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12 gennaio 2017

Primavere arabe, i giovani pronti a una nuova ribellione

Sono il 60% della popolazione. E molto più istruiti dei loro padri. Eppure non hanno voce in capitolo su nulla. Ora l'Onu prevede sollevazioni analoghe a quelle del 2011

Giuliano Battiston

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Nel 2006, quando il saggio L’infelicità araba viene tradotto e pubblicato in Italia, l’autore è già morto. Giornalista, storico e docente universitario, Samir Kassir viene ucciso nel giugno del 2005, dopo una vita molto intensa, contrassegnata dall’attivismo politico e dalla curiosità intellettuale, e subito dopo aver guidato le manifestazioni di protesta con cui i giovani libanesi contestavano l’ingombrante protettorato siriano nel Paese dei cedri e l’assassinio dell’ex primo ministro, Rafiq Hariri. Incredulo di fronte all’inerzia di una regione che nel corso della storia aveva prodotto rinascimenti culturali e ispirato rivoluzioni sociali, questo «arabo del Mashreq, laico, acculturato e perfino occidentalizzato» nel 2004 decide di scrivere in francese alcune Considerazioni sull’infelicità araba. Un testo che ha molto da dirci ancora oggi.

Parla dell’infelicità araba, un’infelicità particolare, che «ha a che fare, più che con i dati, con le percezioni e con i sentimenti. A iniziare dalla sensazione, molto diffusa e profondamente radicata, che il futuro è una strada costruita da qualcun altro». Una strada a senso unico. Un vicolo cieco, senza vie d’uscita. Da qui, per Samir Kassir, deriva la cifra dell’infelicità araba: l’impotenza «a essere ciò che si ritiene di dover essere. Impotenza ad agire per affermare la propria volontà di esistere, se non altro come possibilità, di fronte all’altro che ti nega, ti disprezza e, adesso, nuovamente ti domina». L’altro è l’Occidente, con il suo sguardo paralizzante, «quello sguardo che impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile, ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua speranza», nutrendo un fatalismo rinunciatario.

Maturate nel corso di lunghi anni di repressione e libertà negate, deflagrate tra la fine del 2010 e il 2011, le “primavere arabe” hanno segnato un inaspettato ribaltamento di prospettiva: dal fatalismo rinunciatario all’affermazione della speranza e della volontà di esistere, resistere e partecipare, archiviando l’impotenza in favore del protagonismo diretto, anche a rischio della vita. Per cambiare le cose. Per aprire nuove strade. Per chiedere giustizia, diritti e libertà. Un tentativo fallito. Fatto fallire. Lo spiega bene Fawaz Gerges. Docente di Relazioni internazionali alla London School of Economics, in Isis. A History Gerges insiste sul «sabotaggio di milioni di cittadini che avevano rivendicato un contratto sociale più equo», quando uno «straordinario momento di emancipazione» è stato fatto deragliare «da un’alleanza di forze controrivoluzionarie interne ed esterne», da «governanti autocratici sostenuti da alleati regionali», «da apparati di sicurezza e militari, da al-fulul (elementi del vecchio regime) e dallo Stato islamico».

Gruppi diversi, i cui interessi hanno però coinciso «nel bloccare il cambiamento politico pacifico». Chiudendo una finestra di opportunità. Unica, ma non irripetibile. A cinque anni di distanza da quel 2011 che ha innescato reazioni a catena in molti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, qualcuno prova a tirare le somme, a capire se quella finestra possa riaprirsi o meno. Lo ha fatto per esempio l’Agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), nell’ultimo Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo. Reso pubblico alla fine di novembre, è dedicato a “I giovani e le prospettive per lo sviluppo umano in un mondo che cambia”. Ricco di suggerimenti, grafici, appendici e note, sembra avallare le considerazioni di Samir Kassir sull’infelicità araba, confermando con dati e percentuali quelle che l’intellettuale libanese presentava come «percezioni e sentimenti».

Il punto di partenza della ricerca – che sconta il difetto di accomunare sotto la generica etichetta di “regione araba” Paesi molto diversi tra loro (vedi il box in alto a destra) – ha la forza apodittica dei numeri: circa il 60% della popolazione ha meno di 30 anni, di cui la metà rientra nella forbice tra i 15 e i 29 anni (coloro che sono considerati giovani). È l’esito di una tendenza demografica di lungo corso: negli ultimi 50 anni, la regione ha registrato una delle più alte crescite demografiche del pianeta, particolarmente intensa negli anni Sessanta e Settanta del Novecento (quando il tasso di crescita era del 3,3% rispetto a una media mondiale dell’1,8%, mentre attualmente nella regione è del 2,2%). Il risultato è che oggi i giovani tra i 15 e i 29 anni sono 105 milioni, un terzo della popolazione. La percentuale più alta di sempre.

«Un momentum demografico» che durerà almeno altri due decenni, recita il rapporto dell’Undp. E da cui può scaturire un doppio esito: la rinascita della regione, all’insegna di sviluppo e progresso materiale, o al contrario la degenerazione nell’instabilità. Dipenderà dalle scelte di governi e giovani. Ai governi arabi i funzionari delle Nazioni Unite rivolgono un appello, affinché investano nei giovani e li rendano partecipi del processo di costruzione del futuro. Dar loro potere significa modificare sostanzialmente l’ordine attuale, che ha prodotto marginalità e frustrazione. Le stesse rivolte del 2001, dice il rapporto, «sono l’esito di decenni di politiche pubbliche che hanno condotto all’esclusione di ampie fette della popolazione dalla vita politica, economica e sociale». Occorre cambiare rotta. Riuscendo a soddisfare le crescenti aspettative della fascia più giovane della popolazione. La gioventù araba è la più istruita e urbanizzata nella storia della regione, ma è anche quella che ha le prospettive più incerte.

I giovani arabi sono «molto più istruiti, attivi e connessi al mondo esterno» rispetto al passato. Ma proprio per questo sono più consapevoli «che le loro capacità e i loro diritti collidono con una realtà che li marginalizza», impedendogli di esprimersi. Sta qui il rischio maggiore: se non vengono ampliati i canali di partecipazione politica e di espressione pubblica, i giovani possono diventare «un peso distruttivo», anziché «un fattore di trasformazione positiva». Per ora, i dati non sono incoraggianti. La spinta demografica non è stata accompagnata da paralleli processi di apertura. Al contrario, tutti i canali di assorbimento istituzionale e sociale sono ostruiti. Si prendano due settori chiave: l’economia e la politica. L’economia è ferma. Paralizzata dall’eredità di economie rentier, fondate sul nepotismo, sul gigantismo del settore pubblico a scapito della produttività e dell’innovazione. La mobilità sociale è una chimera.

Domina l’esclusione, le disparità crescenti di salario, la disuguaglianza nelle opportunità, la riduzione dello spazio economico, la corruzione (in 50 anni avrebbe mandato in fumo mille miliardi di di dollari). Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è il più basso al mondo, in chiave regionale: il 24% (scende al 18% per le donne), mentre il tasso di disoccupazione è il più alto al mondo, circa il 30% rispetto al 13,99% a livello globale (ma per le donne è del 47% rispetto al 16%). Le previsioni da qui al 2019 sono preoccupanti. E i compiti futuri immani: per assorbire coloro che entreranno nel mercato, entro il 2020 servono 60 milioni di posti di lavoro in più. In ambito politico, le cose non vanno meglio. Il tasso di partecipazione politica è il più basso al mondo, così come il livello di impegno civile: soltanto il 9% dei giovani svolge attività di volontariato nella società civile.

La partecipazione delle donne nella politica istituzionale è la più bassa a livello mondiale (a dispetto di alcune “eccellenze”), con il 18,7% di deputate donne. Ma il dato più significativo è la scarsissima fiducia nei canali ufficiali di partecipazione politica e nei processi democratici elettorali. Un dato a cui va affiancato, per contrasto, quello che riguarda la partecipazione dei giovani nelle proteste politiche. Nel 2013, vi ha preso parte il 18% dei giovani della regione, rispetto al 10,8% a livello mondiale. Un dato in crescita. Riguarda soprattutto i giovani meglio istruiti. Ma segnala una tendenza più ampia. Per i giovani arabi, la politica ufficiale è inservibile. La democrazia, sequestrata da governi autoritari. L’unica speranza, esprimerla fuori dai canali tradizionali. Attivati con le rivolte, sono stati sigillati dagli apparati repressivi della regione. Ma troveranno presto un nuovo sfogo. L’infelicità araba, scriveva Samir Kassir, «è uno stato d’animo». Non una condizione ineluttabile.

[Fotografia in apertura di Antonio Zambardino / Contrasto]

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