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13 gennaio 2017

Dove ci porta la gente nell’era del web

Quelli che sanno tutto. Quelli che odiano gli esperti. E quelli che teorizzano la democrazia diretta. Perché la società digitale alimenta l’incompetenza. E minaccia la democrazia

Marco Filoni

Dal numero di pagina99 in edicola il 14 gennaio 2017

C’è una vecchia storiella che racconta di un giudice, molto saggio e di grande intelligenza, di fronte al quale si presentano due litiganti per dirimere la loro questione. Il giudice ascolta il primo, poi riflette e commenta: «Hai ragione». Poi ascolta anche l’altro litigante, torna a riflettere e conclude: «Hai ragione». Allora suo figlio, un bambino nemmeno adolescente che stava giocando nella stanza accanto e aveva ascoltato tutto, alza la testa e rivolgendosi al padre protesta: «Ma non possono avere ragione tutti e due allo stesso tempo». E il saggio giudice, sempre più saggio: «Hai ragione anche tu».

Ecco, ora fate un esperimento. Provate a trascrivere questa storiella sulla vostra bacheca Facebook. E aspettate. Ci vorrà poco tempo e fioccheranno i commenti. E c’è da giurarci che non mancheranno i detrattori: e quindi? che volevi dire? come fanno ad avere tutti ragione? una fallacia logica? rossi e neri tutti uguali? Ci saranno libere interpretazioni in un senso o nel suo esatto opposto. E sarà la notte dove le vacche sono tutte nere… Ma soprattutto vivrete l’elettrizzante esperienza della gente, del popolo che si esprime. E quando questo accade, come ogni cosa complessa, crea problemi. Anche se alla gente i problemi complessi non piacciono.

«Quando la gente pretende di ragionare, tutto è perduto». A esprimersi così non è un qualche reazionario d’antan e nemmeno uno snob elitista, bensì il tollerantissimo Voltaire. Certo, si dirà, era la metà del XVIII secolo. Eppure il sentimento antipopolare attraversa la nostra storia da sempre – e oggi sembra più vivo che mai in molte parti delle democratiche società occidentali. Basti pensare ad alcuni recenti avvenimenti: Brexit, l’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump, l’ascesa dei movimenti anti-sistema in Europa, le vertiginose acrobazie (politiche e dialettiche) dei grillini nostrani… Eventi che polarizzano le persone che si ritengono nel giusto a bollare come “minorati mentali” gli altri che si esprimono in maniera divergente. Come dire: da un lato un’élite colta che sa cosa è meglio per il Paese e quindi per la gente; dall’altra questa massa di idioti che non ha gli strumenti per capire e perciò compie le scelte sbagliate. Esperti contro comuni mortali. Che fare?

Non sono pochi quelli che auspicano l’eliminazione delle elezioni (per esempio David van Reybrouck, che argomenta questa tesi con acume nel suo libro Contro le elezioni, Feltrinelli) o anche chi, come il quotidiano liberal Washington Post ancor prima dell’elezione di Trump, ha ospitato un editoriale dal titolo esplicito Dobbiamo liberarci degli americani ignoranti dall’elettorato. Vasto programma, avrebbe commentato De Gaulle – almeno così il generale chiosò alla vista della jeep militare, la prima entrata a Parigi dopo la liberazione nazista, che portava la scritta Mort aux cons, “morte ai coglioni”. Insomma, quando la volontà popolare non ci piace siamo sempre più portati a invocare Bertold Brecht: «Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».

 

Ce lo dice la gente!

Come si concilia allora la gente, la volontà popolare, con i nostri avanzati sistemi politici? La democrazia rappresentativa è quello che di meglio abbiamo trovato nel corso dei millenni. Oggi c’è chi invoca il ricorso alla democrazia diretta con l’istituto del referendum popolare, come il Movimento 5 Stelle. Ovvero chiedere a tutti i cittadini la loro preferenza su qualsiasi decisione da prendere. Facile no? Basterebbe qualche manuale di teoria democratica per comprendere come questo sia un ingenuo vagheggiamento che assomiglia più a una narrazione distopica che a una realizzazione praticabile. E auspicabile. Il ricorso al referendum popolare dovrebbe limitarsi alle questioni etiche o di particolare importanza per la nazione, non a tutto.

Certo, la questione del voto della gente è annosa e, per rimanere in termini popolari, chiunque abbia partecipato a una riunione di condominio sa benissimo di cosa stiamo parlando. Esiste una vastissima letteratura sul valore della volontà popolare – che, è bene ricordarlo, è soltanto quantitativa. L’ha espresso senza remore Elias Canetti in quel capolavoro novecentesco che è Massa e potere: «Nessuno ha mai creduto davvero che l’opinione del numero maggiore in una votazione sia, per il predominio di quello, anche la più saggia. Volontà sta contro volontà, come in guerra». Ecco l’essenza delle democrazia: il prevalere dei più sui meno, l’opinione della maggioranza che però non vale di più, semplicemente pesa di più.

Da Edmund Burke ad Alexis de Tocqueville in molti si sono chiesti se le democrazie siano in grado di sopravvivere all’espressione della volontà popolare, quindi se e quando il volere della gente si trasforma in una dittatura della maggioranza. È un dibattito ampio, sempre vivo, impossibile da riassumere. Quel che si può ricordare – come non smetteva di fare Norberto Bobbio – è che la democrazia non è una condizione sufficiente affinché uno Stato sia liberale: ci sono Paesi dove governano autocrati eletti a furor di popolo ma dove non sono in vigore elementari tutele democratiche e diritti come la libertà di parola, di espressione, di religione ecc. Non solo: la tanto citata democrazia ateniese, madre di tutte le democrazie moderne, era fondata sulla schiavitù (gli schiavi non votavano, così come anche le donne e gli stranieri).

Per non dire del suffragio universale, acquisizione assai recente nella storia dell’umanità. La tanto osannata democrazia non è quell’idillio riassunto dallo slogan uno vale uno e dove ognuno, magari cliccando su di un sì o un no di fronte a uno schermo illuminato, interviene con la propria opinione. La vera peste del nostro tempo è che tutti pensano di saperla lunga su tutto; mentre in realtà bisognerebbe avere sempre accanto l’ombra benevola di Roland Barthes: «La prego, mi permetta di non avere un’opinione».

 

Dalla massa allo sciame

Al di là dei problemi formali della democrazia resta il punto: come e quanto la gente, il popolo, l’opinione della maggioranza interviene nella vita pubblica e la condiziona? La gente storicamente è una massa, un soggetto spinto da una forza che si autodetermina per frantumare sistemi politici, gerarchici, sistemi di autorità e di valori. È ciò che lo psicologo Gustave Le Bon nel suo Psicologia delle folle (1895) individuava come il tratto dell’epoca moderna. Questo è stato vero sino al Novecento, ma oggi? Certo, abbiamo avuto le primavere arabe, Zuccotti Park e Gezi Park come esempi recenti di “massa”. Ma la massa più significativa e più potente è oggi quella del mondo digitale. È qui, nella piazza virtuale di Facebook che la massa vera e propria si trasforma in qualcosa di inedito: uno sciame, come lo chiama il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han in un’opera molto dibattuta in Europa (da noi tradotta col titolo Nello sciame. Visioni del digitale, per l’editore nottetempo).

In cosa si distingue questo sciame dal popolo, dalla gente che ha storicamente popolato le masse? Semplice, risponde Han: lo sciame digitale non ha un’anima, non ha uno spirito. Prima la massa aveva una sua identità, aveva scopi comuni. Oggi invece lo sciame raggruppa individui che non diventano mai un “Noi”, non si esprime mai con una sola voce. Anzi, quando si esprime lo fa con un frastuono, perché la modalità comune con la quale si palesano le proprie opinioni (quasi sempre anonime) è una Shitstorm – letteralmente una “tempesta di merda”. In questo contesto apocalittico il filosofo si domanda quale democrazia sia mai possibile in una sfera pubblica fatta di egoismo e narcisismo: «Forse una democrazia con il tasto “mi piace”?». Bisognerebbe comunicargli che sì, da noi c’è chi lo pensa.

Ma quali sono le caratteristiche di questo sciame? Secondo Han il sentimento che accomuna la gente del web è lo stato di eccitazione: esser eccitati è la norma, il registro della comunicazione è l’emotività, un registro molto più vicino al parlato che non allo scritto. Pure le ondate di indignazione, «efficaci nel mobilitare e nel mantenere desta l’attenzione», scrive Han, «non sono in grado di strutturare un discorso: montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente». Insomma il filosofo sudcoreano, per dirla con Eco, è decisamente un apocalittico. E dalle sue pagine la gente del web assomiglia a NAPALM51, il personaggio di Maurizio Crozza che racchiude bene alcune delle peculiarità idiosincratiche dell’homo digitalis: hater, leone da tastiera, complottista, ecc.

Ora, che la gente del mondo digitale sia uno “sciame” è un’idea affascinante e di certo alcune delle caratteristiche indicate da Han sono senza dubbio vere. Ma imputare al digitale tutti i mali del mondo è sbagliato. Come ha notato un altro filosofo, Maurizio Ferraris, Byung-Chul Han sbaglia con il web così come Popper sbagliava sulla televisione e Platone sbagliava sulla scrittura (per il primo la tv era una “cattiva maestra”, violenta e antieducativa; il secondo riteneva che la scrittura avrebbe ucciso la conoscenza perché sino ad allora era solo orale). La tecnologia in sé non ci rende più stupidi o più alienati, semplicemente potenzia le occasioni e la portata per farci conoscere per quelli che siamo. E forse è proprio questo il punto: l’imbecillità. La nostra imbecillità.

Assistiamo infatti a una preoccupante montata di fastidio della gente – che si trasfigura in accolita di rancorosi – contro i competenti, contro i tecnici, contro gli scienziati “ufficiali”, contro gli esperti. Lo spiegava molto bene una recente vignetta del New Yorker, ampiamente diffusa e commentata, in cui un passeggero di un aereo chiedeva agli altri di pilotare lui poiché «quegli spocchiosi dei piloti hanno perso il contatto con noi passeggeri comuni». Ecco, l’odio contro le élite di cui si è molto scritto si sta trasformando nell’odio per le competenze. Ma chi è questa gente? Trump più d’una volta ha detto che a lui «piacciono quelli poco istruiti» (I love the poorly educated), e la vignetta del New Yorker esemplifica anche quel clima anti-intellettuale ormai esibito come un vezzo. E se volessimo elencare gli esemplari italioti presenti nell’agone politico che hanno qualche problema con l’istruzione e la cultura non basterebbe tutto questo giornale.

 

Il mito dell’ignoranza

Ma è importante non commettere un errore: pensare che la gente che alimenta questo tipo di demagogia del sapere sia costituita da minorati ignoranti e poco istruiti. Se c’è un dato incontrovertibile è quello che riguarda il livello di istruzione in Occidente, sempre più alto. Quindi non è vero che la gente che si polarizza sul web, che ha un’opinione su tutto, che pretende di eliminare la complessità del reale con semplicistiche analisi da bar sport sia soltanto composta da individui ignoranti e poco istruiti. Anzi, come hanno dimostrato alcune recenti ricerche, più una persona è istruita su un singolo e specifico argomento, più pensa di saperla lunga su tutto. Si tratta dell’evoluzione digitale del famoso effetto Dunning-Kruger, ovvero la distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti tendono a sopravvalutarsi.

In realtà l’ignoranza non è fonte di tutte le credenze (nonostante imperversi oggi l’argumentum ad ignorantiam, ovvero il fatto che se uno è convinto di un complotto o una castroneria come gli alieni su Marte sta a te dimostrare che non esistono, e ogni argomentazione può esser messa in discussione proprio perché fuori dalla ragionevolezza). Lo dimostra una vecchia storia chiamata Moon Hoax del 1835, molto prima di post-verità e bufale online: il quotidiano New York Sun inizia a pubblicare una serie di articoli dove descrive la costruzione di un telescopio prodigioso che vede la Luna e i suoi prati lussureggianti di fiori rossi, animali fantastici e così via.

Il clamore è tale che pure i giornali europei traducono gli articoli. Naturalmente era uno scherzo, una bufala, ma ciò che colpì molti commentatori dell’epoca, in particolare lo scrittore Edgard Allan Poe, era che quelli che ci cascarono erano soprattutto persone che avevano studiato. Il livello di istruzione, allora come ora, non rende immuni alle più discutibili castronerie. Sempre Poe offriva allora un’indicazione utile ancora oggi: le persone più istruite, diceva, hanno una disponibilità mentale maggiore e un orizzonte intellettuale allargato. Queste persone hanno perciò ragioni per credere, che non significa che abbiano ragione di credere – così esemplifica il lato oscuro della nostra razionalità il sociologo francese Gérald Bronner nel suo La democrazia dei creduloni (Aracne 2016).

 

La dittatura dell’imbecille

Il problema non è l’opinione a sproposito. Il problema è quando queste corbellerie si fanno massa, diventano virali, si trasformano nello spot “è la gente che lo vuole” e quindi politici e capipopolo arruffati e truffaldini ne cavalcano l’onda con gli slogan “io rappresento il volere del popolo”, “io sono l’uomo della gente”, “io esprimo la pancia delle persone” (sic!). In questo caso la gente porta alla dittatura dell’incompetenza. La questione non è se la gente abbia o meno il diritto di esprimersi, votare, partecipare alla vita associata, al dibattito e alla politica della loro comunità. Il problema è come questa massa viene usata.

Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset osservava che l’uomo saggio è colui che è sempre tormentato dal sospetto di essere un imbecille, mentre l’imbecille è fiero di sé. Ora, sulla scia di coloro che si sono interessati all’imbecillità (come Umberto Eco o Carlo Cipolla al quale dobbiamo il capolavoro, un vero classico, Le leggi della stupidità umana) il filosofo Maurizio Ferraris nel suo L’imbecillità è una cosa seria (appena pubblicato dal Mulino) ci mette in guardia. Quando inveiamo contro la gente per le scelte, le votazioni, le bufale e i complotti inventati e la bolliamo come imbecille, dobbiamo stare attenti: con quale autorevolezza le stiamo dando dell’imbecille?

«Se c’è un momento in cui una persona intelligente appare irrimediabilmente stupida è quando – d’accordo con il detto napoletano – fa il gallo sull’immondizia, come per esempio quando Valéry apre Monsieur Teste con un madornale “La stupidità non è il mio forte”». Ecco, non c’è nulla di più stupido di stupirsi della stupidità, ci dice ancora Ferraris – etimologicamente, stupido è chi si stupisce. Ecco perché non ci piace la gente: perché la gente siamo noi. Nessuno escluso. Di certo quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti, ammoniva Karl Kraus. Tutti noi viviamo un’epoca crepuscolare: dovremmo ricordarcene quando, la prossima volta, ci stupiremo della nostra lunga ombra.

[Foto in evidenza di Getty Images]

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