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11 gennaio 2017

Bista, l’uomo che inventò l’alta moda italiana

Una mostra fotografica racconta gli albori del fashion fiorentino. Il cui protagonista fu Giovanni Battista Giorgini. Che rivelò il made in Italy al mondo

Antonella Bersani

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Nel carosello di eventi e party, blogger e stilisti, eleganza e dandismo che si metterà in moto il 10 gennaio con Pitti Immagine Uomo a Firenze, c’è una anche una porta spalancata sulla storia. Funziona come macchina del tempo: entri con i jeans e ti ritrovi addosso gli abiti da sera delle Sorelle Fontana. E da lì inizia il tuo viaggio per capire un’industria che ha contribuito a costruire il boom economico italiano, a gettare le radici di quell’export che oggi chiamiamo anche internazionalizzazione e a dettare regole di stile nel mondo. La porta è quella che conduce alla mostra fotografica La moda a Firenze attraverso le lenti dell’archivio storico Locchi (Fashion in Florence through the lens of Archivio Foto Locchi), visitabile sino al prossimo aprile nell’Andito degli Angiolini a Palazzo Pitti.

Realizzata in collaborazione con la Galleria degli Uffizi e il Centro di Firenze per la Moda Italiana, l’esposizione si snoda tra 100 rarissimi scatti dagli anni ’30 ai ’70 che raccontano gli albori della moda fiorentina, sviluppata con il seme di quelle botteghe artigiane di eccellenza che hanno poi dato vita alla “filiera di qualità” del Made in Italy, ovvero la colonna dell’economia nazionale. Gucci, ormai di proprietà francese, non a caso ha legato a sé la fitta rete di artigiani toscani con un contratto di filiera. E il suo non è un caso isolato, nella convinzione che valorizzare la manifattura italiana è ciò che ci permette di essere ancora oggi il primo esportatore mondiale nell’occhialeria e il secondo per quanto riguarda i prodotti di moda e gli accessori (la quota è del 7 per cento), dopo i grandi volumi low cost dei cinesi.

Oggi il fatturato del sistema moda italiano è di 83 miliardi. E qui vogliamo raccontare la storia di chi intuì questa potenzialità creando Pitti: un uomo imparentato con importanti figure del Risorgimento, il cui prozio fu il relatore della legge che nel 1861 a Torino ha istituito lo Stato Nazionale. Nobile, per titolo acquisito a fine Settecento. Un uomo capace di trasferire l’intera famiglia a Londra all’inizio del Novecento perché tutti imparassero l’inglese. Fu lui che Harry Truman incontrò a Firenze al termine del suo mandato presidenziale negli Usa: voleva ringraziarlo per il supporto dato alle forze alleate nella Seconda guerra mondiale. Lui si chiama Giovanni Battista Giorgini, detto “Bista”, e ha dato un’impronta alla promozione della moda italiana nel mondo ancora oggi presente.

Ai grandi balli organizzati a latere delle sfilate degli anni Cinquanta si richiama infatti il tema di Pitti 2016 Pitti Dance Off, un invito a esprimere il proprio stile attraverso la danza, il cui binomio con l’arte e la moda comincia con i costumi di Picasso per i Ballets Russes di Diaghilev. Le grandi mostre di Pitti, invece, tengono il passo con l’idea di Giorgini di aprire a buyers e ospiti i palazzi e i musei rinascimentali fiorentini in un trionfo di bellezza e fascinazione. Giorgini aprì a Firenze il primo Buying office nel 1922 con il supporto di un socio svizzero, deciso a esportare le eccellenze italiane oltreoceano per rifornire i grandi department store di alta gamma: Tiffany, Macy’s, Sack’s e farsi largo sulla Fifth Avenue di New York.

«Caricava nei suoi bauli sul piroscafo tutto quello che poteva, le ceramiche di Faenza, di Capodimonte e di Bassano. Ancora i vetri di Murano e i merletti, le stoffe, tutto il meglio che le botteghe artigiane riuscivano a produrre», racconta il nipote Neri Fadigati, giornalista e custode della storia familiare. «Il suo fu da subito un successo commerciale, attraverso il quale creò quegli importanti legami internazionali che gli permisero in seguito di creare e lanciare l’industria dell’alta moda italiana». Le attività del Buying office furono presto spazzate via dalla guerra, ma fu nella villa nobiliare sulla collina di Bellosguardo che il comando alleato si installò dopo lo sbarco a sud e la risalita lungo lo Stivale.

«Bista ricominciò a darsi da fare subito dopo la guerra, organizzando negli Usa la mostra Italy at work ed esponendo oggetti di artigianato al Museum of contemporary art di Chicago e a New York. Riuscì anche a piazzare una gondola nelle vetrine della Fifth Avenue», continua Fadigati «Primo fra tutti, aveva infatti avuto la forte e giusta intuizione che l’abbigliamento fosse l’elemento chiave della nuova classe benestante e lavoratrice americana. Era inoltre convinto che la moda italiana avesse le caratteristiche giuste per rispondere ai loro bisogni di raffinatezza e comodità quando invece l’alta moda francese risultava ancora troppo aulica e strutturata, meno portabile. Ed ebbe ragione». Dopo le mostre americane, Giorgini decise dunque di tentare il salto di qualità. Volle organizzare la prima sfilata di alta moda italiana, ospitandola nel febbraio del 1951 nel suo palazzo residenziale: Villa Torrigiani.

«Ci mise un anno a convincere le più grandi sartorie italiane di Milano, Napoli e Firenze a sfilare tutte assieme, superando gelosie e rivalità, ma aveva capito che nessuno avrebbe oltrepassato l’oceano per vedere una sola sfilata. Usò poi tutte le sue conoscenze e il suo savoir-faire per convincere i compratori americani a venire in Italia, bluffando quando era il caso. E fingendo che i compratori concorrenti avessero già accettato l’invito». Molti di loro arrivarono a Firenze soltanto per amicizia, ma l’evento condito di grandi balli, serate di gala nei palazzi dei nobili fiorentini e occasioni di incontro con la cultura italiana fu un enorme successo e gli ordini dei compratori superarono qualsiasi aspettativa. «Emilio Pucci era preoccupato e diceva: “ho una sartina che confeziona un paio di pantaloni a settimana, come farò a soddisfare tutti?”

Ci riuscì. Ci riuscirono tutti. E la moda italiana decollò insieme con i suoi protagonisti: le sorelle Fontana, Jole Veneziani, Alberto Fabiani, Germana Marucelli, Pucci, Noberasco, Carosa, Schuberth, Ferragamo, cui negli anni ’60 si aggiunsero Irene Galitzine, Ken Scott, Lancetti, Valentino, Krizia e Mila Schön. Se nel 1951 si presentarono a Firenze sette compratori, l’anno dopo erano in trecento. Cbs e Abs trasmettevano l’evento in televisione e le sfilate organizzate al Grand Hotel di Firenze e gremite di star e personaggi internazionali si imponevano come fenomeno di costume . «Fu in quel momento che si decise di far diventare l’evento semestrale, seguendo le stagioni della moda. E dal luglio del 1952 le sfilate si spostarono nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, la grande sala da ballo che negli anni ’20 ospitava i concerti degli Amici della Musica, di cui mio nonno aveva fatto parte». Nel luglio del 1952, le sfilate videro la presenza della moglie di Winston Churchill. Ci sono foto di Giorgini con Gloria Swanson e testimonianze delle cene private a casa di Bista con Alfred Hitchcock: «Arrivò con una lunghissima limousine nera, di quelle che a Firenze nessuno aveva mai visto», ricorda il nipote.

Tra il 1951 e il 1955 l’export italiano esplose e nel 1957, attraverso la moda, l’Italia arrivò a esportare 8 miliardi di bottoni là dove sino a qualche anno prima non ne arrivava nessuno. La filiera dunque cresceva e si consolidava, rafforzando le basi di un’economia che ancora oggi si regge su una fitta rete di piccole e medie imprese. «Gli anni tra il 1957 e il 1963 sono stati i veri anni del boom, quello che ha lanciato la nostra economia e la nostra creatività nel mondo. Proprio come desiderava mio nonno, che nel 1965 lasciò l’organizzazione: lui non voleva arricchirsi, ma il suo retaggio risorgimentale e patriottico lo spingeva a lavorare per l’Italia, convinto che la sua cultura, la sua arte e la sua bellezza dovessero imporsi sullo stereotipo popolare di pizza e mandolino. A Pulcinella lui rispondeva con Michelangelo, gli Uffizi, i palazzi aristocratici e i valori etici risorgimentali più elevati».

Pitti Immagine continuò la sua corsa sino al 1982, quando i venti della crisi spinsero Beppe Modenese, già braccio destro di Giorgini, a spostarsi a Milano per sviluppare quella che poi è diventata l’alta moda milanese grazie ad ambasciatori come Armani o Versace. «Si ingranò di nuovo la marcia quando si comprese che Milano e Firenze non dovevano farsi la guerra, bensì collaborare», racconta Stefania Ricci, storica della moda, già curatrice della Galleria del Costume di Firenze e direttrice del museo Ferragamo. «Firenze si rilanciò con la moda maschile, ma soprattutto con programmi di eventi culturali di ampio respiro ispirati dal lavoro e dalla filosofia di Giorgini. Lui voleva affrancare l’Italia e il suo artigianato dall’immagine neorealista di Ladri di biciclette, della miseria e degli stereotipi popolari, per restituirli invece al loro sfarzo, perfettamente in linea con l’architettura e la storia di Firenze. Noi abbiamo dunque raccolto questa eredità e proseguito su questa traccia».

È sotto la direzione di Luigi Settembrini che si ricorda infatti il ritorno di grandi eventi internazionali firmati da Gae Aulenti e Luca Ronconi, iniziative come il balletto Barocco Bel Canto organizzato da Versace nel Giardino di Boboli e ancora la Biennale di Moda e Arte del 1996: appuntamenti che hanno restituito alla città e a Pitti Immagine una rilevanza non soltanto fieristica. «È quello per cui mio nonno ha sempre lavorato e di cui c’è bisogno ancora oggi per valorizzare la moda, che non è vanità ma ricchezza economica», conclude Fadigati. Giorgini ne ha inventato il marketing, ha costruito quella che oggi chiamiamo comunicazione territoriale e culturale. Ed è in questo solco che si inseriscono iniziative come la nascita di Fondazione Pitti Discovery, dedicata a scoprire e sostenere giovani stilisti, artisti e designer, nonché a organizzare iniziative per sostenere la cultura e l’industria del fashion.

Oggi l’industria della moda occupa in Italia 600 mila persone in maniera diretta e altre 200 mila nel commercio al dettaglio. E il valore delle esportazioni ha raggiunto i 62 miliardi, vale a dire un quarto dell’export di tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si capisce allora la ragione per cui già negli anni ’50 era stata emanata una legge a supporto del sistema, oggi rinvigorita dai 150 milioni messi a disposizione dal governo Renzi per tutto ciò che appartiene al Made in Italy. Pitti ha così potuto contare sul supporto straordinario del Ministero dello Sviluppo economico e dell’Ice per iniziative come il programma di sostegno a giovani stilisti. E il salotto di Villa Torrigiani si è ormai allargato all’Italia intera.

[Fotografia in apertura Archivio Foto Locchi]

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