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10 gennaio 2017

Perché “Lemonade” di Beyoncé è una speranza per i neri

Nelle metropoli Usa i centri sono sempre più white e le periferie black. Nel suo libro Jeff Chang spiega che la musica pop è un antidoto. Contro la rabbia

Federica Colonna

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Altro che gentrificazione. Negli Stati Uniti c’è una nuova geografia della razza nella quale le metropoli sono diventate Vanilla Cities with Chocolate Suburbs – centri bianchi con periferie nere. Lo scrive Jeff Chang, direttore dell’Institute for Diversity in the Arts di Stanford nel suo recente We Gon’Be Alright (Picador 2016) in cui, per raccontare la società urbana contemporanea, mescola cronaca, accademia e cultura pop. A partire dal titolo, citazione del brano Alright di Kendrick Lamar, diventato l’inno del movimento afro-americano Black Lives Matter. «La canzone è poetica», ha spiegato Chang, «racconta la lotta quotidiana di un giovane uomo nero. Eppure dice: andrà tutto bene. È ottimista». È un invito a non arrendersi, suggerisce. Nonostante i numeri delle metropoli americane.

Qui, scrive Chang, la separazione tra etnie e classi sociali ha raggiunto un livello mai visto dai tempi del Civil Rights Movement: uno studente bianco frequenta una scuola che è, in media, per il 75% composta da altri bianchi e vive in un quartiere in cui anche il 77% degli abitanti ha il suo stesso colore della pelle. In centro, i neri, i musulmani, i latini sono diventati una specie rara, abitano sobborghi e periferie. Sono avvenute, infatti, due migrazioni opposte e contemporanee che hanno mutato l’accento, il costo e il colore delle metropoli. E per Chang non basta parlare di gentrifricazione: è solo la chiave di lettura dei vincenti. Scrive: «Quando gli affitti raggiungono il punto critico, i vecchi edifici sono abbattuti per costruirne nuovi, di vetro e legno, quando i residenti poveri se ne devono andare, la narrativa della gentrificazione raggiunge il suo limite.

Ha lo strano, contro-intuitivo effetto di privilegiare la visione di chi è in grado di rimanere aggrappato alle città mutevoli. Ma cosa ci dice di chi è stato allontanato e viene sostituito? Nulla. La gentrificazione non lascia spazio alla domanda: dove va chi se ne va? Semplicemente scompare. Lasciandoci, così, una storia raccontata a metà. Per completarla, però, servono più chiarezza e più parole: dobbiamo parlare di segregazione, di geografia della razza, di dispersione di classe. Solo dopo saremo capaci di cambiare le politiche urbane, rafforzare le leggi sull’housing sociale, aiutare le persone a preservare la residenza a lungo termine. Ma poiché «i cambiamenti culturali – spiega Chang – precedono sempre quelli politici», dobbiamo soprattutto avere fede nel pop. E ascoltare l’ultimo album di Beyoncé: Lemonade.

Black Lives Matter e Lemonade hanno, infatti, qualcosa in comune: riguardano la vita di persone in lotta con chi ha fatto loro del male – le classi sociali più ricche e arroganti e l’uomo che tradisce e umilia la propria amante. Non è un caso, quindi, se nel cortometraggio che accompagna l’album di Beyoncé le madri di Trayvon Martin, Michael Brown e Eric Garner, ragazzi di colore uccisi dalle forze dell’ordine, mostrino le foto dei propri figli: Lemonade è una metafora, il racconto, sofferto, di chi ha subito un’ingiustizia e ora cerca riscatto. Beyoncé, allora, è per Chang il modello da seguire, perché non sceglie la vendetta.

Ma, canzone dopo canzone, passa dalla rabbia, alla tristezza, al perdono. Affronta un percorso di auto-coscienza e di cambiamento: trasforma la situazione in cui vive perché riesce a trasformare prima di tutto se stessa. «Noi – scrive Chang – dobbiamo fare così: prenderci cura di chi ha subito le ferite ma anche di chi le ha inferte». Perché l’obiettivo non è incendiare le città ma riconciliarle, superando la segregazione. Utopia? Per Chang più che altro una meta. Da raggiungere nel tempo. A patto, però, di prendere sul serio la musica pop.

[Fotografia in apertura di Dermot Tatlow / Laif / Contrasto]

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