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10 gennaio 2017

Mediaset, è il mercato e non Bolloré il vero nemico di Berlusconi

Il presidente cerca alleati. Gli inserzionisti storici si defilano. Intesa c’è. Ma nell’era Netflix, senza una strategia internazionale il futuro rischia comunque di essere francese

Renzo Rosati

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Intesa c’è: «Crediamo che aziende italiane importanti debbano restare tali», dice Carlo Messina, amministratore delegato della prima banca italiana. Ma difficilmente Intesa Sanpaolo entrerà nei “comitati per l’italianità di Mediaset” annunciati da Silvio Berlusconi. Piuttosto fornirà supporto finanziario, consulenza e intervento sui fondi più o meno amici per difendere il gruppo di Cologno Monzese dalle mire di Vincént Bolloré. Che già dopo Capodanno avrebbe ripreso a rastrellare titoli, indirettamente, dal momento che Vivendi era già al 29,77% delle azioni con diritto di voto, a un passo dall’obbligo di lanciare un’Offerta pubblica di acquisto; mentre Fininvest è a sua volta al 39,775, a pochi decimali dal divieto annuo di aggiungere un altro 5%. Qualcuno deve dunque agire per conto dell’uno o per l’altro, ed è il massimo al quale può spingersi Intesa. Troppo recente è il ricordo dei “capitani coraggiosi” di Alitalia anti-Air France (i francesi, sempre loro), prima di cedere a Etihad.

Dunque chi potrà schierarsi nel fronte anti-Bolloré? Tutte le attenzioni sono puntate sui fondi internazionali, Mackenzie, Norges, Fidelity, Rothschild. E da luglio anche Lazard, banca d’affari ormai americana ma con storia francese, già alleata di ferro di Mediobanca. Lazard ha comprato il 5% per scendere al 4,8 e risalire al 5,6. Di fatto ha affiancato le mosse di Vivendi. Ora con il 70% delle azioni in mano ai duellanti, e oltre il 15 ai fondi, di flottante ne resta poco, e quel poco è in gran parte collocato in gestioni patrimoniali, magari a disposizione del migliore offerente. La vicenda Rcs insegna che i fondi seguono il loro interesse, e il blasone (in quel caso, Mediobanca) non conta. Chi è a più stretto contatto con il dossier sul tavolo di Berlusconi parla dell’idea di coinvolgere i grandi inserzionisti storicamente vicini al Biscione, in nome dell’interesse reciproco (tariffe e contratti) a mantenere Mediaset italiana. Su tutti nomi come Ferrero e Barilla, che già guardarono con favore alla discesa in politica del Cavaliere nel 1994.

Ma le due dinastie non sono neppure quotate, il loro mercato è globale rispetto a vent’anni fa, e proprio per sostenere la globalizzazione del business hanno sì molto cash flow ma poca voglia di intaccarlo. Diverso sarebbe stato l’approccio con i Benetton, dove però è in corso una ristrutturazione interna con relativa guerra familiare. Né ha avuto lunga vita l’alleanza tra Mediaset e 21 Investimenti di Alessandro Benetton, che nel 2009 creò The Space mettendo assieme le sale Warner Village e Medusa con l’obiettivo di diventare leader europei delle multisale. Nel 2014 l’azienda è stata venduta per 105 milioni di euro all’inglese Vue Entertainment, realizzando una plusvalenza del 400%, ma di fatto rinunciando ad una diversificazione che oggi poteva tornare utile. Neppure il solido legame con Mediolanum potrebbe essere sufficiente: la Bce ha imposto alla Fininvest di uscire dalla banca di Ennio Doris, che dunque non può a sua volta esporsi troppo all’inverso.

Berlusconi ha anche immaginato appelli anti-Vivendi da rivolgere ai telespettatori nelle trasmissioni più popolari. Operazione sconsigliata sia dal management sia dalle istituzioni romane con le quali il Cavaliere ha un’interlocuzione continua. La questione Mediaset sta infatti cambiando i connotati della politica italiana (pagina99 del 23 dicembre): abbandonata la “religione del maggioritario”, Berlusconi si è “messo a disposizione” del Quirinale e del governo Gentiloni per il ritorno al proporzionale, che nelle speranze gli garantirebbe un ruolo in future alleanze con il Pd, e la tutela dell’azienda. Fedele Confalonieri, Pier Silvio Berlusconi (presidente e ad di Mediaset) e lo stesso Cavaliere hanno illustrato al governo la scorrettezza di Bolloré, che disattendendo il contratto di acquisto del 100% della pay tv Mediaset Plus dopo avere avuto accesso a informazioni privilegiate, ha fatto crollare il titolo della casa madre rastrellandolo poi in un tipico raid ostile. Ha ottenuto più che comprensione, ma lo stesso Confalonieri consiglia di non mettere in imbarazzo l’esecutivo, che non può difendere la “strategicità” del Biscione e non, magari in futuro, quella delle Generali.

Senza trascurare che la Fincantieri, holding pubblica, è a un passo dall’acquisizione dei cantieri navali di Saint-Nazaire, per un terzo di proprietà dello Stato francese. Di fatto la Finivest dovrà trovare le risorse al proprio interno o sul mercato. È emersa anche l’ipotesi di fusione Mediaset-Mondadori, possibile finché non c’è un’Opa. Può certo aumentare il peso di Fininvest nella controllata, a spese però della Mondadori appena e non del tutto uscita dalla crisi della carta stampata. Mentre anche in caso di vittoria resteranno le attuali debolezze strutturali di Mediaset. L’azienda è tornata all’utile nel 2013 grazie a vendite straordinarie come The Space e il 22% di Digital Plus e alla quotazione del 25% di Ei Towers. Nel 2015 gli utili sono scesi a 4 milioni. Su tutto grava proprio Premium, che con due milioni di abbonati, rispetto ai 4,7 di Sky, non ha mai generato profitti, mentre sta pagando i 700 milioni di diritti della Champions League 2015-2018. Ovvero la cassa fatta con le cessioni.

Ma neppure la capogruppo Mediaset pare attrezzata per contrastare la concorrenza globale di Amazon o Netflix. Amazon, leader dell’e-commerce, in grado di fidelizzare i clienti con implacabili tracciamenti, le aziende venditrici attraverso accordi in esclusiva per i negozi online, e inserzionisti in ogni angolo del mondo, è appena sbarcata in Italia anche con film e serie tv di Prime Video, nel quale è destinata ad aumentare la quota autoprodotta che nel 2016 è stata pari a 3,2 miliardi di dollari. Netflix intende investire 6 miliardi nella produzione video. E si attende il debutto di Youtube Unplugged, la piattaforma streaming di Google. Lo streaming globalizzato può essere l’affare del futuro prossimo, a danno delle aziende esclusivamente televisive e focalizzate sul mercato domestico. Per Mediaset, nonostante i successi cinematografici di Medusa, la strategia stand-alone, cioè della tv generalista ormai concentrata sull’Italia e sul duopolio con la Rai, ha comunque il respiro corto.

[Fotografia in apertura di Eric Piermont / Afp / Getty Images]

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