiva divaricazione degli spazi urbani in base al reddito: l’esercito, lo stato e le élites si sono impadroniti dei cieli, tramite droni, satelliti, jet privati ed elicotteri per bypassare il traffico (al punto che a San Paolo dal 2004 è stato istituito un controllo del traffico aereo urbano); mentre alla maggioranza dei cittadini è rimasta la superficie della città, congestionata dal traffico, intasata dai rifiuti, esposta a vandalismi e azioni criminali. La storica lotta di classe, insomma, non si manifesta più sul piano orizzontale delle città, opponendo il centro dei benestanti alla periferia degradata, ma sull’asse verticale che, come un termometro edilizio, segna le differenze in termini di status, diritti, influenza.

A determinare questo ribaltamento prospettico è stata in primo luogo una buona dose di ingenuità. Fino ai primi del ’900, i palazzoni multipiano erano destinati al proletariato, rassegnato a sobbarcarsi rampe di scale. Grazie alle nuove possibilità offerte da strutture in acciaio e ascensori, però, tra il 1930 e il 1970 ambiziosi architetti, suggestionati dalle idee di Le Corbusier, idearono complessi di edilizia popolare in cui le masse dei lavoratori si sarebbero potute elevare moralmente e fisicamente. Questi propositi forse avrebbero potuto essere raggiunti se, per esempio, la manutenzione degli edifici fosse stata continua o se gli occupanti si fossero curati delle loro abitazioni.

Ma nella maggior parte dei casi questi palazzoni divennero presto desolati domini di criminali e abusivi, incuranti dei guasti perenni agli ascensori, come capita tuttora nelle banlieues francesi. Finché, nello stesso anno in cui in Italia Mario Fiorentino progettava l’invivibile Serpentone del Corviale, negli Stati Uniti il critico Charles Jencks decretò: «L’architettura moderna è morta a St. Louis, Missouri, il 15 luglio 1972 alle 15:32». Quando cioè venne demolito il complesso Pruitt-Igoe dell’architetto Minoru Yamasaki, autore anche del World Trade Center di New York, e con esso tramontò l’utopia di molti urbanisti.

Il fallimento di quel progetto, spiega Graham, inaugurò una prassi speculativa perpendicolare tuttora in corso, favorita dagli investitori (che non pagano i terreni a seconda dell’altezza di ciò che vi costruiscono) e dalle autorità locali (desiderose di acquistare rilievo in relazione a una nuova dimensione estetica): quella dettata da Google Earth. L’ubiquità delle immagini rielaborate dai satelliti marca lo slittamento da una visione del mondo dominata da una prospettiva orizzontale a una prospettiva verticale, in cui le corporations, gli stati e le città si preoccupano di come i loro spazi appaiono dall’alto. «I grattacieli sono giganteschi loghi, immagini del brand dei Paesi che li costruiscono», sostiene il superagente immobiliare William Murray. «Creano uno skyline, un segno di riconoscimento, un marcatore culturale che ci aiuta a ricordarli», oltre che a indicarne la presenza sul palcoscenico mondiale. Come dimostrano infatti molte cattedrali nel deserto come la torre Burj Khalifa a Dubai, basta un edificio di altezza record per fare di un non luogo un posto degno di attenzione.

Ma se venti anni fa i grattacieli appartenevano quasi esclusivamente alle aziende, dopo l’11 settembre e la distruzione delle Twin Towers in quanto simbolo della decadenza morale dell’Occidente (Mohamed Atta, uno dei dirottatori, aveva studiato architettura e pianificazione urbanistica) le corporations hanno preferito il “basso profilo” e ora gli edifici sono in prevalenza residenziali. Graham parla di una «privatizzazione del cielo»: se non volano, i ricconi si spostano su sopraelevate riservate, possiedono ascensori a uso esclusivo e perfino lussi come lo sky garage, l’autorimessa del condominio 200 Eleventh Avenue di New York che tramite un montacarichi consente di parcheggiare Ferrari e Porsche al livello dell’attico, per ammirarle al riparo da sguardi indiscreti.

In compenso, i ricchi sono liberi di guardare, ovviamente dall’alto al basso, il resto dell’umanità: una massa di poveracci stipati nelle città dove entro il 2050 confluirà il 75% della popolazione mondiale. Per quanto la soluzione al sovraffollamento urbano stia proprio nell’erezione di nuovi grattacieli, il futuro, ammonisce Graham, somiglierà a ciò che già oggi avviene a Città del Guatemala: i ricchi ammirano i bagliori delle luci urbane dai loro rooftop, mentre gli abitanti a valle devono salire nella città alta per lavorare, trovare strade pulite, avere copertura per il cellulare o chiamare soccorso in caso di bisogno (sempre che poi lo si ottenga: secondo un residente locale, «la polizia sta sopra e non si sognerebbe mai di venire qui giù»). Perché, seppure il mercato mondiale degli elevators attualmente valga 90 miliardi di dollari l’anno, in molti Paesi qualcosa proprio non funziona più: l’ascensore sociale.

[Foto in evidenza di Michael Wolf / Laif / Contrasto]

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