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5 gennaio 2017

Brexit, il divorzio lungo tra Ue e Regno Unito

I ricorsi giudiziari, l’economia in frenata, il contesto europeo, la City. Tutto congiura per una Brexit lenta. Unica certezza: i negoziati inizieranno nel 2017

Eugenio Montesano

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

Una convivenza forzata, da separati in casa, in attesa di definire i termini di un divorzio che si preannuncia lento e tormentato: è questa la cifra politica della relazione tra Regno Unito e Unione europea per il 2017. Come ha avvertito Sir Ivan Rogers, ex ambasciatore britannico presso l’Unione europea, che già lo scorso ottobre aveva messo al corrente il premier Theresa May della possibilità che il raggiungimento di un accordo bilaterale di libero scambio tra Gran Bretagna e Ue possa richiedere almeno un decennio di trattative.

A pochi mesi dall’inizio dei negoziati sulla Brexit, il 3 gennaio Rogers ha rassegnato a sorpresa le dimissioni. Tra le motivazioni, hanno rilevato i media britannici, ci sarebbe la frustrazione di essere rimasto inascoltato – quando non osteggiato – da alcuni ministri del Governo May. Nella lettera al suo staff ripresa dalla BBC, il diplomatico ha invitato i suoi ex colleghi a “continuare a sfidare le argomentazioni infondate e i ragionamenti confusi, senza temere di dire la verità a chi riveste posizioni di potere”. Rogers è stato prontamente sostituito da Tim Barrow, ambasciatore britannico a Mosca dal 2011 al 2015, descritto da Downing Street come un “negoziatore tenace e navigato”, laddove il suo predecessore era invece ritenuto troppo vicino alle posizioni di Bruxelles.

«Date le posizioni delle parti in causa, un’uscita dura appare lo scenario più probabile», spiega Edoardo Bressanelli, docente di scienza politica al King’s College London, riflettendo sui costi elettorali e politici che le élite britanniche dovrebbero sostenere per promuovere una soft Brexit. «Tornare sulle posizioni che sono costate la faccia e la poltrona a David Cameron sarebbe impegnativo, per chi ha fatto del recupero della sovranità la propria bandiera», argomenta il politologo.

Il primo appuntamento del nuovo anno in chiave Brexit è atteso per gennaio, con il giudizio della Corte Suprema sull’appello del governo contro la sentenza dell’Alta Corte che ha stabilito che l’invocazione dell’articolo 50 deve essere assoggettata a una consultazione parlamentare. Secondo Bressanelli, la Corte Suprema confermerà il giudizio dell’Alta Corte ma l’approvazione del parlamento costituirà un passaggio formale, che non porterà a un significativo slittamento dei tempi: «Dei 618 distretti elettorali della Gran Bretagna, più di 400 sono a maggioranza euroscettica.

È difficile che il parlamento tiri il freno a mano e si ponga contro il governo e, indirettamente, contro gli elettori». Un altro aspetto che secondo l’esperto inciderà sulla velocità dei negoziati, rallentandoli fino a novembre, è rappresentato dalle principali scadenze elettorali del 2017. Si inizia in primavera con le presidenziali francesi per arrivare alle elezioni federali tedesche in autunno. Con, in mezzo, la possibilità che si voti anche in Italia.

«Con i tre principali stati Ue che affrontano scadenze elettorali importanti, nelle quali c’è la possibilità che vincano forze apertamente antieuropee come il Front National, o quantomeno euroscettiche come il Movimento 5 Stelle, non si possono escludere ricadute importanti sui negoziati con il Regno Unito», sostiene Bressanelli prefigurando un insieme di incognite che lo portano a concludere che «il 2017 non sarà l’anno di Brexit, ma solo l’anno in cui cominciano le trattative».

A smussare le posizioni dei brexiteer duri e puri potrebbe essere il confronto con la realtà della tenuta dell’economia. A maggio, le stime della Bank of England davano la crescita del Pil al 2,3% nel 2017; stesso valore nell’anno seguente, e previsioni del 2,2% fino al secondo trimestre 2019. Lo scorso novembre, la Banca centrale britannica ha tagliato le previsioni di crescita a 1,4% nel 2017, 1,5% nel 2018 e 1,6% fino al secondo trimestre 2019.

Le prospettive economiche del Regno Unito sono quindi destinate a peggiorare a causa della tenuta della sterlina – che potrebbe ulteriormente deprezzarsi con effetti negativi sui settori che importano beni produttivi, come il manifatturiero, l’automotive e il settore alimentare – e del restringimento degli investimenti esteri. E la City? Non starà a guardare: i giganti della finanza stanno facendo pressione per il raggiungimento di un accordo-ponte che copra il periodo che intercorrerà tra l’inizio dei negoziati e la ratifica degli accordi commerciali transnazionali. Proposta in merito alla quale il ministro del Commercio britannico Liam Fox ha espresso forte scetticismo.

Uno dei rischi maggiori per le società d’investimento che hanno un piede nel Regno Unito e uno in Europa è la possibilità di perdere la “passportabilità” di prodotti e servizi finanziari, che sono commerciati in più Paesi attraverso una cornice normativa semplificata, agevolata a livello fiscale e condivisa a livello comunitario. Caratteristica, questa, che è già venuta meno per i fondi pensione italiani e francesi.

Il 15 dicembre l’Hmrc – l’Equitalia d’oltremanica – ha rimosso tutti i gestori di rendite pensionistiche private con sede nei due Paesi dalla lista dei fondi esenti dal pagamento dell’imposta del 40% sui trasferimenti all’estero. L’Italia non ha accordi specifici in merito: i 19 fondi compresi nella lista erano esenti per via di accordi europei. L’era post-Brexit non è ancora iniziata, ma i suoi effetti cominciano già a concretizzarsi.

[Foto in apertura di Camera Press / James Veysey / Contrasto]

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