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6 gennaio 2017

Se le biomasse sono un rischio per i polmoni

Sono incentivate dalla Ue per ridurre i gas serra. Ma liberano nell’aria dannose polveri sottili. Prodotte per il 25 per cento da impianti domestici

Alessandro Vitale

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Chiamatelo PM2.5, PM10 oppure polveri sottili. Poco importa, perché farà sempre rima con allarme smog. Il particolato sospeso è tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico, e causa di patologie respiratorie come bronchiti, allergie, enfisemi e tumori. Una piaga legata ai trasporti, su cui gli standard europei hanno introdotto regolamentazioni stringenti come la classe Euro VI per i motori a benzina. A ben guardare, tuttavia, l’inquinamento da polveri sottili sembra avere un’origine più ampia. Per giunta rinnovabile. Ci riferiamo alle biomasse, tra le fonti energetiche verdi, che normalmente vengono bruciate per il riscaldamento domestico e la produzione di energia. Un fenomeno sempre più rilevante, come sottolineato dagli ultimi rapporti ambientali Ue sulla qualità dell’aria, con il 56% delle emissioni di PM2.5 dovuto al riscaldamento, residenziale e industriale.

Il contrasto apparente tra una fonte rinnovabile ma inquinante nasce dalla definizione green: nell’immaginario si pensa subito a solare ed eolico, mentre la legislazione europea è vincolata al saldo di carbonio. Un bilancio in pareggio quello delle biomasse, perché la loro combustione rilascia la stessa quantità di CO2 fissata dalla pianta durante la propria crescita, senza però considerare le polveri sottili liberate in aria come PM10 e PM2.5. Per intuire la rilevanza delle biomasse nella produzione di rinnovabili basta leggere i dati dell’ultimo rapporto Ue Energy, Transport and Environment Indicators – 2016 Edition, pubblicato utilizzando dati Eurostat. La produzione primaria da fonti rinnovabili dell’Unione europea è cresciuta del 174% dal 1990 al 2014, e attualmente rappresenta il 25,4% di tutta la produzione energetica dell’Eurozona con 195.000 milioni di tonnellate equivalenti di greggio (mtoe).

Guardando alla sua composizione, tuttavia, le biomasse solide pesano per il 63,1% del totale energetico verde. Dati che non devono far trascurare la crescita esponenziale di eolico e soprattutto del solare, quasi decuplicato dal ’90, ma che devono essere letti alla luce del proprio peso relativo. Un dato che può essere contestualizzato nei singoli Paesi: tra le prime cinque nazioni per rinnovabile, che sono anche i maggiori produttori di solare ed eolico in assoluto, solo Italia e Spagna utilizzano meno del 50% di biomasse per il loro mix energetico verde. Al contrario, Paesi come Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Lettonia raggiungono una quota di biomasse pari al 90% del totale rinnovabile. «La fortuna di cippato, pellet e legno a livello europeo nasce con gli incentivi alle rinnovabili», spiega a pagina99 Francesco Forastiere, medico ed epidemiologo del Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio.

«Se da una parte i contributi a questo tipo di energia hanno un senso per evitare l’aumento di CO2, dall’altra non si sono valutati adeguatamente gli effetti del particolato in atmosfera, proveniente da legno e altre biomasse solide». Una fonte di energia che solo in minima parte viene usata in impianti di gassificazione o in centrali a biomassa, capaci di abbattere gli inquinanti ambientali. Secondo un documento prodotto lo scorso dicembre dalla European Respiratory Society per valutare l’impatto sanitario delle biomasse antropiche, appena il 5% delle emissioni di particolato fine proverrebbe dalle centrali a biomassa, mentre più del 25% dalla combustione di legna a uso domestico. Una stima destinata a salire al 38% al 2020, pesando più dei trasporti e della produzione industriale.

«Dal punto di vista scientifico, la combustione in caminetti e stufe domestiche è largamente inefficiente, rilasciando quantità elevate di particelle solide. I nuovi impianti sono migliori in termini di abbattimento degli inquinanti, ma non tutti ne possiedono uno», conclude Forastiere. Tra gli aspetti più rilevanti del consumo di biomasse per il riscaldamento domestico c’è il loro costo contenuto che le rende un’alternativa a buon mercato al riscaldamento elettrico. Il risultato? Un minore consumo di carburanti fossili, ma effetti avversi per la salute. Un esempio su piccola scala è la città greca di Salonicco, che durante la crisi economica del 2013-2014 ha visto aumentare il consumo di legname per sostituire petrolio e gas naturale, incidendo sui livelli di PM2.5 e sulla qualità dell’aria.

Secondo le stime dell’Università della Tessalonica si sono verificati 250 decessi prematuri imputabili all’aumento di polveri sottili, 500 nuovi casi di bronchiti croniche nei bambini della fascia 6-12 anni e un incremento di patologie respiratorie, con una spesa di 130 milioni di euro per il sistema sanitario greco. Numeri che forse non impressionano se consideriamo una città di 900.000 abitanti, ma che sono cresciuti rapidamente da un anno all’altro, come risultato di un semplice cambio nei consumi energetici. Un esempio, tra i molti, di come non esistano risposte scontate per affrontare le questioni energetiche. E di quanto resti difficile conciliare salute e rispetto ambientale.

[Fotografia in apertura di Paul Langrock / Laif / Contrasto]

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